Iga, una ventata di aria fresca

Si è data due anni Iga; due anni nel quale decidere se continuare a studiare, iscrivendosi all’università, o continuare ad intraprendere la strada del professionismo nel tennis. Entrare nelle prime dieci o vincere un torneo importante, queste erano le due condizioni imprescindibili. E già fa capire tanto del personaggio.

La vedi scendere in campo e la prima cosa che ti colpisce è questa alone di bianco che invade e pervade tutto; l’antidiva per definizione. Cappellino sempre in testa quasi a voler nascondere il proprio sguardo. Eppure appena la vedi colpire la palla, la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad una giocatrice vera. Ha un dritto che spaventa le avversarie, un rovescio magico, sotto rete gioca come una veterana ed è molto sicura al servizio. Di botto sparisce quella sensazione di innocenza e viene fuori l’animale da campo, per intenderci quel genere di tennista con quel qualcosa in più che rende tutto speciale.

Colpisce di lei quel mix tra innocenza giovanile e concretezza da campionessa affermata, che allena non solo il corpo ma anche e soprattutto la mente. Imprescindibile la sua mental coach che la segue praticamente da sempre.

Iga Swiatek è una ventata di aria fresca nel mondo del tennis e non solo in quello femminile, ha 21 anni e tutta la vita davanti. Quando si hanno queste doti, per l’università c’è tempo e sempre ce ne sarà. Proseguire a divertire, divertendosi, speriamo continui ad essere la sua priorità.

Carlo Galati

Martina, Jannik e il grande sogno

Jannik e Martina sono due facce della stessa medaglia, quella brillante e luccicante che il tennis italiano si sta appendendo al collo e che mostra con orgoglio, gonfiando il petto.

Due personalità diverse e due storie diverse: esuberante in ogni suo gesto, dal gesto tecnico a quel suo “Maremma” urlato in faccia alla tribuna deserta dopo un punto perso, Martina, asciutto, diretto e teutonico, come il suo dritto, Jannik. Eppure entrambi hanno in comune la fame di vittoria e la voglia di primeggiare e non importa se contro pronostico o contro classifica, la loro voglia di vincere è più forte di tutto.

Ecco, questo è stato finora il loro tratto distintivo: giocare imponendo se stessi e il loro modo di vivere e vincere la partita, indipendentemente se dall’altra parte della rete ci sia la Gauff, la Bertens o Zverev. Impongono se stessi anche nel momento più difficile, che in ogni match, o in quasi tutti, arriva. Hanno un istinto di sopravvivenza che deriva o dall’esperienza che la vita ti insegna, anche in modo duro, o dall’innato senso di cannibalismo, che solo i grandi campioni hanno. Questo li rende unici.

Jannik e Martina stanno vivendo un sogno, a modo loro, con il modo di essere. Scegliere quale sia il migliore è un esercizio di stile a cui ci sottraiamo: l’importante è continuare a sognare.

Carlo Galati

Il romanzo di Martina

Mercoledì 30 Settembre, segnatevi questo giorno perché ce lo ricorderemo a lungo. Un giorno trionfale per il tennis nostrano; cinque gli italiani che hanno superato il secondo turno al Roland Garros: Sonego, Cecchinato, Sinner, Travaglia e lei…Martina Trevisan.

La sua è una storia da romanzo: il tennis dà, il tennis toglie e quando meno te lo aspetti regala gioie; come quella di raggiungere per la prima volta in carriera un terzo turno di Slam battendo contro pronostico e contro classifica l’astro nascente Coco Gauff. Dietro c’è però una vita fatta di rinunce e sacrifici che l’hanno portata a prendere la dura decisione di fermarsi per 4 anni. Dura ma necessaria per evitare di finire schiacciata da uno sport che ti dà tutto ma ti chiede tutto.

Poi il ritorno al campo, alle competizioni ma soprattutto alla voglia di divertirsi giocando. Accettando se stessa e il tennis, divertendosi. Ha dato una lezione a tanti nella partita con la Gauff, una lezione che va oltre il tennis e svolta verso visioni più grandi, verso l’obiettivo concreto di andare avanti anche in questo Roland Garros. Ha battuto nella vita avversari ben più tosti della Sakkari, perché non dovrebbe crederci?

Carlo Galati

L’Italiano volante

FABRIZIO MORI, oro ai mondiali di Siviglia del 1999 nei 400 e record italiano.

Da dove sbuca quell’Italiano?
Gli dei del giro di pista se lo saranno domandati mille volte guardando Fabrizio Mori uscire dall’ultima curva in posizione eleggibile, morbido sugli ostacoli e ancora reattivo come una molla, pronto a tentare l’impresa.

Irriverente ed arrogante, nella specialità che fu di Edwin Moses, Fabrizio calpesta 14 passi fino al settimo ostacolo, per poi chiudere a 15, stroncando ben prima della linea del traguardo il francese Diagana e lo svizzero Schelbert, in un podio clamorosamente tutto europeo, con gli americani relegati alle medaglie di latta.

Salta gli ostacoli con una eleganza da impala, lui che alto non è, appena 175 centimetri, e neppure dotato di un fisico esplosivo e muscoloso, per atterrare oltre la fatidica linea con un tempo da primato italiano, giusto in tempo per raccogliere dal pubblico di Siviglia qualunque tricolore si trovi a portata di mano.

Un Italiano, ripete il telecronista, incredulo.
Un Italiano fa il “giro della morte”, i 400 metri, salta gli ostacoli e si porta a casa un oro mondiale, alzando il dito al cielo come a dire: sono io il Campione del Mondo, proprio io.
Fabrizio Mori, da Livorno, ostacolista.

sportframes #sportframesit #sport #atletica #400mt #4000m #azzurri #italia

MEI, COVA, ANTIBO:LA TRIPLETTA DI STOCCARDA ‘86

Tre uomini soli al comando, la loro maglia è azzurra, i nomi sono Stefano, Alberto e Totò.
Tre particelle impazzite sulla pista di Stoccarda che, venticinque anni fa, laureò Mei, Cova e Antibo padroni di un indimenticabile 10000 metri.

Li univa solo il Tricolore, loro così diversi fisicamente, così divisi da tecniche di corsa agli antipodi, fieri di una rivalità non urlata, frutto della straordinaria solitudine dei numeri primi.
La forza straripante, la solidità del campione, la fame sportiva: primo, secondo e terzo, con l’occupazione manu militari di quel podio e il racconto ai posteri di quello che contava davvero, cioè tre Italiani sui tre gradini del podio continentale, tre bandiere tutte uguali, un solo Inno.

E quelle immagini indimenticabili, accompagnate dalla voce rotta dall’emozione di Paolo Rosi: “è tutto uno scintillio d’azzurro”.
C’era una volta un’Italia che in Europa dominava le piste, soprattutto quando si trattava di soffrire e il sudore sgorgava copioso giro dopo giro.
Succederà ancora?

Mettete in loop questo video, chiudete gli occhi e correte. Con il sacrificio e l’allenamento duro anche i sogni possono diventare realtà.

sportframesit #sport #atletica #impresesportive #mei #cova #antibo