Sinner, il sogno di una notte di mezza estate

Un viaggio lungo 4 anni e 4 mesi, che da Montecarlo ha trovato il suo nuovo approdo a Toronto. Dalla terra rossa al cemento, dall’ Europa all’America del Nord, da Fabio Fognini a Jannik Sinner. L’Italia del tennis torna a fregiarsi di un titolo vinto in un master 1000 e lo fa col suo gioiello più prezioso, con il pupillo che ha coccolato e protetto, sostenuto e incoraggiato, fino al trionfo.

Ha rotto gli indugi Jannik, ha urlato con il suo tennis il suo nome, dando quel segnale che tutti si aspettavano arrivasse, sedendosi al prestigioso tavolo dei grandi, che raffigura l’elite vera del tennis mondiale. Ha giocato il suo tennis, puntuale, preciso, forte, teso a massimizzare tutto, togliendo il fiato ai suoi avversari, con un pressing asfissiante con una sequenza di colpi che, come scatti, imprimono la propria immagine in modo indelebile sul libro dei trionfi.

La sua stagione è perfetta già così: sesto posto mondiale, primo titolo in un mille, semifinale a Wimbledon. Basta questo. Ci avremmo messo la firma e forse anche lui. Da ora in avanti avrà il vantaggio non indifferente di poter giocare con il braccio libero dal peso delle aspettative, di poter entusiasmarsi nella lotta, senza pensare troppo a quello che dovrebbe essere. Perché semplicemente lo è già. Non finisce qui, c’è ancora tanta America da conquistare e da vedere, con la ciliegina di New York, la città che non dorme mai ma che regala grandi sogni.

Carlo Galati

Un missile di nome Filippo

Un treno lanciato a tutta velocità, un ragazzone verbanese capace di dominare negli ultimi anni l’inseguimento individuale, collezionando dal 2016 sei ori, un argento e un bronzo.

L’ultima impresa è degna di Braveheart, l’eroe scozzese che a Glasgow è un mito: come Filippo, capace di recuperare in un finale con extrasistole incorporata ben due secondi al britannico Bigham, avanti nettamente fino a che l’azzurro non ha deciso di accendere il turbo.

Sul traguardo Ganna è un fulmine tricolore, gela l’allenatore inglese saltellante e ormai certo del risultato e divora quei due secondi di svantaggio, conquistando un altro oro.

Qualunque cosa abbiate fatto, non fatevi inseguire da Filippo Ganna: vi prenderà e vi lascerà indietro, perché quelli come lui non cedono mai il passo.

Onore a Filippo, ciclista meraviglioso, grande atleta, agonista mai domo.

Il cielo di Glasgow si tinge di quattro colori: verde, bianco, rosso e… oro.

Mathieu Van der Poel, il campione del mondo

Quando all’arrivo mancavano 23 chilometri, non ci ha pensato un attimo: ha inserito la marcia giusta ed è andato via. Mathieu Van der Poel ha salutato la compagnia, lasciandosi alle spalle il belga Van Aert (secondo), lo sloveno Pogacar (terzo) e il danese Pedersen (quarto): insomma, non proprio i primi avventurieri sulle due ruote. Ha illuminato il traguardo di Glasgow diventando così campione del mondo di ciclismo su strada.

Un’impresa resa ancora di più straordinaria dall’imprevisto ai 16,6 km dall’arrivo: l’olandese cade in curva a causa del viscido fondo del manto stradale bagnato dalla pioggia scozzese di mezza estate, si rovina lo scarpino destro, ma si rialza e riparte a tutta riguadagnando subito i secondi persi sugli inseguitori. Come se nulla fosse, ma nulla non è, visti gli squarci evidenti su tutto il fianco destro. Roba da supereroi, per comprendere la misura.

Una pedalata stupenda, secca, fluida e potente tipica dei campioni che nelle gare di un giorno esaltano se stessi e la propria classe, rendendo merito al dio del ciclismo per aver saputo dare quanto siamo riusciti a vedere, ovvero uno dei mondiali di ciclismo su strada più belli che si ricordino. Un podio di campionissimi, campione tra i campioni, che aggiunge quest’iride ad altri titoli mondiali, e con la possibilità sabato di aggiungere anche il titolo dell mountain bike. L’olandese che non vola ma corre in bici, che nella terra degli indomiti è riuscito a domare tutti, il mondo intero.

