Bocelli accorda l’Olimpiade

Non è una questione di volume, ma di direzione. Quando, dopo gli annunci di Mariah Carey e Laura Pausini, arriva il nome di Andrea Bocelli, Milano Cortina cambia passo. Non accelera: rallenta. Sceglie di respirare. Come se, prima di aprire i Giochi, fosse necessario accordare il silenzio, mettere in ordine le emozioni, ricordarsi chi siamo prima di mostrarlo al mondo.

Il Maestro si esibirà alla Cerimonia di Apertura dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026, il 6 febbraio. Vent’anni dopo Torino 2006, quando fu la sua voce a chiudere il cerchio olimpico, Bocelli torna dentro il racconto non come ospite d’onore, ma come memoria viva. Non è nostalgia: è continuità. È la dimostrazione che alcune traiettorie non seguono la linea retta dell’attualità, ma il respiro lungo della storia.

C’è qualcosa di profondamente sportivo nella sua carriera. La disciplina quotidiana, la solitudine dell’allenamento, l’ossessione per il dettaglio invisibile. La lirica, come lo sport, non ammette scorciatoie: pretende tempo, sacrificio, ascolto. Bocelli non corre, non salta, non scende lungo un pendio ghiacciato, ma conosce la fatica che precede il gesto perfetto. E soprattutto conosce il momento in cui bisogna fermarsi, aspettare, fidarsi.

Dentro la cerimonia ideata da Balich Wonder Studio, ispirata al tema dell’Armonia, la sua esibizione promette di essere un punto di equilibrio più che un picco emotivo. Non l’effetto speciale, ma l’effetto umano. La musica che non accompagna l’evento, ma lo attraversa. Che non copre le storie degli atleti, ma le ascolta e le restituisce con rispetto.

Milano Cortina sceglie così una grammatica chiara e riconoscibile: dopo il pop che accende, arriva il canto che raccoglie. È l’Italia che decide di presentarsi al mondo senza alzare la voce, affidandosi a una voce che non ha bisogno di spiegazioni. Un gesto di identità, prima ancora che di spettacolo. Perché certe note non servono a stupire, ma a restare. E l’armonia, prima di essere un tema, è una responsabilità condivisa.

Carlo Galati

La notte più buia di Trapani

Ci sono giornate in cui lo sport smette di essere racconto e diventa cronaca nera dell’anima. Quella di Samokov, in Bulgaria, resterà negli archivi come una delle pagine più imbarazzanti del basket europeo, una partita che partita non è mai stata. Trapani Shark contro Hapoel Holon finisce 38-5, dura sette minuti scarsi e lascia sul parquet un solo giocatore in canotta. Il resto è silenzio, imbarazzo, incredulità.
Al peggio, si dice, non c’è mai fine. E così, dopo la rinuncia con la Virtus Bologna, Trapani tocca un nuovo fondo, più profondo perché esposto al mondo. Un play-in di Basketball Champions League, la vetrina più importante della FIBA, trasformato in farsa. Cinque giocatori presentati a referto, due dei quali giovanissimi. Canotte prestate, nomi coperti con lo scotch, palla a due senza salto. Dopo due minuti il time-out surreale: “Che facciamo?”. Poi gli “infortuni” a catena, i falli che finiscono la partita, il regolamento che cala come una sentenza: non si può giocare da soli.

Intorno, il vuoto. I giocatori che se ne vanno uno dopo l’altro, Hurt, Allen, Ford, Alibegovic, l’addio di Repesa, una squadra smontata pezzo per pezzo mentre il campionato assegna otto punti di penalizzazione per irregolarità amministrative. Restano Cappelletti, Rossato, Pugliatti e due ragazzi, Patti e Martinelli, 18 e 17 anni: un esordio europeo che non augureresti a nessuno.
Il patron Valerio Antonini rivendica su Facebook la scelta: evitare una multa da 600mila euro. Accusa federazioni, regolamenti, ingiustizie. Ma il conto da pagare è più caro di qualsiasi sanzione: la dignità sportiva. La FIBA non ha avuto alternative: sconfitta per forfait, serie persa, esclusione immediata. Holon avanti, Trapani fuori.
Resta l’immagine più dura: un ragazzo solo in campo, mentre l’Europa guarda. Questo non è basket, non è sport. È una sconfitta che non entra in classifica, ma pesa come un macigno sulla memoria e su chi crede ancora che lo sport sia, prima di tutto, rispetto.

