Pippo Baudo e il calcio: la Juve e l’amore per il suo Catania

Pippo Baudo è stato il volto di un’Italia che davanti alla televisione ha imparato a ridere, cantare, commuoversi. È stato uno di famiglia, per milioni di italiani. Dietro i riflettori, l’uomo che per decenni ha fatto compagnia a generazioni di telespettatori, aveva una passione semplice e viscerale: il calcio. Un amore che non si esauriva nelle parole, ma che faceva parte del suo modo di sentirsi italiano e soprattutto siciliano.

Baudo non ha mai nascosto la sua simpatia per la Juventus, la squadra che fin da ragazzo lo aveva affascinato per quella capacità di vincere e di imporsi come simbolo di rigore e professionalità. Raccontava spesso che la Juve era “la squadra che non molla mai”, un ideale di disciplina che ritrovava anche nel suo mestiere, fatto di prove infinite e di perfezionismo maniacale. In quelle maglie bianconere c’era la metafora di una carriera che non lasciava nulla al caso.

Eppure, accanto alla grande squadra del nord, nel cuore di Baudo c’era sempre spazio per i colori rossazzurri del Catania. Un amore diverso, carnale, legato alla terra e all’infanzia. “Io sono catanese e non potrei mai dimenticare le mie radici” diceva, sottolineando come il tifo per il Catania fosse qualcosa che andava oltre il risultato della domenica: era appartenenza, comunità, famiglia. Negli anni delle promozioni in Serie A, Baudo esultava come un bambino, convinto che ogni impresa del Catania fosse un riscatto per tutta la Sicilia.

Il calcio, per Pippo, era linguaggio universale. Lo si capiva dal modo in cui parlava di sport nei suoi programmi: non da esperto tecnico, ma da appassionato sincero, capace di emozionarsi. Che fosse un gol di Platini con la Juve o la rete decisiva al Cibali, l’intensità era la stessa. Per lui il pallone rappresentava la vita: fatica, gioia, cadute, ripartenze.

Così rimane l’immagine di un uomo che ha regalato leggerezza al Paese senza dimenticare la sostanza delle sue passioni. Tra le vittorie della Juventus e i sogni del Catania, Pippo Baudo ha vissuto il calcio come una grande storia d’amore, fedele e instancabile, proprio come la sua carriera televisiva.

Carlo Galati

Kelly Doualla, la più giovane regina d’Europa

A Tampere il cielo era di un grigio fermo, senza squarci, e il vento soffiava di traverso sulla pista. Gli spalti non erano pieni, ma c’era quel brusio tipico delle finali, un misto di attesa e curiosità. Kelly Doualla Edimo, 15 anni, durante il riscaldamento non guardava mai troppo a lungo le avversarie: una manciata di allunghi, qualche gesto rapido con le mani per scaldare le dita, lo sguardo fisso sui blocchi. Lì, pochi minuti dopo, avrebbe scritto un pezzo di storia.

Non il miglior compagno, quel vento, per chi deve correre cento metri. Ma Kelly è partita come se non lo sentisse. Nei blocchi, ginocchia a terra e occhi davanti, sembrava un’adulta mascherata da ragazzina. Allo sparo, ha trasformato la tensione in spinta: nei primi 30 metri aveva già scavato un vuoto, poi ha continuato ad accelerare con passo pulito, senza incertezze, fino a chiudere in 11”22. Tempo importante, considerando il vento contrario, e soprattutto tempo che pesa come un biglietto da visita.
Dietro di lei, la britannica Akande (11”41) e l’ucraina Stepaniuk (11”53). Quarta, e resta un bruciore, l’altra azzurra Alice Pagliarini: un solo centesimo l’ha separata dal podio. A quindici anni nessuna, in ventotto edizioni, aveva mai vinto l’oro europeo Under 20. Kelly lo ha fatto con la naturalezza di chi corre per il gusto di farlo e con uno stile di corsa compatto, senza dispersioni.

“Kelly sembra un’adulta – ha detto il presidente Fidal Stefano Mei – non ha paura di nulla, va sui blocchi, corre e vince”. C’è chi pensa già ai Mondiali di Tokyo, magari nella staffetta, ma Mei frena: “Può durare fino a Brisbane e oltre, non c’è fretta”.
La premiazione è stata breve, quasi spartana, ma nel sorriso largo di Kelly c’era la soddisfazione di chi ha appena scoperto di poter spostare i propri limiti. L’immagine che resta è questa: una ragazza con le chiodate ai piedi, il vento che prova a trattenerla e lei che lo supera, il sorriso che esplode solo dopo il traguardo. La leggerezza di chi, quando corre, sembra avere il vento in tasca, e ancora non sa quanto lontano potrà arrivare.

