Wimbledon, day 3: i match da non perdere

Ci eravamo lasciati con un interrogativo: si giocherà domani? Who knows?! E, nel pieno della stagionalità inglese, che alterna giornate di pioggia ad altrettante di sole, il giorno due di Wimbledon è stato privilegio per pochissimi. Di sicuro per gli spettatori del “Centre Court”. Il resto ha visto poco o nulla, compreso un tiratissimo set tra Berrettini e Sonego, match che vi abbiamo suggerito ieri. Lo diciamo chiaramente, potremmo campare di rendita, non consigliarvi nulla di nuovo, visto che la maggior parte dei match deve ancora giocarsi, creando quella meravigliosa confusione che ti fa esclamare, “Cecchinato è ancora in gara a Wimbledon?!”. Peccato debba ancora disputare il primo turno (si scherza Check). Dicevamo, potremmo sopravvivere scrivendovi, leggete le puntate precedenti, ma il direttore non è d’accordo con questa linea e dunque, in via eccezionale, di match ne consigliamo tre. Quindi, come sempre, veniamo a noi:

Rublev-Karatsev: se vi piace il tennis dei picchiatori, di quelli che piuttosto che perdere un punto guarderebbero Pomeriggio Cinque per due giorni di fila, se vi piace quel tennis fisico (definizione astrusa ma per certi versi piuttosto reale) allora è la partita che fa per voi. Probabilmente rovineranno i campi più del dovuto e le palline a fine match saranno specie protette, però non si può dire che non valga la pena vederla e poi, come già scritto, un derby è sempre bello da vedere. La domanda è: quando giocheranno? Fortunatamente non siamo noi gli organizzatori.

Mertens-Svitolina: è probabilmente il match più interessante in campo femminile, esclusi quelli di cui abbiamo parlato nei giorni precedenti e mai disputati finora. Sono due giocatrici piuttosto simili nel modo di affrontare il campo e nel modo di giocare sull’erba. Si prospetta una partita interessante, giocata tra due veterano del circuito. Se vi annoiaste, andate a leggere a ritroso: troverete valide alternative. 

Carlo Galati

Wimbledon, day 2: i match da non perdere

La prima giornata è andata, tra interruzioni, Djokovic che prova ad asciugare il campo e Bublik che prima fa finta di giocare al livello McDonald (evitate battute…) per poi decidere di chiudere la questione in tre comodi set. Speriamo vada avanti il più possibile: vogliamo divertirci e al netto del giudizio che si possa avere, è un giocatore che piace. Stiamo divagando, come sempre. Torniamo dunque piedi per terra e occhi rivolti verso il domani che si spera meno piovoso, ma siamo a Londra: who knows?! Quindi veniamo a noi:

Berrettini-Sonego: è come se ti facessero quella stupida domanda, se vuoi più bene alla mamma o al papà. Mettiamola così, Matteo su questi campi ci ha fatto godere e non poco. Ci ha fatto sognare e siamo davvero dispiaciuti nel vederlo così. Lorenzo è il giocatore che vorremmo essere e che non saremo mai. Di sicuro i motivi per vederla non mancano: vinca il migliore.

Thiem-Tsitsipas: se ci avessero detto che questo sarebbe stato match di primo turno a Wimbledon, probabilmente avremmo guardato il nostro interlocutore, sconcertati. È stata la finale del Master nel 2019, la finale di un 1000, per diamine, cos’è successo?! Tanto, tantissimo. Match non chiuso, con l’austriaco alla ricerca di ciò che fu e il greco che proverà a tenerlo a bada (abbiamo scritto bada, non Badosa…mannaggia).

Cressy-Djere: ci piace vedere l’americano andare a rete anche sul rosso dopo un’abbondante pioggia: figurarsi nella patria del serve&volley. Vale la pena solo per questo. Poi, da contratto, dobbiamo consigliare almeno un match da nerd del tennis.