Carlo Galati

Un anno chiamato Olimpiade: il 2026 di Milano & Cortina

Il 2026 è un anno olimpico. E già questo basterebbe a dargli un peso specifico diverso, quasi un suono riconoscibile, come accade alle stagioni che sanno di dover lasciare un segno. Un anno che non scorre soltanto, ma si prepara, si carica di attese, si riempie di significati. Per l’Italia, poi, è qualcosa di più: è il ritorno dei Giochi in casa, con Milano-Cortina 2026 a fare da asse portante di un racconto che prova a tenere insieme identità, ambizione e futuro.

Sarà un’Olimpiade diffusa, figlia del tempo e delle sue necessità. Milano come centro nevralgico, vetrina internazionale, città che spinge e accelera. Cortina come luogo dell’anima, custode di una tradizione che non ha bisogno di essere spiegata. In mezzo, le montagne, protagoniste vere e severe, perché lo sport invernale non ammette scorciatoie: o sei pronto, o ti fermi.

Il 2026 olimpico sarà l’anno delle responsabilità. Non solo per chi organizza, ma per un intero Paese chiamato a mostrarsi all’altezza dello sguardo del mondo. Un’Olimpiade non è mai soltanto un evento sportivo: è una cartina tornasole, un test di credibilità, un’occasione per capire quanto si è capaci di lavorare insieme. E l’Italia arriva a questo appuntamento con il desiderio di raccontare una storia diversa, più compatta, più consapevole.

Poi ci saranno gli atleti, naturalmente. Le medaglie sognate, quelle inseguite, quelle che arrivano all’improvviso. Ma anche le storie laterali, che spesso sono le più vere: chi lotta per entrare in finale, chi cade e si rialza, chi scopre che esserci è già una vittoria. L’Olimpiade vive anche di questo, di dettagli che non finiscono nei titoli ma restano nella memoria.

Milano-Cortina non promette perfezione. Promette un’idea di futuro possibile, costruita sul dialogo tra città e montagna, tra innovazione e rispetto dei luoghi. Il 2026 sarà un anno olimpico, sì. Ma soprattutto sarà un anno che dirà molto di noi. E di come scegliamo di stare al mondo, quando il mondo ci guarda davvero.

Carlo Galati

Brignone, la bandiera dopo la tempesta

C’è una solennità che profuma di storia nella Sala dei Corazzieri del Quirinale, quando lo sport entra in punta di piedi nelle stanze della Repubblica. È lì che l’Italia ha consegnato la sua bandiera a chi la porterà nel mondo, verso Milano-Cortina 2026. Ed è lì che Federica Brignone ha parlato con la voce ferma di chi sa che ogni traguardo è figlio di una strada mai dritta.

“Sono onorata e molto emozionata, la mia strada per arrivare oggi qui non è stata facile e scontata”, ha detto. E in quelle parole c’era tutto: la gloria, certo, ma anche la fatica. Perché la sciatrice italiana più vincente di sempre, a primavera, era caduta dentro uno di quegli inverni improvvisi che la carriera di un atleta a volte impone: una frattura scomposta al piatto tibiale e al perone, il dubbio delle Olimpiadi di casa che rischiava di diventare un sogno sospeso. Otto mesi dopo, Federica c’è. E questo, più di ogni medaglia, racconta chi è.