Carlo Galati

Doppio oro italiano: voli sincronizzati e rana d’assalto

Succede che l’Italia arrivi prima. Non per caso, ma per costruzione. E allora non resta che raccontare, con misura, senza strepiti. L’Italia del nuoto a Singapore mette insieme due ori in meno di un’ora: uno arriva da sott’acqua, l’altro sfiora appena la superficie. Entrambi pesano, brillano, commuovono.
Il primo squillo è da tuffi. Chiara Pellacani e Matteo Santoro, romani, vent’anni lei, diciassette lui, si sono presi l’oro mondiale nel sincro misto dal trampolino 3 metri. Un esercizio pulito, leggero, denso di ritmo e fiducia. Non capita spesso di battere i cinesi, figurarsi a casa loro (perché Singapore, nel nuoto, è considerata quasi una dependance cinese). Eppure Li e Chen, i favoriti, sono scivolati sul quarto tuffo, lasciando strada aperta agli azzurri, che hanno chiuso con 308.13 punti, davanti agli australiani e appunto ai cinesi. Mai, in questa specialità, l’Italia aveva vinto un oro iridato.
“È un mare dentro”, ha detto Matteo. E si capisce. Avevano già un argento mondiale, ma il salto qui è stato d’oro. “Vincerla con Matteo è la ciliegina sulla torta”, ha aggiunto Chiara, che domani si riposa e poi penserà all’individuale. È il loro ottavo podio insieme. Ma questo è il più alto, e il più sentito.

Poi, senza lasciare il respiro, è toccato alla velocità pura della rana sprint. Simone Cerasuolo, classe 2003, ha vinto i 50 metri rana in 26″54, lasciandosi alle spalle il russo Prigoda e il cinese Qin. Una gara che dura meno di mezzo minuto, ma dentro ci metti tutto: reazione, bracciata, istinto e nervi. “Nei 50 vince il più forte, non il più veloce”, ha detto Simone, con quella calma da chi sa che le parole vengono dopo. Aveva un obiettivo, ci è arrivato. “La partenza non perfetta, ma le ultime bracciate buone. Ho cercato di fare il meglio possibile”. Lo ha fatto. Anche perché – e qui viene fuori la persona prima dell’atleta – “la mia famiglia mi ha trasmesso valori che vanno oltre lo sport”.
Diciassette medaglie fin qui per l’Italia in questo mondiale: 2 ori, 11 argenti, 4 bronzi. Ma al di là del metallo, oggi contano le storie: quella di due ragazzi in volo, uno accanto all’altra, e quella di un altro ragazzo che da solo ha nuotato forte e ha vinto. In comune, il silenzio prima dell’esplosione. E un’idea semplice: si può fare, anche se non ci si crede del tutto. Basta crederci insieme.

Carlo Galati

L’Italvolley che non trema, l’Italvolley che vince

Se c’è una cosa che questa Italvolley femminile ha imparato a fare, è non tremare. Né davanti alla pressione, né davanti al Brasile, né quando la partita si mette male. E forse non è un caso che in panchina ci sia Julio Velasco, che alla paura ha sempre preferito la preparazione, alla retorica la competenza, al talento isolato il gruppo che rema dalla stessa parte.

A Varsavia, per la finale di Nations League, c’è tutto questo. L’Italia va sotto contro il Brasile di Ze Roberto, allenatore da enciclopedia e Gabi, capitana con gli occhi accesi. Ma non si scompone. Reagisce come chi sa di essere squadra, non solo sulla carta. E vince 3-1. Ventinove successi consecutivi, l’oro olimpico di Parigi ancora caldo nel petto, ora anche la Nations League – già vinta l’anno scorso. E tutto sembra parte di un disegno più grande.

Non è la serata delle singole stelle, è la sera del gruppo. Perché se qualcosa gira storto, dalla panchina arrivano le soluzioni. Cambi cambia davvero, Nervini – baby con la faccia da liceo e le mani da veterana – mette colpi e coraggio, Antropova entra e accende il fuoco quando serve. La rimonta si costruisce un punto alla volta, e si chiude con quella sicurezza che solo chi è abituato a vincere riesce a trasmettere. E a quel punto non conta più chi ha iniziato il match, ma chi l’ha finito. Tutte.

