Lewis ruggisce a Silverstone

Lewis Hamilton è tornato. O meglio, forse non se n’era mai andato ma d’altronde i grandi campioni vincono così, mettendosi alle spalle i momenti bui, le piccole sconfitte di giornata, giocando sulla tattica e ritrovando una velocità da brivido nei momenti decisivi. Lewis Hamilton ha pianto e fatto piangere tutti di commozione, regalando e regalandosi un’emozione speciale, raggiunta a Silverstone, a casa sua.

La sua Silverstone, dove aveva vinto ben 8 volte, dove sapeva che stava disputando il suo ultimo gran premio con la Mercedes, perché dall’anno prossimo vestirà il rosso Ferrari. La sua è stata una vera magia e nel momento in cui ci sono state le condizioni più difficili – si è corso con l’asciutto, l’umido, il bagnato con un’aderenza sempre precaria – è stato lui a fare la differenza con una tattica sempre accorta, senza mai sbagliare una mossa, senza tentare un azzardo, senza sprecare nulla. E alla fine, dopo che al comando si erano alternati Russell, Norris e Piastri, è stato Hamilton nel momento decisivo ad aggredire la testa della corsa per restarci nei 12 giri finali, contro uno scatenato Max Verstappen che nel momento decisivo c’era, eccome. Proprio il secondo posto di Verstappen a soli 1’’4, valorizza ancora di più il trionfo di Hamilton.

E così il vecchio leone ha ruggito ancora una volta mettendo in fila tutti, sancendo ancora una volta il campione che è stato, il campione che è.

Carlo Galati @thecharlesgram

Le Mans casa Ferrari

Anche senza per forza essere un appassionato di sport, senza per forza capirne di motori, se non nel minimo sindacale che regolamenta la vita di tutti i giorni, ci sono delle gare, dei luoghi che tutti conoscono: uno di questi è Le Mans. La 24 ore di Le Mans. Un anno dopo è ancora delirio rosso c’è ancora una Ferrari a far festa alla 24 ore. Il capolavoro è compiuto, bissare il successo di un anno fa sembrava difficilissimo. E invece lo squadrone di Antonello Coletta ha battuto ancora la Toyota grazie alla meravigliosa calvacata di Antonio Fuoco, Nicklas Nielsen e Miguel Molina. Non hanno sbagliato nulla, sull’asciutto e sul bagnato. Con il cuore in gola e il serbatoio agli sgoccioli, la 499P numero 50 ha difeso la corona conquistata nel 2023, quando la Ferrari era tornata nella classe regina del Mondiale di durata dopo mezzo secolo.

Le Mans come un romanzo che non smetteresti mai di leggere, un giorno intero di colpi di scena e di ribaltoni al vertice. Cento gare in una sola: pioggia intermittente, di giorno e di notte. Safety car continue per i tanti incidenti, guasti e problemi risolti in corsa. Penalità a ripetizione a togliere o ad aggiungere gloria. Battaglie a tre, a quattro fra Ferrari-Toyota-Porsche-Cadillac. Lotta ovunque sull’asfalto della Sarthe in una delle edizioni più incerte e spettacolari degli ultimi anni. Conclusa sotto l’acquazzone nel momento di massima stanchezza per tutti. La Ferrari non era favorita alla vigilia, il balance of perfomance – l’algoritmo che dovrebbe livellare le prestazioni di auto di costruttori differenti-non l’aveva aiutata, ma la Ferrari non lo sapevo o semplicemente se n’è fregata e la vittoria l’ha portata a casa comunque. Alla faccia degli algoritmi, il grande cuore Ferrari è variabile impossibile da decifrare, da ingabbiare. Per un istante o per 24 ore.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nell’ Olimpia del basket

L’Olimpia Milano si conferma campione d’Italia, lo scudetto del basket italiano ha ancora una volta le coordinate meneghine, le scarpette rosse e il Forum come casa. E sono trentuno totali, tre consecutivi e sette per Messina, nella magica serata dell’85-73 per Milano sulla Virtus Bologna, in quella gara quattro che ha messo la parole fine ad una stagione lunga e complicata.