“Rispetto, lealtà, determinazione, divertimento. Piedi per terra nei momenti di gloria e coraggio per rialzarsi in quelli difficili”. Brignone parla come scia: senza fronzoli, con equilibrio. Sarà la sua quinta Olimpiade, ma anche la prima in Europa, in Italia, nel suo Paese. Un privilegio da vivere senza retorica, con gratitudine.

Ad accoglierla, lo sguardo complice del Sergio Mattarella, che non ha nascosto l’emozione: “Siamo contenti di vedere Brignone pronta e determinata. Contavamo su questo quando ci siamo sentiti mesi fa”. Parole che pesano come un incoraggiamento nazionale: perché quando l’Italia ospita i Giochi, non porta solo sport, ma cultura, ospitalità, identità.

Insieme a lei, altri cinque portabandiera: Arianna Fontana e Federico Pellegrino a Milano, Amos Mosaner e la stessa Brignone a Cortina, Chiara Mazzel e René De Silvestro per la squadra paralimpica. Pellegrino ha dedicato il momento al nonno Gino, Fontana ha parlato di promessa ai giovani. Storie diverse, unite dallo stesso filo.

Ora resta la pista, che è sempre giudice severo. Federica ha accelerato, ha ritrovato naturalezza, ma la gara è un’altra cosa. Poco più di un mese dirà se il corpo seguirà il cuore. Intanto, però, la bandiera è già al suo posto: sulle spalle giuste, con la neve negli occhi e l’Italia dietro.

Carlo Galati

Ghedina & Jacobs, la memoria dimenticata

La memoria, nello sport, non è un esercizio sentimentale. Non serve a dire “com’era bello prima”, ma a capire perché certe cose sono accadute e perché contano ancora. Quando viene meno, quando si sfilaccia, lascia una sensazione di smarrimento. È quello che, in modi diversi, sta succedendo a Marcel Jacobs e a Kristian Ghedina, due storie lontane nel tempo ma improvvisamente vicine nel significato.
Jacobs è stato il volto inatteso e luminoso di un’Olimpiade silenziosa. A Tokyo ha corso più veloce di chiunque altro, due ori che hanno riscritto l’atletica italiana e forse anche il suo immaginario. Un uomo diventato simbolo in pochi secondi che oggi racconta di sentirsi distante, svuotato, di aver perso quella scintilla che lo aveva portato in cima. Chi dice che ha torto e chi replica con i comunicati dimentica un punto essenziale: un campione così non si giudica a caldo, si ascolta. La memoria passa anche da qui, dal rispetto del presente di chi ha fatto grande il passato.

Ghedina appartiene a un’altra epoca, ma non a un altro mondo. Le sue discese erano sfide aperte alla montagna, senza calcolo e senza paracadute: tre titoli mondiali, tredici vittorie in Coppa del Mondo, un modo di sciare che ha lasciato traccia e carattere. Eppure, avvicinandosi Milano Cortina, lui che è cortinese, scopre di essere rimasto fuori dal racconto. Nessuna chiamata, nessun ruolo simbolico. Tedoforo sì, ma per iscrizione online, come chiunque altro. Una dimenticanza che pesa più di tante parole.
Non è una questione di nomi, ma di metodo; lo sport vive di simboli, e i simboli vanno riconosciuti, accompagnati, custoditi, altrimenti restano solo gli eventi, il viaggio della fiamma trasformato in spettacolo itinerante, il rumore che copre il senso.
Jacobs e Ghedina non chiedono celebrazioni, chiedono memoria, che è rispetto, continuità, riconoscenza. Senza questi, lo sport rischia di diventare solo merce veloce, buona per qualche clic, anche quando parla di persone, anche quando racconta la storia.

