Goodbye Eddie


Ci ha lasciato oggi Eddie Jordan è una delle figure più iconiche della Formula 1, noto non solo per il suo ruolo di fondatore e proprietario del team Jordan Grand Prix, ma anche per la sua personalità carismatica e il suo acuto senso degli affari. Ex pilota di kart e formula 3, con scarsi risultati si rese conto che il suo talento era più nella gestione che nella guida. Fondò così la Eddie Jordan Racing nel 1979, squadra che ebbe successo nelle formule minori, vincendo anche un campionato di F3000 con un esordiente e Jean Alesi.

È un mondo diverso 45 anni fa, quando si potevano realizzare i sogni, anche esordendo nella massima serie automobilistica non dei buoni progettisti, con poche lire (sorry, sterline), un mondo di persone e di intuizioni, più che di capitali: Jordan capisce che è il momento del salto di qualità e porta la sua scuderia in Formula 1 fondando una scuderia eclettica almeno quanto il suo team principal. Fin dall’inizio, il team si distinse per il suo approccio audace e per le livree accattivanti delle vetture (come non ricordare la mitica testa di serpente sul musetto della jordan 197), e che per poco non vince il mondiale del 1999.

Personaggio trasversale, musicista, appassionato di nautica, 2 dottorati, spesso fuori dagli schemi, ma amato da tutti, profondo scopritore di talenti ( 2 su tutti Michael schumacher e Rubens Barrichello) , se ne va un pezzo di formula 1 che non esiste più, fatta di test su strada, rumore, caos, di prove ed errori e di intuizioni che potevano portare alla gloria anche gli “underdog. Un mondo che non ternerà più, perché giustamente, come cantavano illustri conterranei “the show must go on”.

Ivan Cabiddu

Mirra & Jack, un cocktail che sa di novità

Indian Wells, California, terra di palme, vento e sogni. Qui, dove le ombre si allungano sui campi di cemento, due ragazzi hanno rubato la scena, strappandola ai soliti noti. Mirra Andreeva e Jack Draper. Giovani, affamati, pronti a tutto. Il nuovo che avanza, senza chiedere permesso. A diciassette anni, Mirra Andreeva gioca già come una veterana. Ha tocco, ha grinta, ha la mente sgombra di chi non teme nulla. Indian Wells è suo, il trofeo stretto tra le mani dopo aver battuto Aryna Sabalenka in rimonta: 2-6, 6-4, 6-3. L’ha guardata negli occhi, la numero uno del mondo, senza tremare. L’aria di California le ha fatto bene, ma il suo tennis non è frutto del caso. Dietro ci sono ore di allenamenti, sacrifici, viaggi, partite giocate con la fame di chi non vuole solo esserci, ma vuole vincere. Conchita Martínez le fa da guida, e il futuro ha già il suo nome scritto a caratteri cubitali. A chi pensa che il suo tennis sia solo potenza, lei risponde con intelligenza tattica da veterana. Gli scambi lunghi non la spaventano, la pressione neppure. È il talento che danza sulla linea di fondo e che avanza senza paura.

Jack Draper, 23 anni, ha visto l’inferno degli infortuni e ha scelto di non restarci. A Indian Wells si è preso tutto, battendo in finale Holger Rune con un secco 6-2, 6-2. Un assolo, una sinfonia perfetta. Forte, elegante, con un rovescio che affonda come un coltello. Ha superato Alcaraz e Fritz prima di arrivare all’ultimo atto. E quando c’è arrivato, non ha lasciato nulla. Il Regno Unito, orfano di un Andy Murray sempre più stanco, ora sa su chi puntare. Draper è potenza e geometria, servizio pesante e piedi rapidi, aggressività e controllo. Sapeva che il fisico era la sua croce, ha lavorato per farlo diventare un’arma. Non è più solo una promessa, è una certezza. Non chiede spazio, se lo prende.

Due strade diverse, un destino simile. Mirra e Jack non giocano per stupire, giocano per vincere. Hanno il futuro davanti e si stanno prendendo il presente. Sono il tennis che verrà, e Indian Wells l’ha capito prima di tutti. E ora anche noi.

Carlo Galati

Il Palio di Pogacar

L’arcobaleno brilla su Piazza del Campo, e il popolo del ciclismo acclama ancora una volta Tadej Pogacar. Tre vittorie in quattro anni, numeri da dominatore. Lo sloveno non si limita a vincere, ma lascia il segno, scavando distacchi e spegnendo le speranze degli avversari con la naturalezza di chi sa di essere il più forte. Strade Bianche da record, media oraria da classica primaverile (40.704 km/h), e un copione che si ripete: Pogacar che saluta la compagnia e vola via.

