Carlos Sainz, un anno per diventare storia

“Dite a Charles di avvicinarsi così festeggiamo insieme”. La classe di Carlos Sainz è indiscutibile, alla guida, come uomo, come pilota. Festeggiare insieme, tra compagni di scuderia, nella perversa logica dello sport individuale, che vuole che a trionfare sia uno e uno soltanto, tagliando il traguardo con tutta la felicità del mondo che potrebbe essere solo sua e che invece, Carlos Sainz, vuole condividere con tutto il mondo Ferrari.

Quello stesso mondo che sa di godersi il più forte dei piloti Ferrari per solo un anno, con la scadenza che poco si confà con l’entusiasmo alla base del successo che, per definizione, si spera sia sempre senza fine. Fine che invece arriverà tra Sainz e Ferrari al termine di questa stagione di gare; una scelta discutibile ma che ormai è stata presa. Giusta o sbagliata che sia ad oggi non deve essere il tema. Troppo bello quello che è successo in Australia in una Melbourne che è sempre più luogo che porta bene allo sport azzurro: Sinner a gennaio, la Ferrari adesso. Una doppietta dal sapore antico.

Riguardo all’oggi, la seconda gara della stagione ci ha regalato la certezza che un pilota Ferrari possa competere realmente con il dominatore degli ultimi anni di formula 1; Verstappen potrebbe aver finalmente trovato un degno avversario con una macchina all’altezza. Un avversario che ha un anno per entrare di diritto nella storia della Ferrari.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il punto di ritorno

Lo scriviamo adesso, poche ore prima della finale di quello che in molti definiscono “soltanto un challenger”: Matteo Berrettini indipendentemente da come vada il match con Nuno Borges a Phoenix, ha già compiuto un mezzo miracolo sportivo. E ci teniamo a sottolinearlo, non è un’esagerazione figlia dell’entusiasmo patriottico, ma l’analisi oggettiva del ritrovato campione che in tanti, troppi, avevano dato per già finito, incantati forse da altre meravigliose sirene.

Eppure, nonostante tutto, Matteo ha rimesso le cose in chiaro, a suon di servizio e dritto, seguendo quello spartito che gli è più congeniale, suonando la gran cassa di un tennis concreto, quando serve più di lotta che di governo. L’ultima giornata in campo lo testimonia: due match, quattro tie break, tutti vinti. Segnale quest’ultimo che Matteo è tornato forte nel cuore e nella mente, punto dopo punto, ricostruendo quella fiducia che sembrava essere intaccata dal periodo tennistico più buio della sua carriera.

E dopo il buio è tornato quello squarcio di luce che ridà soprattutto la speranza di rivederlo ad alti livelli, lì dove ha meritato di stare e dove crediamo possa esserci il punto di atterraggio di questa seconda parte di carriera. Ci sarà da sgomitare, da ripetere e giocare, un passo alla volta, col carattere che ha dimostrato di avere; quel carattere che non gli ha mai fatto difetto, la sua arma migliore che lo riporterà lì dove merita. La finale è solo un passaggio di un percorso più lungo e come tale vada come deve andare.

Carlo Galati @thecharlesgram

Ancora Italia!

Competente, solida, consapevole, disciplinata: un’Italia a tratti dominante espugna il Millennium, annichilisce i Dragoni e conquista il miglior risultato al Sei Nazioni della propria storia, con due vittorie e un pareggio.

A ripensare a quel calcio di Garbisi e alla super-prestazione contro l’Inghilterra, si corre il rischio di doversi dare un pizzicotto per capire se sia vero che la cenerentola del torneo avrebbe potuto giocarsi il titolo a Cardiff.

Reload, ci godiamo quello che vediamo, una Nazionale finalmente padrona del proprio destino, attenta e capace di ripetere in campo, a memoria, gli schemi di Quesada: e, stavolta, senza palloni che cadono, disattenzioni fatali o crolli improvvisi a rompere i propri argini. 

L’Italia gioca dal primo all’ultimo minuto, costruendo sulle fondamenta di una difesa solidissima il proprio piano di gioco, completato da una mediana di geometrica potenza e una linea di tre quarti persino divertente. 

Gambe dritte e mani ad uncino nei punti di incontro, con Lamaro, Brex, Garbisi, a conquistare punizioni, terreno, fiducia. 

E poi la mischia, il non-luogo nel quale ogni rugbista gioca una partita nella partita e decide l’inerzia del gioco d’attacco: perfetti oggi in questo fondamentale, con tre punizioni conquistate e una contro generosamente concessa dall’arbitro. 

Nel paniere delle buone cose vanno accatastate anche le buonissime notizie sul fronte della “rosa”, mai cosi ampia, mai così capace di dare garanzie al proprio tecnico. 

