Cartoline da Parigi, le Fate sbancano la trave: oro e bronzo

C’è qualcosa di magico nello sport, quello vero.
La magia dell’inaspettato, del sogno che diventa realtà, della luce intensa delle medaglie in fondo al tunnel di sacrificio e sudore che toglie il fiato e la vista agli atleti e alle atlete.


Quella luce splende oggi, come un lampo, con la forza di un fulmine in un cielo quasi sereno, sulla “nobile” disciplina della Ginnastica: quella del corpo libero di Nadia Comaneci, quella delle piccolissime e imperturbabili sovietiche degli anni della Guerra Fredda, quella del Signore degli Anelli, Yuri Chechi, quella di Igor Cassina e di Vanessa Ferrari.
E di molti altri.


La ginnastica, è bene ricordarlo, delle tantissime ragazze e dei ragazzi che si allenano nelle palestre di tutta Italia, per il piacere di farlo, senza mai vedere i riflettori di una gara come quella di oggi.
La luce intensa della gloria splende oggi su Alice D’Amato e Manila Esposito, oro e argento a Parigi alla trave, forse la più complicata e difficile fra le specialità della Ginnastica.
In quei dieci centimetri di superficie calpestabile solo le fate possono volteggiare, danzare, saltare, in un gioco di armonia ed equilibrio che per i profani, come noi, rimarrà sempre un mistero insondabile.


Quello che non è più un mistero sono queste due medaglie, dopo quella d’argento a squadre, davanti alle Cinesi, tenendo fuori dal podio l’extraterrestre statunitense Simon Biles, con la mano sul cuore ad ascoltare l’inno.
E quella lacrima che c’è, ma non viene fuori, perché anche sul podio rigore e disciplina restano la cifra delle ginnaste.
Piangeranno, eccome se piangeranno; per adesso hanno fatto piangere qualche migliaio di Italiani ed Italiane, passate per caso da quel canale e stregate dalla grazia e dalla potenza di Alice e Manila.
Ancora due donne, due piccole grandissime donne, dopo Errani e Paolini.
Non può essere un caso.

Cartoline da Parigi: il gigante e le bambine


Gregorio Paltrinieri lascia a Parigi l’impronta definitiva nella Hall of Fame dello sport italiano, sconfitto nei 1500 stile libero soltanto da un americano capace di battere il primato del mondo del cinese Sun Yang.
E non è finita, perché questo gigante del nuoto tricolore affronterà la 10 chilometri in acque libere: perché quando scrivi la storia, con due argenti in piscina, non vedi l’ora di riscriverla ancora.


E poi le nostre “bambine” d’oro del tennis italiano, Sara Errani e Jasmine Paolini: due campionesse integrali, capaci di vincere la prima olimpiade con la racchetta in mano per l’Italia, a Parigi, nel tempio del Roland Garros. Medaglia d’oro che consegna Sara Errani alla storia di questo sport, capace com’è stata a 37 anni di compiere il career golden slam in doppio: 37 anni come quel fenomeno di Djokovic, accumunati entrambi dall’aver raggiunto lo stesso obiettivo, nello stesso giorno, nello stesso luogo.


Una vittoria, lo sapevamo già, figlia dell’orgoglio, della forza di volontà e della crescita tennistica di due gemelle diverse che nel doppio hanno trovato la “fusione fredda”, la scintilla che ha acceso il nostro sacro fuoco di Olimpia per una delle imprese più belle, comunque vada, di questa edizione parigina.
Greg, Sara e Jasmine, un tatuaggio indelebile sul corpo vivo dello sport italiano.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi, 1 agosto per sempre

L’1 agosto è ufficialmente il giorno dello sport olimpico italiano, il giorno in cui i sogni diventano realtà. Come tre anni fa a Tokyo, quando nel giro di tre minuti due medaglie colorarono d’oro il cielo giapponese, così anche oggi una cascata d’oro sommerge lo sport italiano a Parigi; allora furono Tamberi e Jacobs sulla pista dello stadio olimpico di Tokyo a regalarci gioie inaspettate, vincendo in sequenza salto in alto e 100 metri piani, in una calda domenica d’agosto. Oggi sono Giovanni Di Gennaro nella canoa K1 e Alice Bellandi nel Judo a regalarci gioie su gioie in un turbinio d’oro. Oro, sempre oro, fortissimamente oro. 