Velasco osserva, ascolta, interviene col bisturi. Non alza la voce. Non serve. Le ragazze lo seguono con la fiducia di chi ha capito che dietro ogni parola c’è un’idea, e dietro ogni scelta una visione. Anche l’infortunio di Degradi, che rovina un po’ la festa, viene assorbito dal collettivo. Speriamo non sia grave. Ma intanto, avanti.
Il Mondiale inizia il 22 agosto in Thailandia. L’Italia ci arriva con due trofei in tasca e una consapevolezza nuova: non serve giocare perfettamente, basta farlo insieme. E questa banda non ha paura di niente.

Carlo Galati

L’oro di Pogacar, il verde di Milan, il volo di Van Aert

La salita di Montmartre non perdona. Né alla Parigi degli innamorati né a quella dei ciclisti. Tre volte l’hanno affrontata, nella tappa finale di un Tour che abbandona la passerella per ritrovare la fatica, l’epica. E in cima, quando la pioggia batteva sulle pietre e l’Arco di Trionfo sembrava più lontano che mai, c’era lui: Wout Van Aert. In fuga con Pogacar, Mohoric, Ballerini, Jorgenson, Trentin. L’ultimo giro lo ha preso in mano e lo ha fatto diventare suo. Da solo. Quello che nel 2021 vinse in volata l’ultima tappa, oggi vince per distacco. Uno che non fa rumore, ma lascia il segno. Il decimo al Tour. Chapeau.

Ma la festa, la vera festa, è per Tadej Pogacar. Ventisei anni, dieci mesi, sei giorni. Quattro Tour. Più giovane di Merckx a scrivere la quarta croce sull’Alpe della leggenda. Un Tour dominato, quattro tappe vinte, maglia a pois sulle spalle come ciliegina, e sempre, sempre sul podio da sei edizioni consecutive. Una fedeltà alla grandezza che diventa abitudine. Il campione del mondo che torna a vincere la Grande Boucle, come non accadeva dal 1990 con LeMond. Ai suoi fianchi, come in un film visto più volte, Jonas Vingegaard, e poi il sorprendente Lipowitz, tedesco con un passato nel biathlon e un futuro che adesso ha contorni nitidi.

C’è anche un’Italia che canta. Lo fa con la voce di Jonathan Milan, friulano del 2000, che con le gambe lunghe e il sorriso timido ha conquistato la maglia verde. Non la si vedeva sulle spalle di un azzurro dal 2010, quando Petacchi chiuse un cerchio. Due tappe vinte, a Laval e Valence. Spingendo forte quando serviva, restando calmo quando bastava. Bitossi, Petacchi, Milan. Un tris che dice che qualcosa, anche da noi, si muove.
Il Tour chiude così, tra storia che si scrive e sogni che si inseguono. Con Parigi che sorride e Montmartre che applaude.

Carlo Galati

La 4×100 sl, ha l’argento vivo addosso

C’è un modo elegante e poco chiassoso di stare tra i grandi. È il modo che questa 4×100 stile libero maschile ha scelto da tempo, da quando nel 2021 ha iniziato a salire sistematicamente su ogni podio che conta. Anche oggi, nella piscina olimpica di Singapore, tra l’umidità che appanna gli occhiali e le luci che rimbalzano sull’acqua come se stessero fotografando ogni bracciata, gli azzurri ci sono. Presenti, lucidi, precisi. Non per caso.
D’Ambrosio, Ceccon, Zazzeri e Frigo nuotano in 3’09”58, nuovo record italiano, e salgono sul secondo gradino del podio dietro a un’Australia formidabile, capace di fermare il cronometro sul 3’08”94. Ma a fare notizia, forse più del metallo dell’argento, è chi c’è dietro: gli Stati Uniti, battuti. Un piccolo terremoto nella geografia storica del nuoto.

Questa volta non c’è bisogno di miracoli. Serve solo la conferma di una certezza: questa Italia delle staffette sa stare lì, con le spalle dritte e le virate giuste, a giocarsela sempre. Lo ha fatto a Tokyo, lo ha rifatto a Fukuoka, e ora anche a Singapore. Non è una notte da copertina, è una notte da collezione.
Di D’Ambrosio colpisce il sangue freddo da apripista, di Ceccon non si sa più cosa dire – classe e lucidità in egual misura. Zazzeri, che pare nato per la terza frazione, trova la sua solita progressione rabbiosa. E Frigo, che chiude, ha la calma dei finalizzatori veri, quelli che non si fanno prendere dalla frenesia ma guardano il tabellone solo quando è tutto finito.