Manca Capuozzo? Ecco Pani estremo, ventuno anni di incoscienza, con la meta in serpentina alla “Ange”, a suggello di un’azione alla mano da “rugby-spumante”. 

Inutile parlare dei singoli in un concerto corale mai così all’unisono

, mai così melodioso, mai così emozionante. Abbiamo una squadra vera, finalmente, della quale essere orgogliosi, dopo anni di sofferenze, di piccoli segnali di vita, di batoste indimenticabili. 

Abbiamo una squadra che ci farà divertire, sorretta da un serbatoio di under 20 di qualità e una piattaforma di giocatori di livello internazionale allenati da un tecnico che, vivaddio, è arrivato in Italia per insegnare a vincere a un gruppo di talentuosi ragazzini, dando loro motivazione e gioco. 

Un bel gioco e due vittorie e mezza. 

Nel Sei Nazioni.

Flowers of Italy

Tu chiamale, se vuoi, emozioni.
Dalla “bolla” del Flaminio, nell’Italia dei Dominguez, Troncon, De Rossi e compagnia, abbiamo trascorso anni interminabili ad inseguire quella scintilla che innescasse l’incendio di una Nazionale competitiva sul palcoscenico del Sei Nazioni.
Abbiamo raccolto qualche lampo episodico e un numero imprecisato di cucchiai di legno.
Anni di umiliazioni, di “vorrei, ma non posso”, di ironie ingenerose sulla inferiorità quasi genetica del rugby italiano rispetto ad altre squadre nobilitate da quattro quarti di nobiltà ovale, dal rugby sport nazionale, dalle scuole e dalle università popolate da giovani guerrieri.
All’improvviso, ma non tanto, la rifondazione azzurra post-mondiale, targata Quesada, apre uno squarcio di colore sul fondale nero delle delusioni infinite: prima l’Inghilterra, contro la quale rischiamo persino di vincere; poi la Francia, con quel maledetto palo a innescare la ghigliottina che taglia secca i punti della nostra prima vittoria contro i Galli, lasciandoci solo uno storico, ed amaro, pareggio.
Fino a oggi, all’Olimpico, contro una Scozia fin qui vigorosa e in palla, accompagnata anche nelle lande italiche dalle note rusticane di Flowers of Scotland e dal fascino antico delle cornamuse che garriscono al vento.
Proprio oggi i nostri ragazzi, novelli cuori impavidi, hanno deciso di scrivere la storia: lo hanno fatto arando ogni metro per ottanta lunghissimi minuti, sostenendo l’impatto fisico dei marcantoni in maglia blu, resistendo sulla linea del Piave per poi esplorare al contrattacco le verdi vallate delle Higlands, saccheggiando gli insediamenti nemici, difendendo il bottino fino alla fine della battaglia, con i muscoli, il cuore, il coraggio di quindici, e più, leoni.
Un pezzetto di storia, minore certamente, ma pur sempre storia.
Quel pezzetto di storia che oggi ci fa alzare la testa, guardando finalmente dritto negli occhi l’aristocrazia europea della palla dal rimbalzo sbilenco, per dire, senza il corollario di risatine di scherno, “ci siamo anche noi”.
Ci siamo, eccome, con un tricolore bianco, rosso e verde che sventola orgoglioso ad avvolgere la Cuttitta Cup.
Avanti così, Italia.

Paolo Di Caro

Il nuovo inizio dell’Italrugby

Per un momento, chiudendo gli occhi all’Olimpico, la sensazione che si aveva era quella mista tra l’incredulità e il rivivere un momento preciso di 24 anni fa. Le sensazioni identiche, l’emozione senza fine che ti toglie il fiato. Quasi fino alle lacrime. Un salto indietro a quel pomeriggio di inizio febbraio del 2000, la prima partita dell’Italia al Sei Nazioni con la Scozia. La prima vittoria, oggi come allora.

Perché quella conquistata dall’Italia di Quesada, in un meteorologicamente indefinibile pomeriggio di Roma, è una nuova prima vittoria che rappresenta gioco forza un nuovo inizio della storia dell’Italia nel Sei Nazioni. Una storia finora fatta di delusioni, appuntamenti mancati e sconfitte. Tante, troppe, dolorose. E così sembrava andasse anche in questo 2024, partito con prospettive diverse, incanalato verso quel nuovo ciclo che sembrava aver subito un brutale stop su un palo, a Lille.

Ed invece siamo qui a gioire, 31 volte come i punti segnati oggi e con un margine di solo due a segnare la linea netta tra il trionfo e l’ennesima buona prestazione figlia del ci siamo quasi. No, il quasi toglietelo. L’Italia c’è, il rugby può tornare a sorridere anche grazie a dei giovani che con l’Under 20 stanno vincendo con una continuità inattesa. È arrivato quel momento: il momento di consegnare a qualcun altro quel maledetto cucchiaio di legno. Quest’anno non è affar nostro. Finalmente.