La prima medaglia di queste è arrivata dalla canoa slalom k1maschile e ha la firma di un carabiniere bresciano di 32 anni che è riuscito a coronare il sogno di una carriera sportivo. Giovanni Di Gennaro tra le onde e le correnti artificiali del bacino di Vaires-sur-Marne ha trovato quel successo che corona una vita di sacrifici, schivando le porte, andando controcorrente; una bellissima metafora della vita, vissuta sempre tra le onde. 

Non passano neanche 20 minuti e a farci gioire, è una ragazza bresciana (provincia oggi protagonista dello sport azzurro) Alice Bellandi, che sul tatami dell’impianto di Champ-de-Mars, nella categoria -78 kg ha battuto l’israeliana Lanir, campionessa del mondo nel 2023 e interrompendo di fatto quello che era un tabù olimpico per questa disciplina a Parigi. 

Poteva essere uno storico tris d’oro ma è mancata la stoccata finale. Ci perdonerete il gioco di parole ma trattandosi di scherma e di fioretto, tout se tient, come dicono a queste latitudini. Argento per la squadra azzurra  di fioretto femminile che deve arrendersi in finale agli Stati Uniti…ma va bene così. Anzi, magari fosse sempre così!

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: tre bellissime medaglie

È ufficiale: l’Italia ha riaperto la cassaforte azzurra e ci ha messo dentro una medaglia d’oro, che brilla come non mai nella notte di Parigi, nelle luci soffuse del Grand Palais, luogo dove la scherma olimpica trova il suo luogo naturale per esaltarsi nella sua grazia e bellezza. Grazie e bellezza nel gesto che sono proprie naturalmente della scherma italiana e nello specifico delle quattro azzurre che hanno vinto l’oro nella spada femminile, battendo in finale la Francia padrona di casa. Una disfida quasi medievale, esaltata dal contesto di una cornice che resterà per sempre unica nel suo genere e che ha visto l’Italia vincere per 30-29, decisiva l’ultima stoccata della meravigliosa schermitrice, Alberta Santuccio che insieme a Giulia Rizzi, Mara Navarria e Rossella Fiammingo che si mettono una medaglia al collo, quella più preziosa ridando fiato ad una specialità che nei giorni scorsi aveva sofferto e non poco. Due delle quattro atlete provengono dalla prestigiosa scuola etnea della scherma che nel passato aveva già esaltato il medagliere azzurro con Daniele Garozzo e Paolo Pizzo.

L’altra enorme soddisfazione della giornata italiana, qui a Parigi, è arrivata dalle Fate azzurre. Le ragazze della ginnastica italiana, hanno conquistato uno storico argento nella prova a squadra: Alice D’Amato, Manila Esposito, Angela Andreoli, Giorgia Villa ed Elisa Iorio hanno conquistato una medaglia che mancava allo sport italiano da quasi un secolo: al 1928 per la precisione, le Olimpiadi si disputavano ad Amsterdam e il mondo era decisamente diverso rispetto a quello di oggi. E non solo nello sport. Ma è un argento che ha i bagliori dell’oro; sono infatti arrivate seconde dietro soltanto alla corazzata USA guidata da una superlativa Simone Biles.

Sempre in serata è arrivato anche il bronzo di Gregorio Paltrinieri negli 800 metri stile libero, ed entrando a suon di bracciate nella storia dello sport italiano: con questa medaglia l’azzurro è il primo nuotatore italiano ad andare a podio per tre edizioni dei Giochi Olimpici.

È un borsino di giornata assolutamente positivo, che per la prima volta dall’inizio dei Giochi, non ci fa chiudere la giornata con il retrogusto amaro della delusione. Oggi c’è solo tanta gioia, tre medaglie e l’inno di Mameli a risuonare dal Grand Palais, lungo tutti gli Champs-Élysées.

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: Ceccon, dorso d’oro

E’ d’oro Thomas Ceccon, ancora una volta la piscina dell’Arena La Défense regala gioie ed emozioni all’Italia. E medaglie, del metallo più prezioso. Dopo Martinenghi ieri, oggi è il dorsista a fare sua la distanza dei 100 metri, conquistando una vittoria che non arriva con il favore della sorpresa ma, se c’è una cosa che queste prime giornate olimpiche ci hanno insegnato è a non dare nulla, mai, per scontato.

L’atleta azzurro, primatista e campione mondiale, è stato determinante negli ultimi metri, dove è riuscito a imporsi con il tempo di 52 secondi netti, avendo così la meglio sui diretti avversari, tra tutti il cinese Xu con 52″32, arrivato secondo. Il bronzo è stato invece conquistato dallo statunitense Murphy con 52″39.