Rybakina-Rogers: scende in campo la campionessa in carica. Dicono non sia in forma, vogliamo vedere il match per comprenderlo. Se così fosse, Rogers potrebbe essere un osso più duro di quanto si pensi.

Kvitova-Paolini: Jasmine ha poche chance con Petra, fresca vincitrice a Berlino. La ceca vive una seconda giovinezza e potrebbe essere l’outsider per il titolo.  Primo turno interessante. 

Carlo Galati

Wimbledon, day 1: i match da non perdere

C’è chi vorrebbe ricoprirlo di cemento, chi ne vorrebbe un ammorbidimento delle regole scritte e non scritte di comportamento, in campo e fuori, chi in buona sostanza ne vorrebbe modificare la quint’essenza, stravolgere il senso naturale delle cose. Impossibile. Wimbledon è Wimbledon, giusto che rimanga così, resistendo alla deriva relativista che incombe sul tennis. Lasciateci qualche certezza. Detto questo, se non fosse ancora chiaro, vi toccherà sorbirvi i consigli sulle 5 partite del giorno, almeno fino a quando ce ne saranno almeno 5, quindi, veniamo a noi:

Goffin-Kyrgios: partita che in molti aspettano per capire lo stato di forma del finalista dello scorso anno, arrivato a giocarsi il titolo esprimendo il massimo livello del proprio tennis. Nel 2023 è stato una meteora o poco più e Goffin non è l’avversario più semplice del mondo. Non scommettiamo, ma se avessimo un euro da puntare, su chi lo faremmo? Ve l’abbiamo detto.

Bublik-McDonald: il kazako, uno dei motivi per cui continuiamo a guardare il tennis, viene da una prestigiosa vittoria sull’erba. Ha un po’ di sana pressione addosso, pur restando quello che è: un giocatore estemporaneamente meraviglioso (ricorda qualcuno…). Mackenzie McDonald (!!!) è però un brutto cliente.

Sinner-Cerundolo: non fossimo italiano probabilmente non vi consiglieremmo questo match ma, è importante capire come sta Jannik dopo il ritiro per infortunio di Halle, settimana scorsa. Se sta bene Cerundolino non dovrebbe essere un problema. Se.

Venus-Svitolina: quando si dice, “basta il nome”. Venus è Venus. Ma anche Elina è una giocatrice che ha qualcosa da raccontare nel circuito. In questi casi o viene fuori una partita memorabile o un’esibizione da museo delle cere. Noi rischiamo e propendiamo per la prima.

Kenin-Gauff: sembra la sfida tra una veterana e la ragazzina appena arrivata nel circuito, solo che la prima ha 24 anni e la seconda oltre duecento partite nel circuito maggiore. E poi un derby è sempre interessante a prescindere.

Carlo Galati

Tour e Wimbledon: l’evento che diventa mito

Di solito a fine giugno si inizia ad immaginare quel periodo così tanto italico delle ferie d’agosto, fantasticando su come trascorrere giornate che poi, alla resa amara dei conti, risultano più stancanti della routine da cui si fugge, ma tant’è, va così. In realtà, per noi amanti dello sport, questo è il periodo dell’anno in cui vorremmo rinchiuderci a casa, evitare ogni socialità per immergerci totalmente nel Tour e vivere nella gioia di Wimbledon.

Da una parte le salite dei Pirenei e delle Alpi, con il Col de Marie Blanque o il mitico Puy de Dôme, dall’altra la bellezza senza fiato del verde dei campi dell’All England Club, con la regalità del Centre Court a farla da padrona. Due eventi sportivi che segnano la distanza tra l’eccellenza e tutto il resto, iconici già nel nome, universalmente riconosciuti come il massimo livello.

E poi loro, i protagonisti che hanno reso grandi negli anni questi due eventi trasformandoli in legenda; ciclisti e tennisti come novelli cantori di due mondi apparentemente lontani sostanzialmente vicini nell’esaltazione dell’uomo solo al comando, dell’atleta che si fa unico interprete del proprio destino. Si comincia domani con il Tour, lunedì con Wimbledon. Non resta che mettersi comodi.