Carlo Galati

La scherma azzurra si ricopre d’oro, scacco matto alla Francia

Lo scrivevano qualche giorno fa: se il fioretto è la gioielleria d’Italia, la scherma è la sua miniera. D’oro, s’intende. In una giornata di gloria che ha regalato l’ennesimo suggello azzurro ad un mondiale che stiamo disputando e vincendo tra le mura amiche. Mura che hanno respinto per ben due volte in un giorno, gli assalti transalpini, prima nel fioretto femminile e poi nella spada maschile.

Alice Volpi, Arianna Errigo, Martina Favaretto e Francesca Palumbo prima e Gabriele Cimini, Davide Di Veroli, Andrea Santarelli e Federico Vismara poi hanno indicato assalto dopo assalto, stoccata dopo stoccata la via della vittoria con la nona e la decima medaglia di questa edizione che ci vede, ovviamente, primi nel medagliere, dominatori incontrastati di discipline storiche come lo sport.

E sono vittorie sulla Francia, altra grande paese dalla tradizione schermistica molto importante, e che tra esattamente un anno ci ha dato appuntamento per la rivincita dentro le loro mura, in un contesto, quello olimpico, che sembra destinato a questo tipo di impresa. Una storia in teoria stupenda, nella pratica tutta da vedere. Le armi azzurre sono pronte a replicare la festa, portandola da Milano a Parigi.

Carlo Galati

La gioielleria d’Italia

Esiste nella storia dello sport italiano una disciplina che è l’emblema di una storia di successo? Una di quelle storie che potresti raccontare anche prima che accadano perché tanto, sai già cosa scrivere; possono cambiare gli addendi ma il risultato finale no. Il risultato finale è sempre lo stesso. Campioni, anzi campionesse. Parliamo, se ancora non fosse chiaro, del fioretto femminile.

Emblema di eleganza, di colpo rivolto verso l’avversario colpendo di punto solo nel bersaglio grande. Un emblema che si sposa benissimo con il successo che ancora una volta la squadra femminile ha ottenuto, questa vota in casa, a Milano, con una splendida tripletta: Alice Volpi, Arianna Errigo e Martina Favaretto, oro, argento e bronzo. Così, in scioltezza.

Una giornata perfetta in cui si è dimostrato ancora una volta la superiorità netta della scuola italiana su tutto il resto: una scuola che prima aveva il nome di Trillini e Vezzali, poi Di Francisca e Errigo ora Volpi, senza dimenticare quello di Bebe Vio. Insomma una vera e propria cassaforte dove custodire metalli preziosi a solo un anno dall’evento più importante. Quello di Parigi dove in palio c’è la gloria (sportiva) eterna.

Carlo Galati

In Ungheria dominio Red Bull

Nel giorno in cui a Fukuoka è crollato l’ultimo record mondiale della leggenda del nuoto Michael Phelps, nella vicina Budapest è entrato nei libro dei ricordi un altro primato, ancora più longevo e il cui ricordo e’ legato a due grandi del volante, Ayrton Senna e Alain Prost.

La Red Bull, dominando con Max Verstappen il Gp d’Ungheria, ha conquistato la sua 12/a vittoria consecutiva di scuderia in Formula 1, migliorando le 11 che aveva ottenuto la McLaren nella stagione 1988. Una giornata memorabile per il team anglo austriaco e per il campione olandese, che da parte sua ha infilato il settimo successo individuale di fila e il nono stagionale, procedendo spedito verso il suo terzo titolo mondiale. Curiosamente, all’Hungaroring, a impedire la doppietta Red Bull è stata una McLaren, quella di Lando Norris, che è riuscito a tenere a bada la rimonta di Sergio Perez, che era partito nono. L’11/a gara stagionale ha confermato in pieno le difficoltà della Ferrari, che su un circuito in teoria favorevole dopo qualifiche non brillanti ha fatto seguire una gara deludente. Charles Leclerc, partito dalla sesta piazza, ha terminato settimo, causa anche una penalità di 5” inflittagli per aver superato la velocità massima in pit lane. Carlos Sainz dall’11/a posizione è salito all’ottava, non certo un balzo memorabile considerato anche il ritardo di oltre un minuto sul vincitore. Le Rosse sono risultate comprimarie come le Aston Martin (nona e decima) in una gara che oltre alle ovvie Red Bull ha visto brillare le McLaren e le Mercedes, tanto che George Russell, partito dalla penultima fila, è riuscito a raggiungere e superare le due monoposto del Cavallino.