Questa volta l’ultimo a mollare è Thomas Pidcock. Il duello inizia a 77 km dall’arrivo, sul Monte Sante Marie, e si trascina fino ai -18, quando il Colle Pinzuto scrive la sentenza: Pogacar se ne va, Pidcock si arrende. Nel mezzo, anche un brivido. Ai -52, un errore in discesa manda a terra il campione del mondo e coinvolge Connor Swift, l’unico altro capace di reggere l’urto di un Pogacar in giornata da fuoriclasse.

La UAE Team Emirates – XRG festeggia doppio: Tim Wellens pesca il jolly nel finale e si prende il podio, otto anni dopo la sua prima volta. Ma i riflettori sono tutti per Pogacar, che con la terza vittoria eguaglia Fabian Cancellara e si guadagna un cippo sullo sterrato. Un segno del destino, perché certi campioni non passano: restano.

Carlo Galati

Bruno Pizzul, la voce di un’altra Italia

A Bruno Pizzul non servivano effetti speciali. Non alzava la voce, non cercava il titolo a effetto, non inseguiva la polemica. Raccontava il calcio con la misura di chi sapeva che una telecronaca è un servizio, non uno spettacolo. In un’epoca in cui i telecronisti sembrano dover dimostrare ogni secondo quanto siano emozionati, lui rimaneva fedele al suo stile: sobrio, elegante, pulito.

Se n’è andato oggi, e il calcio italiano è un po’ più solo. Nato a Udine nel 1938, Bruno era figlio di un altro calcio e di un’altra Italia. Un’Italia di radioline gracchianti e voci che raccontavano le partite con precisione chirurgica. Un’Italia dove il giornalismo sportivo aveva il tono della competenza e non della tifoseria.

Il calcio lo aveva amato prima con i piedi, poi con la voce. Mezzala di talento, aveva giocato da Catania a Udine, prima che un infortunio gli chiudesse la strada. Da lì in avanti, aveva scelto un altro modo di stare nel pallone: con la parola. E che parola.

Dal 1986 al 2002 è stato la voce della Nazionale italiana. Ha raccontato la cavalcata spezzata di Italia ’90, la notte magica di Berlino ’96, la beffa di Euro 2000, il buio di Corea e Giappone. E sempre con il suo stile. Mai un urlo di troppo, mai un eccesso. Se l’Italia segnava, lui aspettava che lo stadio parlasse prima di lui. Un gol lo raccontava come si racconta un quadro: con pochi tratti essenziali, senza mai soffocarlo.

Non era un cronista da bar. Se volevi sapere se la palla fosse entrata o meno, lo capivi subito. Se cercavi l’insulto all’arbitro o la battuta sugli avversari, meglio cambiare canale. Pizzul era uno di quelli che ti facevano sentire intelligente. Ti spiegava il calcio senza urlarlo, senza masticarlo e risputartelo in bocca. Ti lasciava spazio per pensarci su.

Quando nel 2002 lasciò la Rai, si portò via un pezzo di calcio che non c’è più. Oggi che ci lascia definitivamente, quel pezzo diventa ancora più lontano.

Bruno se n’è andato, e con lui un’idea di giornalismo che ci mancherà. Un giornalismo che rispettava il gioco e chi lo ascoltava.

Buon viaggio, Bruno è stato tutto molto bello.

Carlo Galati

Brignone da impazzire

La Leonessa sbanca Sestriere con una clamorosa doppietta in Gigante, proseguendo una stagione straordinaria dopo i sorrisi mondiali.
Settima vittoria e una volontà di potenza che lascia senza fiato le avversarie: le illude con una prima manche in controllo—si fa per dire—per poi scatenare la Bestia nella seconda, sciando al limite, ma senza mai dare la sensazione di rischiare davvero.

I campioni e le campionesse sono così: protetti dalla loro bravura e dai Lari custodi del talento.
Le lame dei suoi sci viaggiano leggere, scivolano lungo il binario Federica e squarciano le lancette del cronometro: miglior tempo di manche, più di sette decimi su Gut-Behrami, oltre un secondo su una splendida Sofia Goggia in rimonta.