Carlo Galati

L’atletica Azzurra e l’età dell’oro

L’atletica italiana vive un periodo che mai aveva raggiunto. Pleonastico ricordare perché, altresì superfluo menzionare le vittorie. Eppure al quadro perfetto mancava ancora qualcosa, la pennellata d’autore finale, quel tocco che ne segnasse per sempre il valore, imprimendone a fuoco le gesta. Quella pennellata è la vittoria negli Europei a squadra o per i più romantici, la Coppa Europa.

A Cracovia è stato un assoluto dominio quello della squadra italiana, che ha trionfato nella classifica finale con 426,5 punti, precedendo con un distacco abissale i padroni di casa polacchi che erano i campioni uscenti (402,5 punti), la Germania (387,5), la Spagna (352) e la Gran Bretagna (341).

Capitanati in maniera esemplare da Gianmarco Tamberi, che oggi ha portato a casa la sua vittoria nel salto in alto, gli azzurri hanno ottenuto altri sei successi: Samuele Ceccarelli (100 metri), Alessandro Sibilio (400 ostacoli), Zane Weir (getto del peso), Sara Fantini (lancio del martello), Nadia Battocletti (5000 metri) e Tobia Bocchi (salto triplo).

E sono tante le indicazioni, tantissime le speranza in vista dei mondiali di quest’estate e dell’obiettivo a cinque cerchi del prossimo anno a Parigi. Una su tutte, Samuele Ceccarelli che ha trionfato sui 100 metri, gara in cui è mancato il re della specialità, che di nome si chiama Marcell. L’atletica italiana è in buone mani, con una generazione di fenomeni a guidarla.

Carlo Galati

L’Olimpia degli dei

La conquista del trentesimo scudetto, la terza stella su una maglia rossa che vive di luce propria e che con orgoglio ha scritto una pagina lucente della storia dello sport italiano. L’Olimpia Milano ha completato il suo viaggio, battendo in gara sette la Virtus e lasciando negli occhi e nel cuore dei propri tifosi qualcosa che resterà per sempre.

Ed è la vittoria di Giorgio Armani e del suo impegno per questa società è questa città, di Ettore Messina eroe dei due mondi cestistici e da oggi uno dei simboli della Milano sportiva, insieme al capitano Nicolò Melli, al capitano in pectore Gigi Datome, insieme al popolo biancorosso che festeggia, inneggia ai suoi eroi e sogna traguardi ancora più ambiziosi.

Sogna Milano, sogna l’Olimpia perché è giusto farlo perché la storia ha insegnato che le scarpette rosse possono tornare a dominare anche in altri ambiti. Europei per la precisione. Ma per quello ci sarà tempo. Oggi è solo tempo di festeggiare, gioire e guardare al futuro consapevoli che in Italia nessuno è come l’Olimpia.

Carlo Galati

Canada, vince Verstappen e raggiunge Senna

Ennesimo trionfo di Max Verstappen nel segno di Ayrton Senna.

Il campione del mondo della Red Bull vince anche il Gp del Canada allungando ancora di più nel Mondiale e soprattutto centrando il 41esimo successo in carriera che gli permette di eguagliare la leggenda brasiliana.

Sul podio la Aston Martin di Fernando Alonso, secondo, davanti alla Mercedes di Lewis Hamilton. Incoraggiante la gara della Ferrari che, nonostante partisse da dietro a causa delle qualifiche horror del sabato, azzecca la strategia ad una sosta e ritrova un passo che gli consente per la seconda parte della corsa di avvicinare i migliori. Alla fine Charles Leclerc, che ha corso con un casco dedicato a Gilles Villeneuve, è quarto davanti al compagno di squadra Carlos Sainz, ma la differenza con le Mercedes e le Aston Martin a Montreal sembra annullata ed anche l’olandese volante non sembra così lontano come nelle ultime gare.