Ma chi è questo Thomas Ceccon? In tanti se lo chiedevano qualche mese fa quando osò contraddire la vulgata monomandataria legata all’idolatria sinneriana. “Come si permette di parlare questo qui?!”. Questo qui ha vinto un oro olimpico, sette ori mondiali e svariate altre medaglie. Questo qui, ha mostrato al mondo come si vince, da italiano e per l’Italia. Basta questo per farci godere, in una calda serata parigina, che dalle acque, e non dalle ceneri, vede risorgere lo sport azzurro troppo ferito da decisioni discutibili.

Carlo Galati

Diego Nappi e la sua corsa nel futuro

Si regala una serata da favola Diego Nappi, sconosciuto al grande pubblico, ma prossimo grande nome di quella fucina che sembra diventata inesauribile che è l’atletica italiana. È un velocista Diego, corre con merito i 200 metri e lo fa piuttosto bene. Lo sprinter azzurro è riuscito nel colpaccio sulla pista di Banska Bystrica (Slovacchia), trionfando con un tempo di grandissimo rilievo: 20.81 con 0,7 m/s di vento a favore, travolto il record dei campionati (21.04) che Eduardo Longobardi siglò due anni fa a Gerusalemme. Scendere sotto i 21 secondi da minorenni è impresa decisamente impressionante. Non così scontata, tantomeno facile.

Eppure vedendo la sua gara e la sua corsa è questa la sensazione che arriva: di facile concretezza, di ragionevole facilità nel raggiungere l’obiettivo. Una corsa leggera e possente che ricorda quella di Filippo Tortu, che a sua volta affonda radici ben più lontane e più profonde. Perché ci sono voluti quasi 30 anni per battere un record mondiale sui 200 metri, quello di Pietro Mennea a Città del Messico, imbattuto è ancora a livello europeo e ci si è sempre domandati: chissà fino a quando lo sarà italiano questo record. Ecco, abbiamo una grande speranza, anzi, più grandi speranze. Diego Nappi, non oggi, sarà una di queste. Adesso deve crescere, bene, consapevole di aver quelle caratteristiche che lo possono fare campione. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Està volviendo a casa

Football is not coming home, once again. Está volviendo a casa, direbbero gli spagnoli che, con merito hanno vinto il quarto titolo europeo della loro storia ai danni di un’Inghilterra ancora una volta incapace a mettere la parola fine a un racconto costruito con dovizia, ma che poi perde la bussola, smarrendosi sempre prima dei titoli di coda. Così dal 1966, così per la seconda volta consecutiva dopo il 2021, due finali europee perse in tre anni sono un bottino troppo magro per una squadra che avrebbe meritato sicuramente di più in questo periodo storico ma che, evidentemente non è ancora pronta per il salto definitivo. Quel salto.

Il salto che porta ad alzare una coppa ed un trofeo che per il calcio spagnolo vuol dire ancora una volta, la quarta (mai nessuno come loro), sul tetto d’Europa e con un futuro roseo davanti a se. Giocatori giovani, su tutti Yamal e Nico Williams, 39 anni in due, ancora una volta decisivi, così come lo sono stati in tutto l’Europeo. Una vittoria per 2-1 che porta le loro firme, direttamente o indirettamente e che mettono in mostra tutto il talento di un calcio che non ha avuto bisogno di rinnovarsi nei concetti, nella scuola, ma negli interpreti, conservando la propria anima, ma cambiandone gli interpreti, formati secondo i dettami di un gioco vincente. I quattro titoli europei e il mondiale vinto nel 2010 sono lì a testimoniarlo. 

Con buona pace degli inglesi che si ritrovano ancora una volta a fare i conti con una disfatta e con la consapevolezza che per vincere serva ancora qualcosa in più, anche fosse un pizzico di fortuna. Per ora piangono, con Kane ancora una volta incapace di trascinare alla vittoria di un titolo una formazione, che però ha tra le sue fila uno dei giocatori più forti al mondo, quel Bellingham già campione d’Europa con il Real Madrid, squadra spagnola. Appunto.

Carlo Galati @thecharlesgram

God save King Carlos

L’impronta di Alcaraz su Wimbledon è ormai qualcosa di profondo, che iscrive ufficialmente Carlitos tra i più grandi di questo sport che insieme a lui condividono la doppietta Parigi-Londra nello stesso anno: Lever, Borg, Nadal, Djokovic e Federer. Non male per un ragazzo di 21 anni che ha dato una dimostrazione di superiorità applicata al tennis, spaventosa. Un successo molto più netto rispetto a quello dello scorso anno, dove ci fu partita, dove il sette volta campione all’All England Club, tal Novak Djokovic, aveva tenuto in bilico una partita che fondamentalmente quest’anno non c’è stata.