Lasciate perdere i paragoni con Alberto Tomba, le tabelle, i record.
Federica Brignone è semplicemente Federica Brignone: la miglior sciatrice azzurra della storia, matura, polivalente, con una tecnica sopraffina e un sorriso che illumina le nevi baciate dal sole, come il riflesso accecante della luce sull’oro zecchino che ricopre ogni centimetro della trentiquattrenne milanese volante.

Van der Poel, il settimo sigillo

Ci sono vittorie che sorprendono e altre che rassicurano, come il sole che sorge o il caffè al mattino. Mathieu van der Poel a Liévin non ha vinto: ha dato una dimostrazione di forza, di quelle che non lasciano repliche, che chiudono i discorsi prima ancora che qualcuno possa aprirli. Un avversario ha provato a resistergli? Forse, ma solo per un attimo, un’illusione durata meno di un giro. Poi il vuoto, il cronometro che scava distacchi, il fango che diventa un dettaglio, la fatica che sembra appartenergli meno che agli altri.

Dietro, Wout van Aert mastica amaro. La partenza è stata un pasticcio e quando si ritrova a inseguire, Van der Poel è già un puntino lontano. Fa quello che può, e quello che può basta per un argento. Più dietro ancora, Thibau Nys si prende un bronzo che sa di promessa: il futuro è suo, ma il presente ha ancora un padrone.

Sette titoli mondiali. Come Erik De Vlaeminck, che dominava il ciclocross quando le immagini erano in bianco e nero e gli eroi avevano nomi fiamminghi. Van der Poel ha iniziato nel 2015, poi un’interruzione di tre anni in cui ha dovuto lasciare spazio a Van Aert. Ma dal 2019 è stato un assolo: sei mondiali di fila, un’egemonia totale, una firma su ogni stagione.

Il settimo titolo è una tacca sulla storia, un sigillo che lo mette accanto a De Vlaeminck, ma con un dettaglio che fa la differenza: il suo viaggio non è finito. Può ancora vincere, allungare la striscia, rendere questo dominio ancora più inespugnabile. Liévin è solo una tappa di un percorso che sembra scritto da sempre, come il vento che soffia tra i prati fangosi e porta con sé un solo nome: Mathieu van der Poel.

Carlo Galati

Il Sei Nazioni, la bolla del rugby

Il Sei Nazioni è di nuovo qui. Venticinque edizioni nell’era moderna, ma il rugby non ha bisogno di ere per sapere da dove viene. Stasera si parte con Francia-Galles, una sfida che ha il sapore delle grandi tradizioni. Ci dirà qualcosa sui Dragoni, su quanta sostanza c’è dietro le parole di Warren Gatland, uomo di troppe battaglie per lasciarsi andare a dichiarazioni leggere. Dall’altra parte, la Francia, che si candida alla vittoria e ha recuperato un certo Antoine Dupont. E quando hai un fuoriclasse in gran forma, il mondo ti sembra un posto più facile.

Il Sei Nazioni è sempre una cosa a parte, un torneo che si muove su orbite proprie. Il ranking mondiale, le gerarchie, i pronostici? Contano fino a un certo punto. Qui dentro c’è un’atmosfera a sé, una bolla, dove tutto è più intenso e i risultati del turno precedente si propagano come onde nel lago. Un rimbalzo sbagliato può cambiare tutto.

Il calendario è un piccolo capolavoro di tensione. Si comincia subito con Irlanda-Inghilterra, test importante per capire se la difesa inglese è rocciosa o solo ben pettinata. Poi arriva il secondo turno e con lui Inghilterra-Francia, che ha sempre un sapore di Guerra dei Cent’Anni, anche quando si gioca su un campo di rugby. Il terzo turno porta Galles-Irlanda, una partita che potrebbe prendere una piega interessante se i gallesi avranno fatto vedere cose buone prima. Magari anche a Roma.

Poi si scollina e si arriva al quarto turno, con un Irlanda-Francia che è già scritto nelle scintille nell’aria. E infine il quinto, dove il Millennium Stadium si vestirà da teatro della vendetta con Galles-Inghilterra. Sarà una battaglia, perché quando i gallesi vedono la maglia bianca, vedono tutto rosso.

Italia, venticinque anni in viaggio

Un quarto di secolo è già passato. Sembra ieri, sembra un’altra vita. Il rugby azzurro ha vissuto giornate buone e meno buone, ma c’è ancora, dentro il torneo più bello del mondo. Era il 5 febbraio 2000, faceva freddo, e l’Italia metteva la prima impronta nel Sei Nazioni battendo la Scozia campione uscente. Roma diventava capitale ovale.