La partenza sulla pista di Montreal e’ regolare. Subito al comando la Red Bull di Max Verstappen che partiva dalla pole davanti alla Mercedes di Hamilton che al via passa la Aston Martin di Alonso. Quarta l’altra stella d’argento di George Russell. Nona la Ferrari di Leclerc che scattava dalla decima posizione, mentre è undicesima al semaforo verde la Rossa di Sainz. Dopo i primi giri come di consueto Verstappen prende il largo portandosi ad una distanza di sicurezza (oltre tre secondi) dalla Mercedes di Hamilton.

Al giro 12 primo piccolo colpo di scena: la stella d’argento di Russell va a muro e danneggia un pneumatico. La direzione gara decide di far entrare immediatamente la safety-car e le monoposto di testa, dalla Red Bull di Vesratteppen alla Aston Martin di Alonso, si fermano per il cambio gomme. All’uscita della safaty-car il trio di tesa non cambia (Verstappen, Hamilton e Alonso tutti con la gomma dura), mentre le Ferrari che non si fermano ai box si ritrovano al quarto e quinto posto rispettivamente con Leclerc e Sainz.

La scuderia di Maranello vuole evidentemente sfruttare il miglior passo gara rispetto alle Mclaren. Al giro 22 la Aston Martin di Alonso sorpassa la Mercedes di Hamilton sfruttando il maggior feeling della sua vettura con la gomma bianca. Hamilton prova a contro-sorpassare e ne nasce una sfida targata ‘vecchi tempi’. Poi però il sette volte campione del mondo deve rinunciare alla seconda posizione a causa di un crollo di prestazione con gli pneumatici duri. Sul fronte Ferrari sembrano confermate le previsioni di un passo gara ritrovato sia per Leclerc che per Sainz con le gomme medie: entrambe le Rosse girano su tempi simili al trio di testa. Al giro 37 nuovo rischio di safety car: attacco della Alpha Tauri De Vries alla prima curva su Magnussen, contatto tra i due che permette a Russell di passare. Poche curve dopo i due si toccano di nuovo e finiscono lunghi nella via di fuga provocando una bandiera gialla e perdendo molto tempo nel ripartire.

A oltre metà gara arriva l’ora della sosta anche per le Ferrari che mettono la gomma dura e si ritrovano nella stessa posizione con Leclerc ai piedi del podio virtuale davanti al compagno Sainz, quinto. La strategia ad una sosta del Cavallino Rampante appare quella giusta con le due Rosse non troppo lontane dalla Mercedes di Hamilton, in terza piazza. Pochi giri e si capisce che le Ferrari vanno anche con la gomma bianca e girano sugli stessi tempi di Verstappen ritrovandosi improvvisamente in grado di lottare per il podio. Un terzo posto che alla fine non arriva, ma Leclerc e Sainz possono andare via da Montreal con un po’ di fiducia in più per i miglioramenti visti sul tracciato intitolato a Gilles Villeneuve. Per Verstappen una festa infinita in nome di Senna e di un titolo, il terzo di fila, che sembra già suo con netto anticipo, proprio sulla scia del mito verdeoro della Formula 1.

Gino Mader, l’ultima vittima del ciclismo coraggioso

Il ciclismo piange, ancora una volta. In salita o in discesa, nel pieno della maturità o nel pieno dell’ardore giovanile, non importa. Il destino, beffardo, amaro e senza scampo viaggia sulle due ruote, insiemi ai corridori e tracciando quel sottile confine tra la vittoria e la sconfitta, tra l’arrivo e il ritiro, tra il vivere o il morire. Ed è Gino Mader, corridore svizzero, l’ultimo a cui il destino ha dato appuntamento, chiamandolo a se nel Giro di casa, in una discesa, che magari avrà provato decine di volte, mentre si allenava tra le montagne di tutta una vita, una discesa che ha spezzato la sua vita e inflitto l’ennesima ferita al cuore del ciclismo.