La resa e la vittoria

Sono due facce della stessa medaglia, il positivo e negativo di ogni sport, ma potremmo dire più in generale, di quasi tutto ciò che riguarda la vita. Rompono l’equilibrio dell’incertezza dando direzione alle cose, indicandone il traguardo. Un traguardo, nello specifico quello di Courchevel, che ha visto Jonas Vingegaard mettere il punto esclamativo sul Tour de France edizione 2023.

Un Tour che ha vissuto in una situazione di stallo, di quel testa a testa tra il danese e Tadej Pogacar, che ha appassionato milioni di tifosi (incommentabili quelli a bordo strada), risoltosi definitivamente con oltre sette minuti di vantaggio in favore del primo. Prima la cronoscalata, poi il tappone alpino, hanno definitivamente sancito chi vede l’Arco di Trionfo in giallo e chi invece raccoglie i cocci di un sogno andato in frantumi.

Una resa incondizionata quella di Pogacar che ha pagato il caldo, lo sforzo di ieri e l’altitudine. Tutto il contrario di Vingegaard che invece in questo contesto si è esaltato, riposizionando le frontiere del ciclismo; corridore maniacalmente preparato ad affrontare l’impossibile, pronto a rimettere il punto esclamativo nella parola vittoria, nel palcoscenico più prestigioso al mondo.

Carlo Galati

Wimbledon  day 14+1, aria di rinnovamento 


La vittoria di Carlos Alcaraz su Novak Djokovic a Wimbledon, nell’anno del Signore 2023, è uno dei momenti di svolta nella storia di questo sport. E tante volte, in tanti abusano di questo concetto, parlando di storia e affini, nel momento in cui, forse presi dall’eccessiva foga del momento, utilizzano a sproposito questo concetto. Stavolta no. Stavolta la storia è veramente stata scritta, come volte accade, sul centrale di Wimbledon. E questa storia segna il passaggio di testimone tra dominatori.
E’ un concetto piuttosto ampio che in molti si prenderanno la briga di approfondire nei prossimi giorni, nelle prossime settimane: quello che possiamo dirvi è che, la partita è stata di sicuro equilibrata, e come spesso accade, è girata su due/tre momenti importanti e definitivi. Il tie break del secondo set ad esempio. Tre errori di Djokovic di rovescio, uno schiaffo al volo sbagliato: un set pari, dopo il 6-1 iniziale del serbo preludio alla solita, vittoria. Ed invece, Alcaraz ha vinto dominando il serbo sui suoi terreni: che sono quello fisico e quello mentale. Lo ha battuto lì, con la sua forza e la sua dirompente atleticità, lo ha battuto nel braccio di ferro mentale, in quegli scambi infinitamente lunghi, solitamente approdo sicuro per il serbo, mare in tempesta in questo caso.
Una tempesta perfetta quella di Alcaraz che ha salvato il tennis dall’ennesimo atto di forza di Djokovic, il campione dei campioni capace, come scrivevamo ieri, di monopolizzare i sogni di generazioni di possibili campioni, mai sbocciati e soffocati dal dominio del serbo. La generazioni dei ventenni terribile era a rischio anche lei, sopraffatta com’era già stata qualche mese fa al Roland Garros o in semifinale qualche giorno fa a Wimbledon. Ecco perché questa vittoria è importante: perché ha permesso che le porte del tennis mondiale di aprissero nuovamente facendo entrare nuova aria nelle stanze dei trofei.
Ci congediamo così. Ringraziamo al solito i nostri 25 lettori chiedendo anche stavolta scusa se li abbiamo annoiati, confermando che non lo si è fatto di proposito. Ad maiora!
Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 14: finale di stagione



Ed eccoci qui, a scrivere del capitolo finale, senza avere la minima idea di come si possa arrivare alla parola fine. Di sicuro ci aspetta, sulla carta, il finale più bello possibile, si spera anche sul campo, rinfrancandoci dalla finale femminile che ci ha tolto ogni sorta di entusiasmo possibile in un caldo pomeriggio di mezza estate. Jabeur-Voundrousova è stata una brutta partita, inutile girarci troppo attorno, nella quale, già il tennis della ceca non è tra i più entusiasmanti, se in più ci mettiamo il braccino di colei che avrebbe dovuto regalare spettacolo, beh il risultato finale non può che essere quello, ovvero partita brutta vinta dal tennis meno bello (mettiamola così). Comunque chapeau a Marketa, campionessa di Wimbledon. Detto questo, veniamo a noi, alla finale delle finali, al match più atteso e ai suoi tanti significati.