Il tempo fa giri strani, sfuma i contorni, trasforma i ricordi prima in storia, poi in leggenda. È così anche per Massimo “Mouse” Cuttitta, uno che ha dato tanto, da giocatore e da allenatore. Gli scozzesi gli hanno dedicato un trofeo, la Cuttitta Cup, per dire grazie. Grazie per aver lasciato un segno, per aver cambiato qualcosa.

E domani? Domani c’è Edimburgo, c’è l’Italia che entra nella bolla, dove tutto è possibile e niente è scontato. Si parte.

Buon rugby.

Carlo Galati

USA sospendono finanziamenti alla WADA: è guerra fredda sul doping

Lo scontro tra Stati Uniti e WADA si intensifica. Washington ha deciso di bloccare un pagamento di 3,5 milioni di euro all’Agenzia Mondiale Antidoping, accendendo i riflettori su un conflitto che non riguarda solo il doping, ma anche equilibri geopolitici e tensioni economiche. Il casus belli è il controverso caso dei 23 nuotatori cinesi, risultati positivi alla trimetazidina, un farmaco vietato, ma autorizzati dalla WADA a competere ai Giochi di Tokyo 2021. Non solo hanno partecipato, ma hanno conquistato sei medaglie, scatenando la furia dell’USADA, l’agenzia antidoping statunitense, e della Casa Bianca. L’amministratore delegato dell’USADA, Travis Tygart, ha definito lo stop ai pagamenti come “l’unica scelta giusta per proteggere i diritti degli atleti, la responsabilità e la concorrenza leale”.

Una posizione netta che riflette il malumore americano verso una WADA considerata troppo indulgente, soprattutto nei confronti di nazioni come la Cina. Il timing di questa decisione non è casuale. Con Donald Trump pronto a tornare alla Casa Bianca, la politica estera americana si avvia verso un nuovo capitolo di tensione con Pechino. Dazi commerciali e restrizioni alle esportazioni sembrano solo l’inizio di una strategia più ampia che potrebbe includere anche il mondo sportivo. Trump, che già in passato si è scontrato con la NATO per una più equa distribuzione delle spese militari, sembra voler applicare la stessa logica alle relazioni sportive internazionali. Gli Stati Uniti, principali contributori al bilancio della WADA dal 2000, chiedono maggiore trasparenza e responsabilità. Non è la prima volta che gli USA sospendono i finanziamenti alla WADA. Durante la prima presidenza Trump, il Congresso approvò la Legge Rodchenkov, dal nome dell’informatore che rivelò il doping di Stato russo ai Giochi Invernali di Sochi 2014. In quell’occasione, i rapporti tra USADA e WADA vennero ricuciti, ma oggi lo scenario appare più complesso. Il nuovo fronte della “guerra fredda antidoping” si sposta verso la Cina. L’USADA accusa la WADA di aver accettato la tesi della contaminazione alimentare proposta dalla Chinada, l’agenzia antidoping cinese, senza sufficienti verifiche.

La situazione è così grave che l’FBI ha avviato un’indagine per valutare la gestione del caso. Lo stop ai pagamenti da parte degli Stati Uniti mette a rischio l’equilibrio delle relazioni tra la WADA e il Paese che ospiterà eventi chiave come il Mondiale di calcio 2026 e l’Olimpiade di Los Angeles 2028. La mancanza di collaborazione tra USA e WADA potrebbe avere ripercussioni a lungo termine sulla lotta al doping e sulle relazioni sportive internazionali. “Serve una riforma significativa della WADA per garantire che simili situazioni non si ripetano mai più”, ha dichiarato Tygart, evidenziando l’urgenza di un cambiamento strutturale nell’organizzazione. La vicenda è destinata a occupare i riflettori per mesi. Con in gioco non solo la credibilità della WADA, ma anche la trasparenza e l’equità nello sport mondiale, gli sviluppi futuri saranno osservati con attenzione. L’ombra lunga della geopolitica non risparmia nemmeno il mondo dello sport, e questo scontro tra titani promette di ridefinire le regole del gioco.

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Il peso di una leggenda: i 40 anni di LeBron

C’è una strana magia nel tempo, soprattutto quando si incrocia con il talento e con la storia. Quarant’anni non sono pochi, eppure per LeBron James sembrano scivolare come l’aria sopra il parquet, come se i numeri non avessero peso, come se il tempo avesse trovato la sua eccezione.