Già perché le vittime aumentano, i morti sulle due ruote sono sempre di più, sempre più frequentemente ci si ritrova a chiedersi cosa si sarebbe potuto fare: molto? Poco? Non abbiamo una risposta e probabilmente nessuno ce l’ha al monento, perché il ciclismo è anche purtroppo questo. E’ lo sport romantico per definizione, sangue, sudore, lacrime, il pubblico che ti incita e la solitudine del numero primo. La partenza in gruppo, il momento della fuga, la grandi salite, le lunghissime discese. Cosa fare? Teorizzare la messa in sicurezza totale del ciclismo è fondamentalmente una banalità di cui non si sente il bisogno. Perché? Perché è sport di strada, l’unico vero… e quando si va per le strade il rischio, molto alto, che qualcosa accada c’è.

Parliamo di un mezzo, la bicicletta, per definizione debole rispetto a tutti gli altri, fragile e delicato nella sua essenza; cavallo domato da un fantino le cui (in)sicurezze sono il motore che muove tutto. Anche la paura. Ed è da quello che bisogna partire, dalla paura che diventa saggia consigliera e non beffarda suggeritrice. Una paura che porta all’educazione del rischio, alla consapevolezza della morte. Questa è la ricetta perché non c’è altro modo di tenere il ciclismo in piedi, se non educare alla paura i ciclisti, per impararsi a difendere da ogni pericolo, anche da se stessi. Nel frattempo piangiamo per Gino Mader, l’ennesima vittima di un ciclismo senza paura.

Carlo Galati

Le lacrime di Claudio

Le lacrime bellissime di Claudio Ranieri, settantunenne, allenatore e gentiluomo, pesano da sole più della tanta pioggia caduta sul San Nicola.
Un uomo integro, un ottimo tecnico, un cuore grande così, all’ottantottesimo prende dal mazzo una carta sulla quale quest’anno nessuno avrebbe puntato un centesimo: Leonardo Pavoletti.


Confida proprio nel potere del cuore, della voglia di rivalsa, nella càbala persino.
E Pavoletti si trasforma in un magnifico jolly, regalando al nobile Cagliari la serie A, lasciando di ghiaccio la grande bellezza dello stadio barese, straripante di amore e passione biancorossa.
Piange a dirotto, Claudio.
Di gioia, di amore, di consapevolezza, perché di gioie così non gliene restano moltissime, complici le settuagenarie primavere.
La grande bellezza, all’improvviso, è lui: il romano de Roma innamorato dell’Isola di Gigi Riva.


Onore, allora, a Claudio Ranieri, Principe di Sardegna, officiante di un calcio che vorremmo non finisse mai.

Paolo Di Caro

No23, la storia di un record

Tante volte ci si lascia andare, confezionando iperboli che, nella maggior parte delle volte sono fini a se stesse, raffigurazioni di un mero esercizio scrittorio più che rappresentative della realtà. E ci scuseranno quelli che maneggiano argomenti di sicura maggiore importanza ma, di questo scriviamo, di sport e di tennis nello specifico. Una storia lunga oltre 150 anni e che ha visto a Parigi compiersi, in queste ore, uno dei momenti più importanti della sua storia. O forse il più importante.

Già perché Novak Djokovic, ha aggiunto il punto esclamativo alla parola record, raggiungendo quell’apice che sarà molto, molto, molto difficile raggiungere: 23 titoli Slam sono un qualcosa di inimmaginabile, impensabile solo a scriverlo, figurarsi ad ottenerli sul campo.

E forse, abituati come siamo ad aver vissuto quest’epoca tennistica, che attraversa più di un decennio, ci renderemo conto di quanto accaduto tra qualche anno, quando quelli che vedremo e chiameremo campioni, vinceranno Slam, ma guarderanno da molto lontano un record e un obiettivo che resterà lì a ricordare una generazione di fenomeni guidata da chi ha infranto ogni muro, impostando le nuove regole del gioco, la nuova misurazione dell’ impossibile: Novak Djokovic.

Carlo Galati