Carlo Galati

Vonn, la montagna è ancora sua

A St. Moritz, dove lo scintillio del lusso si scontra con la forza naturale delle montagne, ridando pace ad un luogo fin troppo caotico, Lindsey Vonn ha ritrovato il modo di tornare a vincere, è tornata davanti a tutte. Ha vinto la prima discesa libera della stagione, a 41 anni, come se il tempo fosse un dettaglio tecnico da aggiustare con una brugola. Le era mancata, la velocità: l’aveva lasciata nel febbraio del 2019, l’aveva ritrovata solo la scorsa stagione, con il passo incerto di chi rientra dopo più di cinque anni e molti dubbi. Adesso, sulla Corviglia, ha rimesso ordine. Tempo 1:29,63, quasi un secondo sull’austriaca Egger, più di uno su Puchner. Sofia Goggia quarta, a inseguire una signora che ha visto più ripartenze che infortuni. E già questo basterebbe.

Con Vonn non basta mai la classifica. Ci sono i numeri, certo: questa è la vittoria numero 83. L’82esima era arrivata nel 2018, 2.830 giorni fa. Un’altra vita. Un altro ginocchio, forse, di sicuro un altro corpo. Eppure la traiettoria è la stessa: una sciatrice duttile, polivalente, capace di vincere in discesa, in Super G, perfino in combinata e in slalom gigante. Lo slalom speciale, poi, un esercizio da equilibristi: vederla lì era come trovare una sprinter nei 110 ostacoli, ma succedeva.

La scorsa stagione era ripartita piano, con l’età che fischiava nelle orecchie e il dubbio che certe sensazioni non tornino più. Però a marzo, in Super G a Sun Valley, era risalita sul podio, seconda, come chi ricorda la strada a memoria. E allora questa vittoria non sorprende: commuove un po’, quello sì.

Il suo orizzonte adesso ha un nome: Olimpiadi. A Cortina, sulle Tofane, un luogo dove la neve ha ricordi lunghi. Non è un dettaglio. “Non mi allenerò prima delle Olimpiadi, troppo pericoloso” e vista la catena lunga di infortuni, come darle torto?

La prima vittoria in Coppa del Mondo risale al 2004: lei poco più che ventenne, Egger, seconda oggi, quasi una bambina. Alcune avversarie non erano neppure nate. Succede anche questo, nello sport: che il tempo sembri una mischia confusa, e che qualcuno, ogni tanto, riesca ancora a batterlo. Come Lindsey Vonn a St. Moritz.

Carlo Galati

Norris, il Mondiale della resistenza

Ci sono mondiali che si vincono come un assolo, altri che assomigliano più a una raccolta di stonature altrui. Quello di Lando Norris appartiene alla seconda specie: un titolo arrivato alla fine di una stagione che pareva scritta da più mani, spesso tremolanti, e che solo a Singapore ha trovato una calligrafia decente. Norris, ragazzo di talento e di lune mutevoli, non è mai stato il più feroce del gruppo, e nemmeno il più continuo, ma quando davanti e dietro inciampano, basta restare in piedi. E lui, quasi per sorpresa, ci è riuscito.

Per tre quarti di campionato è sembrato che il merito stesse altrove: nella McLaren dominante, nei cali degli altri, in una gestione di squadra contorta. Piastri, fino a Baku, era l’uomo vero da battere in arancione: rapido, concreto, tranquillo come chi sa dove vuole andare. Poi il buio, e Norris che infila punti nelle tasche come sassolini che tornano utili sul sentiero. Da Singapore in avanti ha cambiato pelle con la costanza di chi sa di non sprecare.

Gli episodi compongono una trama più chiara dei proclami: a Suzuka niente ordine di scuderia quando Piastri, con gomme migliori, poteva passare. A Monza l’australiano gli restituisce posizione dopo un pit lento, con Verstappen che commenta: “Io non lo avrei mai fatto”. Due punti di cortesia che diventano due punti di titolo. .

Norris resta un pilota atipico: veloce senza essere magnetico, innamorato di Valentino Rossi al punto da metterlo sul casco. Fuori dalla pista è un moderno catalogo di padel, golf e hamburger post-gara. Dentro, invece, ha ancora qualcosa di incompiuto: una velocità che ogni tanto inciampa nella sua stessa timidezza.