La firma nella serata al Forum la mette Nikola Mirotic: 30 punti, 11 rimbalzi, 12 falli subiti. Una serata da vero protagonista. Una gara 4 praticamente mai in discussione per l’Olimpia Milano, abile nel dare una spallata decisiva nel secondo quarto in grado di indirizzare il match nonostante il disperato tentativo di rimonta della Virtus nel finale. 

È festa biancorossa, con Niccolò Melli, capitano coraggioso, a lasciare l’onore della coppa a Kyle Hines altro grande protagonista della stagione, della serie e del titolo. Milano detta la sua legge in Italia, guardando all’Europa e alla sua conquista con rinnovato ottimismo.

Carlo Galati

Il gigante e la bambina

Gimbo arriva lì, alla terza prova a 2 metri e 29, in mezzo a una trentina di ragazze che stanno ultimando le fatiche di un Diecimila infinito e dolcissimo.
É con le spalle al muro, ma come sempre tira fuori il balzo della vita, supera l’asticella e scherza a 2.31, ipotecando la vittoria e scatenando l’Olimpico, fra gag clamorose e la mezza barba portafortuna.
Nella bolgia della pista, mentre tutto guardano il gigante, c’è la bambina Nadia, mezzofondista e talento puro, cristallino, già oro nei Cinquemila: schianta le inglesi, sembra passeggiare fino a due giri dalla fine, prima di piazzare la stoccata finale, per la medaglia d’oro e il record italiano.


Il gigante, nel frattempo, libera i demoni e salta fino a 2,37, sempre alla prima prova, mentre fa festa con ogni spettatore presente allo stadio.
Il gigante e la bambina, gli ennesimi ori dell’Atletica ritrovata, il Fort Knox di questo Campionato Europeo, il caveau blindato della Banca dei talenti d’Italia.
E adesso, con questa energia, tutti a Parigi.
La Bastiglia è lì, a portata di mano.

Paolo Di Caro

Alcaraz lascia il segno su Parigi

“Tutto va come deve andare” cantavano gli 883, con l’inconfondibile timbro vocale di Max Pezzali; una semplice frase che però racchiude un mondo di ipotetiche complicazioni, rese più semplici dalla realtà dei fatti. E la realtà parla chiaro e dice che Carlos Alcaraz, ha vinto, come tutti si aspettavano il Roland Garros, conquistando a 21 anni il terzo Slam della carriera, su tre superfici diverse, e diventando il più giovane tennista della storia a riuscirci. Tutto è andato come doveva andare.

Soprattutto per come questa vittoria è arrivata: sotto due set a uno, Alcaraz è riuscito a recuperare il bandolo della matassa perso nel secondo e nel terzo set, complice il vento ed una prestazione maiuscola da parte del tedesco, bravo nel terzo set a recuperare da 2-5. Poi il lento ritorno alla normalità, con lo spagnolo nuovamente in scia grazie alla strategia utilizzata per battere Sinner. Molte palle con traiettorie alte, su cui spingere diventa complesso, fino a quando è poi lui a decidere quando dove e soprattutto come. Sbagliando, sì, ma con la piena consapevolezza che quel match, Carlitos, oggi non lo avrebbe mai perso.

Ed è andata così, non lo ha perso. Nonostante una partita che non verrà sicuramente ricordata per una delle più belle della storia del tennis, Alcaraz iscrive il proprio nome insieme ad altri 7 spagnoli nell’albo d’oro parigino. Due li conosce molto bene: uno è il suo allenatore Juan Carlos Ferrero, l’altro la leggenda che meriterebbe che il campo centrale fosse a lui intitolato, dopo 14 trionfi (ma forse questo sarebbe troppo per gli amici francesi). Da domani sarà numero 2 al mondo, pronto a riprendersi quel trono che Djokovic gli ha tolto e che adesso è in possesso del suo più grande rivale del presente e del futuro. Intanto ha messo le cose in chiaro Carlitos: la prossima sfida con Jannik è già settata. Ci si rivede a Wimbledon.


