
Il 2026 è un anno olimpico. E già questo basterebbe a dargli un peso specifico diverso, quasi un suono riconoscibile, come accade alle stagioni che sanno di dover lasciare un segno. Un anno che non scorre soltanto, ma si prepara, si carica di attese, si riempie di significati. Per l’Italia, poi, è qualcosa di più: è il ritorno dei Giochi in casa, con Milano-Cortina 2026 a fare da asse portante di un racconto che prova a tenere insieme identità, ambizione e futuro.
Sarà un’Olimpiade diffusa, figlia del tempo e delle sue necessità. Milano come centro nevralgico, vetrina internazionale, città che spinge e accelera. Cortina come luogo dell’anima, custode di una tradizione che non ha bisogno di essere spiegata. In mezzo, le montagne, protagoniste vere e severe, perché lo sport invernale non ammette scorciatoie: o sei pronto, o ti fermi.
Il 2026 olimpico sarà l’anno delle responsabilità. Non solo per chi organizza, ma per un intero Paese chiamato a mostrarsi all’altezza dello sguardo del mondo. Un’Olimpiade non è mai soltanto un evento sportivo: è una cartina tornasole, un test di credibilità, un’occasione per capire quanto si è capaci di lavorare insieme. E l’Italia arriva a questo appuntamento con il desiderio di raccontare una storia diversa, più compatta, più consapevole.
Poi ci saranno gli atleti, naturalmente. Le medaglie sognate, quelle inseguite, quelle che arrivano all’improvviso. Ma anche le storie laterali, che spesso sono le più vere: chi lotta per entrare in finale, chi cade e si rialza, chi scopre che esserci è già una vittoria. L’Olimpiade vive anche di questo, di dettagli che non finiscono nei titoli ma restano nella memoria.
Milano-Cortina non promette perfezione. Promette un’idea di futuro possibile, costruita sul dialogo tra città e montagna, tra innovazione e rispetto dei luoghi. Il 2026 sarà un anno olimpico, sì. Ma soprattutto sarà un anno che dirà molto di noi. E di come scegliamo di stare al mondo, quando il mondo ci guarda davvero.
Carlo Galati