Poi, ci sono anche le ragazze. Curtis, Menicucci, Tarantino e Morini: settimo posto, sì, ma con un record italiano da portare a casa (3’35”18). Terze fino alle ultime due vasche, si sono un po’ sfilacciate nel finale. Può succedere, quando si nuota contro l’Australia (oro), gli Stati Uniti (argento) e l’Olanda (bronzo). Ma il segnale è chiaro: anche loro ci sono, e il futuro è già in corsia.
Una sera buona, dunque. E non solo per le medaglie. Per come è arrivata, per come è stata costruita. Perché un argento, a volte, vale quanto un oro. Anzi, qualcosa di più.

Carlo Galati

Gli uomini d’oro col fioretto in mano

Non sempre serve sfondare, a volte basta sfiorare. È questione di misura, e di mestiere. A Tbilisi, in un angolo di mondo dove la spada ha ancora un sapore da duello, l’Italia del fioretto maschile si è ripresa ciò che forse già sentiva suo. Oro mondiale, il primo di questa spedizione azzurra, ottenuto con un 43-42 che non è un punteggio ma un refolo di vento trattenuto prima che scappi.
Il fioretto, si sa, non è sport da urla. È danza e geometria, è un passo avanti e due indietro, è colpire senza farsi prendere. Ed è così che Guillaume Bianchi, Alessio Foconi, Filippo Macchi e Tommaso Marini hanno chiuso il cerchio aperto un anno fa a Parigi, quando quel maledetto punto di troppo li aveva lasciati con l’argento. Stessi uomini, forse più stanchi, certamente più consapevoli.
Stavolta l’oro arriva al termine di una finale nervosa contro gli Stati Uniti, che hanno imparato a prendersi sul serio anche nel regno delle armi bianche. Ma è nei dettagli che l’Italia ha vinto: nella tenuta mentale, nei guizzi nei momenti che non lo chiedevano, nei silenzi tra un assalto e l’altro. E forse anche in quel qualcosa che non si insegna, ma che a volte fa la differenza.

Le tappe prima della gloria sono passate da tre vittorie nette: 45-20 contro Singapore, 45-31 sulla Polonia, e una semifinale senza patemi contro la Francia, 45-30. Tutte dominate come solo chi ha fretta di arrivare sa fare. Ma l’oro si è deciso su un filo, e lì non si bara.
Quattro ragazzi con la lama nel cuore e il cervello ben saldo. Marini che chiude, Foconi che dirige, Macchi che sporca i punti e Bianchi che, zitto zitto, li tiene a galla. Quarta medaglia per l’Italia, ma la prima che brilla davvero. Il metallo più nobile, conquistato con l’arma più elegante.
E poi si potrà discutere di strategie, di preparazione, di come la scuola italiana continui a partorire schermidori come se fosse la cosa più naturale del mondo, ma oggi, per una volta, meglio restare lì, su quel 43-42.
Un numero che profuma d’oro, ma anche d’uomini.

La gioventù del rugby ha il volto duro del Sudafrica e quello fiero dell’Italia

C’è un odore particolare nei campi da rugby di provincia. È un misto di terra bagnata, sudore e speranza. A Rovigo, culla ruvida di una passione che non ha bisogno di riflettori, si è scritta una pagina di rugby vero. Non solo perché il Sudafrica under 20 ha battuto in finale la Nuova Zelanda 23 a 15, prendendosi il tetto del mondo. Ma anche perché, qualche ora prima, un’Italia giovane e mai così bella si è presa il settimo posto del Mondiale battendo il Galles 31 a 23. Non era mai successo. E queste sono cose che contano.

I Baby Boks non hanno solo vinto. Hanno dominato con il silenzio operaio del mestiere. Nessun gesto superfluo, nessuna posa. Solo rugby. Hanno stretto la Nuova Zelanda in una morsa fatta di fisico e geometrie. Il mediano Pead che sembrava un chirurgo. Mentoe che ha schiantato la difesa avversaria con una meta da antologia. E poi la mischia, quel coro basso che nel rugby fa la differenza quando la partita si sporca e si stringono i denti.

E se i sudafricani hanno scritto la storia con la forza, l’Italia l’ha fatto con la pazienza. È stato un torneo difficile, in salita, ma i ragazzi azzurri non si sono persi. Contro il Galles hanno giocato con intelligenza, scegliendo quando soffrire e quando colpire. Casartelli ha guidato con l’istinto del leader. Braga e Benni hanno distribuito gioco senza sbavature. Coach Santamaria ha trovato i momenti giusti. Sempre. E il pubblico, quello vero, ha capito tutto: applausi per tutti, non solo per i vincitori.