E dire che Djokovic era entrato in campo portando con se tutto il peso della sua storia: sette titoli a Wimbledon, il 24 scritto sulle scarpe come a ricordare a tutti che, se c’è uno più grande di tutti, quello non può che essere lui. Poi il tornado Alcaraz ha travolto i numeri e la storia, con un doppio 6-2 e un 7-6 finale dopo aver smarrito momentaneamente la strada e tre match point a favore, ritrovando la forza per riconcentrarsi e fare suo il tie break. Ricordiamo chi con due match point a favore, crollò nella stessa situazione(…). Un Djokovic non Djokovic e un Alcaraz che impartisce una lezione di tennis ma che con rispettosa riverenza rende omaggio a un campione come il serbo, durante e dopo il match.

Ciò che impressiona dello spagnolo, oltre all’ovvio, sono i continui miglioramenti del suo gioco: un gioco in continua evoluzione che lo rende unico nel suo genere. Capace di tutto e incapace all’errore, anche nelle situazioni più estreme, trovando sempre il modo, con la giocata che non ti aspetti, di mettere il punto esclamativo ad un momento di tennis entusiasmante. E’ caratteristica dei più grandi, sapersi tirare fuori dai guai, il come fa la differenza tra loro. Il modo di Carlitos è quello che ti appassiona con i tocchi del fenomeno, ai limite del campo come ai limiti della rete. Il futuro e il presente del tennis sono in buone mani, le sue e quelle di Sinner che dovrà ritrovarsi sul cemento americano per validare ancor di più il suo essere numero 1. Ma questa è un’altra storia.

Carlo Galati @thecharlesgram

Musetti, Wimbledon e l’elogio dell’eleganza

Bello come quel raggio di sole sul centrale londinese.
Bello come l’ultimo dei mohicani a giocare un rovescio divino, a una mano.
Bello come quel Tricolore che garrisce al vento sulle semifinali di Wimbledon, il più figo fra i tornei dello Slam, con il dress code in “total white”, per ricordare a tutti che si può far finta che non comandino gli sponsor.
Bello come Lorenzo Musetti, ideologo del tiki taka con la racchetta, ma con la variante del colpo vincente prima che tramonti il sole e della formula zero-noia.
Al quinto set saluta con un 6-1 micidiale tale Taylor Fritz, lungagnone con un gran servizio e i piedi che si incrociano impazziti sulle palle corte del Muso.
Lorenzo è l’anomalia elegante in un tennis moderno fatto di muscoli e gente che picchia forte: ricama i colpi poggiato sul talento tipico degli irregolari, affetta in back portando la palla rasoterra, dipinge il rovescio in top con la maestria, i giochi di luce e la geometrica bellezza dei caravaggeschi.
Non è continuo, ogni tanto sparisce e fa tre passi indietro, deve crescere ancora, e ancora, e ancora.
Quanto è bello, però, quel tabellone delle semifinali col suo nome accanto a quello di Djokovic, l’ultimo degli Immortali che ha saltato un turno per il forfait di De Minaur.
E ora, forza: divertiamoci Muso.

Benedetto sia il sorriso di Jas

Quel sorriso, quel benedetto sorriso.
Jasmine Paolini plana sulla semifinale a Wimbledon, divorando la Navarro, statunitense emergente con avi napoletani, come si divora un chilo di fragole con la panna innaffiate dal Pim’s, senza prendere l’intossicazione.
Lo fa con un misto di incoscienza e sapienza tattica, scarabocchiando la metà campo avversaria con traiettorie impossibili; lo fa, prima di prendere la rete, sotto gli occhi a cuoricino di Sarita, la compagna di doppio che l’ha trasformata, in quegli ultimi maledetti centimetri prima della Barriera, nella reincarnazione di Pete Sampras.
Angelo e demone, il Bene e il Male che scatenano la tempesta perfetta, sul campo, di un furetto dall’altezza dichiarata di un metro e sessantatré per una manciata di chili di peso.
Pugnetto sotto il mento, sorriso Durban’s, salivazione azzerata nei momenti importanti, gioia incontenibile e un tennis che illumina, nel giorno della sconfitta di Jannik, l’altra metà azzurra del cielo.
Jasmine scivola leggera sull’erba londinese, con quell’aria irriverente e guascona; l’aria di chi si diverte giocando e sa benissimo che finale a Parigi e semifinale a Wimbledon non raccontano più di un capriccio degli Dei che giocano a dadi.
E quando vinci, mounsier Lapalisse, ti diverti di più.

Paolo Di Caro