E tuttavia, mentre Leclerc continua a sognare un’auto vera e Verstappen mastica la sconfitta come uno a cui hanno tolto il volante di mano, Norris si ritrova in cima a un mondiale che non ha dominato, ma che ha avuto il merito di non perdere. Un titolo quasi trovato più che conquistato, ma anche questo fa parte del racconto: a volte il campione non è il più brillante, è solo quello che rimane quando gli altri si spengono. Fino a conquistare il mondo.

Carlo Galati

Paolini e Berrettini: il fuoco, il tennis e l’anima dei Giochi

Cerimonia di consegna della Fiamma olimpica Roma (Italy), December 4, 2025.

C’è un momento, nei riti dello sport, in cui il racconto lascia spazio al simbolo. È successo quando la fiamma olimpica di Milano-Cortina ha cominciato il suo viaggio partendo da Atene e atterrando a Roma, ripartendo da Roma per attraversare l’Italia. Prima l’arrivo a Ciampino della fiamma consegnata dalle mani di Jasmine Paolini direttamente al Presidente Mattarella, poi nello Stadio dei Marmi insieme ad altre eccellenze dello sport italiano, Matteo Berrettini è stato tedoforo e simbolo. Due tennisti, in una cerimonia di Giochi invernali. Paradosso solo in apparenza.

Paolini ha percorso l’ultimo tratto del viaggio da Atene, dentro il Panathinaiko, luogo dove il marmo sembra ancora trattenere voci antiche. Ha consegnato il sacro fuoco al Presidente, parlando di impegno, passione, pace. Parole consumate, spesso, ma non quando arrivano da lei, che ha costruito la propria carriera contro i pregiudizi, un colpo dopo l’altro, senza proclami. La sua emozione era sincera, quasi una fiamma nella fiamma.

Berrettini ne è stato uno dei primi tedofori, torcia nella sinistra, firma sull’obiettivo come dopo un match vinto. La spontaneità dei campioni veri, quelli che non recitano. Ha detto di essere emozionatissimo, di aver visto sua madre guardarlo correre in una simbiosi di immagini che raccontano più dei trofei. “La fiaccola rappresenta tutto ciò che c’è dietro allo sport”, ha spiegato. E chi conosce le sue salite e ricadute sa quanto queste parole pesino.

Che due tennisti siano diventati volti simbolo dei Giochi invernali dice qualcosa sul tempo che viviamo: il tennis è ormai linguaggio trasversale, ponte tra stagioni, pubblico, culture. È uno sport che educa alla solitudine e al coraggio, all’equilibrio che non si vede ma si sente, come quando ci si allena nel silenzio delle montagne.

Paolini e Berrettini non hanno solo portato una fiamma: hanno ricordato che lo sport è, prima di tutto, valore che brucia, mano che passa ad altra mano, storia che continua. E, in questi giorni dall’alto valore simbolico, il tennis ha confermato di essere più centrale che mai: non per medaglie, ma per la capacità di incarnare un’anima prima ancora che un gesto.

Carlo Galati

Pietrangeli, il Capitano che sfidò il vento della politica

Coppa Davis. Nella foto Giulio Andreotti e Nicola Pietrangeli con la Coppa Davis. Roma, 14 settembre 1977 ARCHIVIO ANSA

Nicola Pietrangeli se n’è andato con lo stesso passo leggero con cui entrava in campo, racchetta di legno e sorriso sghembo, convinto che nel tennis, come nella vita, contasse anche un certo modo di starci dentro. E nella sua esistenza lunga e ruvida come una corda di budello, c’è un episodio che gli somiglia più di tutti: dicembre 1976, la finale di Coppa Davis in Cile.