Il rugby è uno sport dove le bugie si vedono subito. A Rovigo non c’era spazio per le finzioni. Chi ha vinto, ha meritato. Chi è cresciuto, ha seminato bene. E questa Italia che chiude settima è una notizia che pesa. Perché nel rugby non si improvvisa nulla, ma si può sognare, questo sì. A patto di avere gambe forti, e una testa che non molla.

Carlo Galati

Il giorno più verde di Jannik

Se ne parlava da tempo, forse da troppo. Quel “prima o poi vincerà Wimbledon” che era diventato un ritornello, come le chiacchiere sui prati bagnati, le fragole con panna e la racchetta rossa che sembra uscita da un cartone animato giapponese. Poi, finalmente, il prima o poi ha trovato il suo oggi: Jannik Sinner ha vinto Wimbledon. Non è stata una passeggiata, non è stato un’epopea. È stata una partita da Sinner, che oggi significa molte cose: pazienza, geometria, una calma che pare fredda e invece è lava trattenuta.

In finale c’era Carlos Alcaraz, uno che se non ci fosse Sinner sarebbe il volto perfetto del tennis nuovo. Muscoli, esplosività, un servizio che sembra l’urlo di Tarzan e un rovescio che può spezzare il tempo. Ma oggi ha trovato davanti non un tennista, ma una diga. E le dighe, si sa, non fanno rumore. Resistono.

Sinner ha vinto in quattro set, con punteggio che dovrà essere ricordato: 4-6 6-4 6-4 6-4. Forse però quel che conta è che nei momenti in cui serviva un passante impossibile, un recupero di quelli che si vedono una volta ogni torneo, o semplicemente un respiro più lungo dell’avversario, lui li ha avuti. Sempre. Con quel suo modo di non esultare mai troppo, che non è freddezza ma una forma di rispetto. Per l’avversario, per il gioco, per se stesso.

C’era il sole, a Londra, cosa rara. E nel sole, Jannik ha sollevato la coppa iconica come se fosse il violino che da bambino non ha mai suonato. Ha sorriso poco, come sempre, ma gli occhi dicevano tutto. E c’era scritto: è finita un’attesa, è cominciata una storia.

Carlo Galati

Iga, l’erbivora

Se la finale femminile di Wimbledon fosse stata un film, sarebbe un bianco e nero senza musica. Né i violini del patetismo, né i tamburi della rivolta. Solo il rumore sordo di una porta che si chiude. Iga Swiatek ha battuto Amanda Anisimova 6-0 6-0. Dodici giochi a zero. Come uno di quei treni che passano senza fermarsi, e se ti trovi sul binario sbagliato, puoi solo scostarti e guardarlo sfrecciare. Ma nemmeno troppo, perché a malapena lo vedi. Troppo veloce.

In 57 minuti Swiatek ha compiuto qualcosa che rimarrà nei libri, ma non nei racconti. Perché il dominio non appassiona, non accende dispute, non alimenta il tifo. Il dominio, quello assoluto, mette in soggezione. E lei, Iga, lo sa. Ha ricevuto il trofeo dalle mani della Principessa di Galles con la stessa delicatezza con la quale si entra in una chiesa vuota: senza alzare la voce, con lo sguardo basso e il rispetto per la storia, ma la storia, oggi, la scrive lei.
Sarebbe ingiusto dimenticare le due settimane di Amanda. A 23 anni, con una carriera già piena di inciampi e di rinascite, ha incantato il pubblico di Wimbledon con il suo tennis pulito, classico, da romanzo americano. Ha battuto Sabalenka in semifinale, ha resistito alla pressione dei grandi campi e si è guadagnata un posto nell’ultimo match. Poi si è smarrita: “in campo era come congelata. Non riuscivo a respirare; mi sarei immaginato diversamente la mia prima finale Slam. Succede. Succede soprattutto contro una Swiatek così, ma dopo aver superato le sabbie mobili della depressione che l’hanno allontanata dal tennis, saprà tornare in alto”.

La perfezione, diceva Borges, è una condanna. Ma chi ama il tennis sa che esistono giornate in cui tutto quadra, tutto fila, e l’armonia tra mente, corpo e racchetta diventa un’arte silenziosa. Oggi sul Centrale non c’era spazio per il pathos, solo per l’ammirazione. Iga Swiatek ha portato in dote la sua freddezza, la sua lucidità, la sua fame composta. Ha portato anche la Polonia con se, un intero popolo che l’ha sostenuta e orgogliosamente tifata sempre, anche quando le cose andavano male. Oggi la gioia è di tutti, una gioia fantastIGA.

Carlo Galati