Nel match tra Djokovic e Alcaraz, c’è tanto in palio: Wimbledon, of course, la possibilità per il serbo di continuare a sognare il grande Slam, il numero 1 al mondo, ma soprattutto c’è in ballo il futuro del tennis. Ora, siamo consapevoli del fatto che in questo poche righe sia difficile argomentare bene e che ci attireremo le ire di molti, però chi vi scrive considera, senza alcun dubbio, Djokovic uno dei più grandi sportivi della storia dello sport, andando oltre la singola disciplina, parliamo del gotha assoluto. Premessa d’obbligo per arrivare al punto: ha dominato la sua generazione (Rafa a parte, Roger in parte). Ha fatto lo stesso con la generazione successiva, quella dei vari Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Thiem, lasciando loro briciole. Sta provando a fare lo stesso con l’ultima di queste generazioni, Alcaraz, Rune, Sinner che avranno più tempo per avere chance anche dopo il ritiro di Nole ma potrebbero vivere nel ricordo di chi li ha battuti. Ecco perché Alcaraz ha la chance di poter invertire una rotta ancora invertibile, per poter salvare la nouvelle vague dalla furia serba. Lo spagnolo come ultimo baluardo, per provare a salvarsi, salvando il tennis da se stesso, ovvero dal dominatore incontrastato che ha puntato lo slam numero 24 e il numero 8 a Wimbledon. 

Fuori i secondi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 13: il giorno della campionessa


Ci siamo, siamo quasi arrivati alla fine. Vediamo il triangolino dell’ultimo chilometro stagliarsi nitidamente in lontananza, l’ultimo sforzo prima di alzare le braccia al cielo dicendoci: è finita. Siamo stanchi anche noi, neanche avessimo scalato in bici il Tourmalet… tanto per continuare a restare in tema. Torniamo seri: abbiamo visto entrambe le semifinali maschili e ci aspettavamo di più. Come gioco, come strategia, come tattica, invece è stato più o meno quello che ci si aspettava, però con meno pathos. La cosa egualitaria è che almeno entrambi i finalisti sono stati poco in campo, hanno avuto due partite piuttosto democratiche dal punto di vista dello sforzo profuso. Magra consolazione, se pensiamo a cosa poteva essere e non è stato. La giocheranno i migliori, numero 1 e 2 al mondo, ma di questo vi scriveremo domani. Oggi invece non possiamo non parlare della finale femminile, il main event in questo secondo sabato londinese. Saranno contenti i soci del club: da settimana prossima non avranno più tifosi in bermuda, sudaticci e alle volte pure alticci, in giro tra i campi alla ricerca del souvenir o di un Pimm’s. 

Quindi sarà Ons Jabeur-Marketa Voundrousova l’atto conclusivo di un torneo che ha visto perdersi per strada tutte le favorite: Iga Swiatek, Aryna Sabalenka ed Elena Rybakina, sono state in gara ma piuttosto svogliatamente, senza mai dare l’impressione di crederci davvero, di esprimere la propria voglia di vincere, di dominio. Insomma quella roba che ha Djokovic. E così in finale si affrontano due giocatrici diversissime tra loro: una, Jabeur, che riscontra il piacere del grande pubblico, soprattutto londinese, l’altra Voundrousova, giocatrice regolare, che tiene molto lo scambio e non sbaglia praticamente mai. Per entrambe una sorta di rivincita che di finali Slam ne hanno perse entrambe, una propria a Wimbledon, l’altra a Parigi. Ci conoscete sinceri e vi diciamo che non è che ci entusiasmi molto questo match: è vero Jabeur ha un gioco più vario, quasi erbivoro ma comunque in altre ere sportive sarebbe stata una delle tante. Oggi invece è la favorita per vincere Wimbledon: sta tutto qui. 

A domani.

Carlo Galati @thecharlesgram