L’Italia politica era un frullatore d’ansie, parole grosse e sospetti. A Santiago governava Pinochet, e da noi il Parlamento chiedeva il boicottaggio. C’era chi invocava il ritiro per non dare legittimità a una dittatura, chi parlava di diritti umani e chi sfruttava la situazione per un surplus di polemica. In mezzo, Nicola, il Capitano. Lui, che la Davis l’aveva respirata fin da ragazzo, che sapeva cosa significasse per una generazione che ancora giocava con i segni delle frustate del destino, non voleva che il tennis diventasse un vessillo da sventolare a seconda del vento romano.

Fece quello che sapeva fare meglio: prese il telefono, poi l’aereo, poi ancora il telefono. Parlò con tutti, soprattutto con Giulio Andreotti, presidente del Consiglio. Non alzò la voce, non tirò fuori ideologie: spiegò che la Davis non era un viaggio di piacere, ma un impegno sportivo, che ritirarsi significava lasciare che la politica decidesse del coraggio altrui. “Andiamo a giocare,” disse, “per rispetto del tennis. E del Paese.” Alla fine convinse Moro, e convinse un Paese intero che ogni tanto serve qualcuno disposto a esporsi.

Quella finale l’Italia la vinse, prima Davis della storia. Ma al di là dei trofei, resta l’immagine di Pietrangeli che cammina su un confine sottile: da una parte la ragion di Stato, dall’altra il bisogno ostinato di libertà che ha sempre abitato il suo tennis. Non fu un gesto di incoscienza, ma di responsabilità. Un modo suo di dire che lo sport non guarisce le ferite del mondo, però aiuta a non dimenticare come si sta in piedi.
Ora che Nicola non c’è più, quel gesto torna a brillare come un rovescio d’epoca: elegante, necessario, controvento.

Carlo Galati

Poker di Davis

Non serve alzare troppo la voce per capire cosa significhi, per il tennis italiano, questa quarta Coppa Davis. È arrivata a Bologna, in una serata che sembrava uguale alle altre e invece no, portando con sé un sapore di rarità. L’Italia ha battuto la Spagna e insieme anche un pezzo della sua stessa storia: tre titoli consecutivi, un filo azzurro che non si vedeva più dai tempi del challenge round, quando il tennis aveva un passo diverso e i campioni in carica attendevano gli altri direttamente in finale. Quella porta è chiusa dal ’72, ma Volandri e i suoi hanno trovato il modo di attraversarla lo stesso.
Il cammino non ha lasciato briciole. Prima l’Austria ai quarti, poi il Belgio in semifinale: due singolari, due vittorie, senza bisogno di scavare troppo nelle energie. Il gruppo è arrivato alla finale lucidato dal lavoro e da un’abitudine nuova, quella di non sentirsi più ospite nelle grandi sfide. Contro la Roja è stato un 2-0 quasi garbato, deciso ma senza rumore di piatti rotti.

Ha aperto la strada Matteo Berrettini, che in Davis sembra viaggiare con biglietto di sola andata: undici vittorie di fila, un anno senza perdere un set, tredici ace infilati come soldatini e quella sua maniera educata di prendere la partita quando conta davvero. Due break costruiti nei momenti che pesano, come chi sa scegliere il punto esatto in cui voltare pagina.
Poi Flavio Cobolli, che ha dovuto remare più degli altri. Ha perso il primo set in fretta, ha salvato il salvabile al tie-break del secondo, e nel terzo ha strappato il break all’ultimo incrocio possibile, quando la strada sembrava già chiusa. Una vittoria in rimonta che dice più del punteggio: la paura c’è stata, ma non ha fatto danni.

Il doppio, Vavassori e Bolelli, non è servito, ma Bolelli ha comunque scritto il suo capitolo: tre Coppe Davis vinte, record italiano, e tre di fila, come non accadeva dal ’72 a nessuno al mondo. La fotografia finale è semplice: un gruppo che non si è mai creduto invincibile, ma che ha imparato a non sentirsi battuto. Forse le imprese nascono così, da un equilibrio sottile tra memoria e coraggio.

Carlo Galati