Carlo Galati @thecharlesgram

Fabbri, Simonelli, Jacobs: l’Italia ricoperta d’oro

Giovani, veloci, sorridenti.
L’Italia dell’Atletica piazza tre colpi da maestro, dopo gli Ori della Palmisano e della Battocletti, stavolta con tre uomini: Fabbri nel peso, Simonelli nei 110 ostacoli, Jacobs nei 100 metri.

E poi gli argenti “quasi d’oro” di Furlani, col nuovo primato mondiale under 20, e di Ali, adesso a 10.05, tempo di assoluto rispetto a livello assoluto. Senza dimenticare il bronzo di Fortunato nei 20 km di Marcia.
Marcel piazza il personale stagionale, Simonelli si affaccia con 13.05 all’Olimpo degli ostacoli, Fabbri si conferma un gigante con i 23 metri nel mirino; per tutti e tre, e per la giovane Italia dell’Atletica è già così un Europeo da incorniciare.

Una generazione di fenomeni da preservare, coccolare ed esaltare, quando serve, perché lo sport di vertice è sacrificio, nell’atletica sacrificio al quadrato.
E non finisce qui.

Paolo Di Caro

Il giorno in cui Sinner ha aperto le porte del futuro

Ci sono giorni che entrano di diritto nella storia dello sport, giorni talmente importanti e significativi da rappresentare un ricordo nella vita di ognuno di noi. Ricordatevi questa data, 4 giugno 2023, il giorno in cui per la prima volta nella storia di questo sport, un tennista italiano è diventato numero 1 al mondo. A Jannik Sinner l’onore di esserci riuscito, entrando definitivamente nelle vite di tutti noi. E non è la classica iperbole fine a se stessa, esercizio letterario inutile. No, per chi ama questo sport, il 4 giugno resterà sempre impresso come il giorno in cui finalmente siamo passati dall’essere spettatori ad essere protagonisti e su questo palcoscenico ci ha portato un ragazzo di 23 anni originario della Val Pusteria, dai capelli rossi, che con il suo naturale talento ha iniziato un nuovo capitolo, chiudendone definitivamente un altro.

E sì, perché Sinner non è arrivato lì per caso. E’ arrivato lì con la costanza del lavoro, con la determinazione e con il coraggio di scegliere e di cambiare. Cambiare allenatore, Riccardo Piatti, con cui aveva condiviso una parte del proprio percorso e a cui vanno indiscutibili meriti. Il coraggio di affidarsi a Vagnozzi/Cahill, che gli hanno dato quello step che mancava per arrivare ad essere il migliore di tutti. Coraggio nel sapere quando fermarsi, con il rischio di deludere tifosi e federazione per la mancata partecipazione agli Internazionali di Roma. Quella scelta è stata decisiva, non facile di sicuro, ma decisiva. E ci vuole coraggio per fare questo, per vedere quello che gli altri non vedono e forse nemmeno immaginano.

Un grande traguardo che ha con sé anche una grande responsabilità, quella di aver scritto la parola fine, con ogni probabilità, ad un’era, l’era degli invincibili, aggrappati alla forza e alla tenacia di Novak Djokovic, l’ultimo dei grandi a cedere il passo. Un passo che aveva già ceduto ad Alcaraz, ma le condizioni erano diverse. La sensazione oggi è che indietro non si torni: Jannik Sinner ha aperto la porta del futuro e ci ha portato tutti lì dentro con lui. Per questo gli saremo sempre grati.

Carlo Galati @thecharlesgram

Ancelotti, Rey Madrid

Certe volte la difficoltà di raccontare qualcosa risiede nel non scadere nella banalità del momento, raccontando ancora una volta il significato di un’impresa che diventa la consuetudine della vittoria. Un processo che solo i grandissimi riescono a compiere e tra loro, con assoluta determinazione, c’è Carlo Ancelotti. Qualcuno lo definisce il più grande allenatore della storia del calcio italiano. Non siamo d’accordo per un semplice motivo: significherebbe categorizzarne l’aurea. Impossibile.

Carlo Ancelotti trascende il calcio per sedere al tavolo dei più grandi uomini di sport della storia. Non è solo allenatore vincente, ma viene da una storia di atleta vincente. In quanti come lui? Nessuno. Nessuno può vantare determinati successi prima come atleta e poi come allenatore in una sorta di striscia continua vincente che dura da oltre quarant’anni. Ha vinta la sua quinta champions league da allenatore con il Real, lo ha fatto con il solito calcio senza fronzoli. Un calcio adatto a questo Real Madrid.

