Sofia, freccia (e miracolo) d’Argento.

Ventuno giorni e poche ore sono il tempo che separa l’aliena Sofia Goggia dal suo ultimo infortunio, una microfrattura della testa del perone e lesione parziale del legamento crociato del ginocchio sinistro.

Una diagnosi che avrebbe consigliato a un comune mortale un intervento chirurgico e poi riposo, tanto riposo, e fisioterapia per diverse sedute, con la cautela di chi non voglia finire di nuovo sotto i ferri.

Sofia, però, ha un appuntamento con la storia, perché ha costruito la stagione su quella discesa libera delle Olimpiadi; la gara nella quale conta mollare tutto, fare velocità, divorare le curve e scendere in picchiata verso il traguardo.

A quell’appuntamento non vuole mancare e decide che dall’infortunio non solo si possa guarire in ventuno giorni, ma ci si possa anche presentare al cancelletto di partenza nella gara più importante della vita, lanciarsi a tutta velocità e portare a casa un argento che vale oro, anzi platino.

La freccia tricolore, l’orgoglio d’Italia, illumina la notte e serve un caffè caldo dolcissimo a chi ha deciso di puntare la sveglia per seguire questa ragazzona dal sorriso contagioso e dalla granitica forza di volontà.

Siamo stati tutti lì, col fiato sospeso e il cuore in gola, indecisi se puntare alla medaglia o sperare soltanto che Sofia tagliasse il traguardo indenne, come si fa quando si aspetta che i figli tornino a casa a notte fonda, sani e salvi.

Lei, invece, dimentica il ginocchio malandato e in due minuti scarsi di velocità e tecnica aggiorna i manuali di fisiatria, sfiora l’oro e “trascina” sul podio con il suo contagioso entusiasmo un’altra azzurra, una splendida Nadia Delago alla sua prima partecipazione olimpica, conquistando un bronzo che, come quello di Sofia, ha il sapore gradevole della vittoria.

Fate largo sul binario di Yanqing: passa Sofia Goggia, aliena tricolore, campionessa quasi bionica di velocità sugli sci.

Lo slalom della Regina

Dave Ryding vince a Kitzbühel: primo inglese nella storia.

Li abbiamo visti vincere ovunque i sudditi di Sua Maestà: sui campi di calcio come nei bacini del canottaggio, dentro una monoposto di formula 1, in piscina, sui campi da rugby e persino fra le pinte di birra dei campionati di freccette.

All’appello mancava la neve, non proprio l’elemento naturale di un’isola con poche montagne e altitudini non proibitive, quasi fastidiosi cavalcavia se messe a confronto con i rilievi alpini o le vette dei Paesi nordici.

Ci ha pensato un giovanotto classe 1986, Dave Ryding, l’unico capace di non deragliare sulla neve soffice e fresca di Kitzbühel, in piedi sulle rovine di inforcate e errori clamorosi, in una gara ad eliminazione che ha mietuto vittime eccellenti.

Il veterano Ryding si è piazzato lì, ha piantato la bandiera con la croce di Sant’Andrea sul podio virtuale e non l’ha più ammainata, mentre gli uomini della neve, austriaci, svizzeri, francesi e italiani, litigavano coi paletti e con le cunette, gestendo quando non si doveva o inforcando nel tentativo di forzare il ritmo.

Un’ecatombe che non toglie nulla alla manche straordinaria dell’atleta britannico, bravo a interpretare al meglio un tracciato difficile e un fondo friabile come gli scones, i tipici biscotti inglesi della colazione.

Ogni tanto lo sport ci racconta una fiaba, recitando filastrocche che nascono da grandi sacrifici, caparbietà e voglia di non mollare: la fiaba di Dave Ryding, quasi trentaseienne, come quella degli uomini del suo staff in lacrime, increduli e felici, a cantare God save the Queen su un podio di ghiaccio, al gusto di pudding e salsa gravy.

Federica Brignone, la storia del suo record

Il suo è stato un mondiale, quello di casa a Cortina, avaro di gioie e soddisfazioni. E tante sono state le gare di Coppa del mondo per Federica Brignone, senza successi, caratterizzate dalla sfortuna di chi vede il traguardo di una vita, lì a qualche decimo di secondo di distanza.

La maledizione è finita. Alla gara di Coppa del Mondo numero venticinque in stagione, dopo una serie di sfortune sportive che parevano interminabili e appena quattro podi conquistati, la Brignone può festeggiare un successo splendido in Super G: la valdostana sfrutta meglio di tutte le avversarie le caratteristiche della pista La Volata in Val di Fassa e conquista così la vittoria numero 16 in carriera in CdM, raggiungendo una delle leggende dello sci alpino azzurro, Deborah Compagnoni, nella classifica delle atlete italiane più vincenti del circo bianco. 1:14.61 il tempo della Brignone, unica a scendere sotto il muro dell’1:15 in una gara ai limiti della perfezione.

Ed è proprio di quest’aspetto che si parla. Della perfezione che sta nei numeri e nella sciata regale di chi oggi non ha soltanto vinto una gara, ma ha raggiunto il mito. E la differenza, non ce ne voglia nessuno è sostanziale. Brava Federica.

Carlo Galati