Lo chiamano King James. Un soprannome pesante, ma meritato. Perché il ragazzo di Akron, Ohio, ha saputo prendere un destino scritto a matita e inciderlo a caratteri di fuoco nella storia della pallacanestro mondiale. Non è solo una questione di statistiche, è una questione di presenza. Eppure, i quarant’anni non si portano addosso solo gloria. Portano anche cicatrici, fisiche e mentali. Portano il peso di una carriera vissuta sempre sotto i riflettori, in un’era in cui ogni gesto, ogni parola, ogni sguardo diventa virale. E LeBron, con quella sua calma apparentemente imperturbabile, è riuscito a trasformare la pressione in carburante. Non si tratta solo di vincere, ma di come lo si fa. Non si tratta solo di numeri, ma di eredità.

Quarant’anni, e ancora lì, a lottare contro il tempo, contro i giovani che arrivano con il fuoco negli occhi e la voglia di scalzarlo. Ma LeBron è ancora il metro di paragone, la montagna da scalare, l’uomo che ha dimostrato che si può essere padre, imprenditore, filantropo e, al contempo, il miglior giocatore sul campo.

C’è una bellezza malinconica in questo giorno; perché se da un lato celebriamo il campione, dall’altro non possiamo ignorare che il tempo, in qualche modo, presenta sempre il conto. Ma se c’è una lezione che LeBron ci ha insegnato, è che non è mai solo questione di quanto dura un regno. È questione di come lo si vive, di cosa si lascia dietro di sé.

E allora, mentre il mondo dello sport celebra i suoi quarant’anni, c’è un pensiero che rimbalza, proprio come una palla da basket: chissà quanto ancora può regalare questo incredibile uomo, questo incredibile atleta. E chissà se il tempo, anche stavolta, non abbia deciso di lasciarsi battere da lui.

X: @carlogalati

F1, un Mondiale oltre i numeri

Va negli archivi il Mondiale 2024 di Formula 1, una stagione destinata a far parlare di sé per anni. Super Max Verstappen conquista il suo quarto titolo mondiale, raggiungendo leggende come Prost e Vettel. Nonostante ciò, il vero colpo di scena è il ritorno al vertice della McLaren, che si porta a casa il titolo costruttori, interrompendo un digiuno di ben 26 anni. Eppure, se tra vent’anni analizzeremo le classifiche, rischieremo di avere un’idea distorta di uno dei Mondiali più combattuti e imprevedibili degli ultimi dieci anni.

Verstappen chiude il campionato con un vantaggio di 63 punti sul secondo classificato, un dato che potrebbe far pensare a un dominio incontrastato. In realtà, da mesi la sua Red Bull non era più la macchina più performante del lotto. L’olandese ha però sopperito con talento, costanza e una forza mentale ineguagliabile, lasciando impietoso il confronto con il compagno di squadra. A rendere unico questo 2024, però, sono state le statistiche e le battaglie in pista. Abbiamo visto 8 piloti vincere almeno due gare, rappresentando ben 4 team diversi: un evento senza precedenti. Inoltre, la lotta in qualifica è stata feroce, con il gap tra il primo e l’ultimo in Q1 tra i più serrati della storia (Austria esclusa). Persino team come Haas e Alpine hanno dimostrato di essere competitivi, soprattutto sul giro secco, avvicinandosi ai top team.

E quindi il prossimo anno? Con il cambio regolamentare del 2026 all’orizzonte, le squadre dovranno scegliere se concentrare le risorse sul prossimo campionato o iniziare a prepararsi per il nuovo ciclo. Una scelta delicata, considerando cosa accadde nel 2021, quando Red Bull e Mercedes sacrificarono gran parte del loro sviluppo per contendersi un titolo leggendario (citofonare Masi).

Il 2025 sarà una stagione ricca di storie da seguire. Adrian Newey si metterà al lavoro per riportare Aston Martin al vertice, Fernando Alonso continuerà a inseguire un sogno che sembra irraggiungibile, e Lewis Hamilton in Ferrari vorrà dire la sua. Ma gli occhi saranno puntati su Lando Norris e Charles Leclerc, due talenti chiamati a compiere il definitivo salto di qualità. Norris, dopo aver chiuso l’anno con una vittoria, deve trovare quella “cazzimma” necessaria per puntare al titolo. Leclerc, invece, ha finalmente una Ferrari competitiva sotto le mani, ma deve dimostrare di saper trasformare il potenziale in risultati concreti per non restare uno dei tanti “what if” della storia della F1.

Ivan Cabiddu