Diranno, troppo facile con tutti questi campioni. Solitamente queste critiche arrivano perché assuefatti dal trito racconto che solo con il gioco stellare si possa vincere. La grandezza di Ancelotti sta anche qui: nel riscrivere i preconcetti e nel dimostrare che quando si hanno dei campioni si devono gestire, senza per forza inventare numeri da guerre stellari. Così è successo, la quindicesima Coppa dei Campioni è di un Real che il vero fuoriclasse lo ha in panchina. Vamos Carlo!

Carlo Galati @thecharlesgram

Zverev e l’ordine ristabilito

Era l’unico in grado di salvare gli Internazionali d’Italia dal piattume verso il quale stavano scivolando o meglio…stavano per. Perché a salvare la baracca, capre e cavoli, fate voi, ci ha pensato Alexander Zverev battendo in finale l’ultimo della batteria dei miracolati, arrivati con merito alle fasi finali del torneo, ma sui quali nessuno avrebbe scommesso un euro ad inizio torneo. Parliamo, per essere chiari, di Paul, Jarry e Tabilo, bravi giocatori, per carità…ma da qui a pronosticarli semifinalisti ce ne vuole.

E per fortuna nostra e del torneo, Sasha ha deciso di non seguire le orme dei suoi più o meno titolati colleghi, ma di sicuro con quarti di nobiltà maggiori rispetto alla classe operaia che, ha provato ad andare in paradiso, per poi arrendersi di fronte all’evidenza che un 1000 resta pur sempre un 1000; per vincerlo a volte serve anche qualcosa di più della settimana (o dieci giorni) perfetti. Tsitsipas, Rublev, Zverev con l’intermezzo di Ruud a Barcellona, sono lì a dimostrare che è sì bello variare, ma che poi alla fine vincono i più forti. Sulla carta e non.

Adesso un lungo grande respiro fino al Roland Garros, torneo in cui Zverev ha lasciato un conto aperto, quasi due anni fa e mai più chiuso. Il saldo è sicuramente positivo e pende dalla parte del tedesco che sullo Chatrier ha lasciato una caviglia e probabilmente un pezzo di Slam, l’unica cosa che gli manca. Ecco, quei quarti di nobiltà vanno comunque alimentati e probabilmente i 1000 non bastano più. Nemmeno a lui.

Carlo Galati @thecharlesgram

R…Iga dritto

Credits FOTO FITP

Domina Iga. Ancora una volta vincitrice in quello che è ad oggi il confronto, il testa a testa, che entusiasma e ravviva l’interesse verso il tanto, alle volte sommariamente, bistrattato tennis femminile. E così, dopo Madrid, è Roma ad essere palcoscenico della sfida tra Swiatek e Sabalenka. Finale non bella come quella in terra spagnola, ma che comunque ha segnato un ulteriore punto di continuità in questa rivalità.

Una rivalità tennistica che si basa fondamentalmente su due modi di giocare e di intendere il tennis lontani, ma che trovano il punto in comune nella costante ricerca del vincente, in due modi diversi: lavorato, calcolato e studiato quello polacco, costantemente in accelerazione invece il tennis della bielorussa. Un tennis esigente che a Roma ha presentato un prezzo alto, forse più del dovuto: la convivenza con un fastidio alla schiena che l’ha evidentemente condizionata per tutta la durata del torneo non permettendole di esprimersi nell’inseguire la bellezza della potenza. Un concetto, astruso per i più ma che Aryna ha dimostrato poter convivere.

Il resto però è storia. Una storia che racconta del terzo successo romano della numero uno al mondo, che aggiunge un trofeo ulteriore alla sua bacheca già ricca, e che guarda a Parigi con la stessa voglia di tris. Una voglia matta di dimostrare, ancora una volta, di essere lei la giocatrice da battere sulla terra rossa. E probabilmente, non soltanto lì.

Carlo Galati @thecharlesgram