Carlo Galati @thecharlesgram

Mattia, salto nel futuro

Una stella è nata. O forse dovremmo scrivere che una stella è visibile a tutti, adesso. Dopo aver dominato le categorie Juniores, imponendo la legge del più forte, Mattia Furlani, di professione saltatore (in lungo) ha conquistato la medaglia d’argento ai mondiali indoor di Glasgow, arrivando lì dove nessun altro italiano era mai arrivato, per la precisione a 8 metri e 22, stessa misura del campione olimpico di Tokyo e mondiale di Budapest, il greco Miltiadis Tentoglou. A fare la differenza la seconda misura saltata.

È stato un duello magnifico, in cui non si è percepita la differenza tra chi ha vinto tutto nell’ultimo triennio (anche un argento ai Mondiali di Eugene 2022) e chi è ancora nelle categorie giovanili, oro europeo Under 20 del 2023 e Under 18 2022. I due rivali hanno piazzato subito la miglior misura di 8.22 al primo salto, per poi giocarsela sulla seconda. Ma poco importa. Poco importa oggi.

L’orizzonte del campione è lì a portata di salto, un salto che potrebbe proiettarlo definitivamente tra i più grandi dell’atletica mondiale, dopo aver già messo il proprio nome nella ristrettissima lista dei medagliati. Sognare adesso non costa nulla e Mattia ha dimostrato di poter stare lì, dove lì significa Parigi. Significa Olimpiade ed un sogno ancora più grande.

Carlo Galati @thecharlesgram

Mezzo spiedo alla francese


Stavolta non va bene, proprio per niente.
Stavolta la vittoria era nelle nostre mani, anzi nei piedi di Garbisi, in quei maledetti sessanta secondi nei quali gli dei del rugby decidono di prendersi gioco delle coronarie degli impavidi che, dopo tante partite in terra francese virtualmente finite dopo il primo tempo, resistono fino all’incredibile finale di Lille. Pareggiamo 13-13, con quel maledetto ovale che rotola giù dal sostegno a pochi secondi dalla fine del tempo a disposizione e costringe la nostra apertura a ricominciare da capo, concentrarsi e calciare in pochi secondi.
“Chi ha fatto palo”, avrebbe detto il mitico Ragionier Fantozzi.
Garbisi, proprio lui.
Quello delle lacrime di gioia di Cardiff.
Per una volta l’Italrugby, con Quesada in panca, esce dal campo infastidita da un risultato positivo, il primo coi transalpini a casa loro da quando calchiamo i campi del Sei Nazioni.
Stavolta l’avevamo vinta, pur fra mille attenuanti per la Nazionale numero 4 al mondo, non ultima l’espulsione di un suo uomo a fine primo tempo; ma da tempo non vedevamo una difesa così, tanta disciplina, applicazione e mentalità vincente.
Tommy Menoncello uomo della partita, e ci mancherebbe, con quell’aria da bulletto di periferia che scatta, placca, riparte, fa a sportellate con ogni fascio di muscoli gli si pari davanti.
Un pareggio, l’ovale sul palo a tempo scaduto, i francesi di Lille che scoprono il rugby in terre abituate, e si capisce dai fischi al calciatore, alla palla rotonda.
Istantanee da un pareggio in Francia, Sei Nazioni 2024, dopo la vittoria storica degli under 20.
Domani comprate l’Equipe e prenotate lo psicoterapeuta a un amico francese: noi saremo pure arrabbiati per una mancata vittoria, ma per loro è una tragedia nazionale.
Allos Enfants!

Paolo Di Caro

La lunga strada di Jasmine

Esiste uno sport nello sport, uno sport praticato da chi è avvezzo ai numeri, da chi basandosi su essi, riesce a dare spiegazioni concrete che poco lasciano spazio a dubbi o interpretazioni. Esiste il tennis ed esiste la statistica, il continuo aggiornamento di dati che danno la misura di come un movimento, un o un’atleta, cresca, di come ci si possa basare su queste certezze per raccontare il buono e il brutto, tracciando quella linea sottile tra ciò che è e ciò che sarà. Esiste il tennis italiano che sta creando eroi ed eroine ed esiste chi aggiorna le statistiche relative. Queste parlano di continui trionfi. L’ultimo della serie, quello di Jasmine Paolini a Dubai, nel primo 1000 femminile della stagione.

Una vittoria che la pone nella linea di successione dei trionfi azzurri, in salsa rosa, immediatamente dopo Flavia Pennetta e Camila Giorgi, ultime vincitrici di tornei il cui valore è immediatamente un gradino sotto rispetto agli Slam. Al livello di uno Slam, se ne consideriamo le giocatrici presenti all’inizio del torneo di Dubai. Lo ha vinto la giocatrice che è riuscita, nonostante tutto: nonostante non fosse tra le favorite, nonostante fosse sotto di un set e di un break nella prima partita del torneo così come nell’ultima, nella quale era 3-5 nel set decisivo, salvo poi vincere 4 game consecutivi alla russa Kalinskaya. Insomma, un trionfo tutto tondo.

Un trionfo figlio del lavoro totalizzante necessario di chi non ha ricevuto il dono del talento cristallino, dando la possibilità alla classe operaia di trovare un posto nel paradiso del tennis. Jasmine è la piena rappresentante di quel tennis che ha nella misura del proprio valore la concretezza, quella stessa concretezza che l’ha portata ad issarsi al numero 14 del mondo e con autostrade ancora disponibili avanti a se. Non vediamo (più) fenomeni in giro nel circuito femminile, ma fenomenali lavoratrici, sì. La strada di Jasmine è ancora lunga.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il miracolo dell’Under 20

L’esercizio che bisognerebbe compiere, nella valutazione complessiva del movimento rugbystico italiano, dovrebbe andare oltre i risultati della prima squadra maschile, che sono sì il biglietto da visita di tutto ciò che ruota intorno alla ovale azzurro, ma che dietro in realtà ha una struttura che la sorregge. Una struttura fatta di piccole società serbatoio di squadre nazionali giovanili. E sono proprio da questo serbatoio che viene la più bella notizia per il nostro rugby. L’under 20 azzurra ha battuto i campioni del mondo francesi nella terza giornata del sei nazioni di categoria. In Francia.

Recita 20-23 il risultato a favore degli azzurri a Beziers. Se confrontiamo le strutture, le professionalità e gli investimenti che ruotano intorno ai ragazzi francesi campioni del mondo, riusciamo a capire sia il valore dell’impresa sul campo sia però la distanza siderale che c’è tra noi ed i nostri competitor internazionali, investimenti che andranno fatti per fare quel salto di qualità definitivo di tutto il movimento.

Come spiegare quindi questo risultato? Semplicemente con lavoro e abnegazione, passione e totale dedizione alla causa tutte caratteristiche fondamentali ma che, se lasciate da sole, possono esaurirsi o dimostrare la propria estemporaneità. All’U20 azzurra andrebbe fatta una statua. La speranza è che questi ragazzi riescano andare anche oltre. Nello specifico, crescere.


Carlo Galati @thecharlesgram

Sinner #3

La notizia non è che Jannik Sinner ormai sappia solo vincere. Da quel match perso in finale a Torino, con un certo signor Djokovic, solo caselle verdi nel percorso che lo ha portato fino al numero tre del mondo. No, la notizia è che sa vincere quando non è al meglio della condizione, quando tutti i colpi non sono al 100%, quando il servizio non gira come dovrebbe: quando serve vincere i punti che pesano, Sinner c’è.

Ed è questo l’ulteriore passo in avanti e il significato vero di questa partita vinta con l’amuleto De Minaur (vinti 16 degli ultimi 17 set), ma più in generale dell’intero torneo di Rotterdam; dimostrare a se stessi e agli altri che si è capaci di vincere anche quando gli errori sono tanti, i movimenti non fluidi come al solito: poche discese a rete, movimento al servizio non sempre ottimale, solo per fare due esempi. Non ricordiamo di così tanti break e contro break in una partita del recente passato di Sinner, eppure a cavallo del secondo set questo è accaduto, emblematico del fatto che se da una parte non tutto girasse per il meglio, dall’altra parte della rete, l’australiano ha giocato, probabilmente, una delle migliori partite della sua carriera, valorizzando il suo punto di forza principale, ovvero quella rapidità di movimento dentro al campo che, se giocato a quel livello, non dà respiro all’avversario. Così è stato per Jannik, fino a quando non ha tirato un sospiro di sollievo, e noi con lui.

Da domani sarà numero 3 al mondo, crescendo passo dopo passo, aggiungendo mattone su mattone nel processo che lo porterà ad essere il numero 1 al mondo. Bisogna essere completi e dimostrarsi disponibili al cambiamento, per arrivare lì dove l’incertezza non è più legata alla sfera delle possibilità, ma solo a quella temporale. È scritto nel tennis. Quello stesso tennis che ha saputo rigenerarsi, dimostrandosi più grande di qualunque altro interprete. Archiviata a breve una stagione, se n’è già aperta un’altra, con un protagonista già maledettamente vincente.

Carlo Galati @thecharlesgram