Postcards from Tokyo #15

4×100, Italia d’Oro e d’Alta Velocità

La solidità di Patta, l’esplosività di Jacobs, la curva di Desalu, il talento lanciato di Tortu: shakerare nella notte giapponese, sul bancone dorato delle Olimpiadi più incredibili della storia, e il cocktail è micidiale.

Il quinto Oro nell’Atletica è il termometro del movimento, la cartina al tornasole, l’assicurazione sul futuro glorioso della velocità azzurra e dell’Atletica.

Nell’anno del lockdown, mentre gli statunitensi lottavano contro l’azzeramento delle sponsorizzazioni e la crisi dei talenti, alle nostre latitudini si è lavorato a testa bassa, puntando sui successi a livello giovanile della nostra atletica e sulla valorizzazione di gente come Jacobs e Tamberi, sulla maturità agonistica dei marciatori, sull’entusiasmo di una Nazionale giovane.

E forte.

La 4×100 che mette il muso davanti a tutti è da “orgasmo” sportivo, quanto e come i 100 metri di Marcell, con quella sfrontata dimostrazione di forza e di geometrica potenza: quattro cambi quasi perfetti e quella frazione lanciata dell’enfant prodige deluso, ma concentrato proprio sulla staffetta, magnifica ossessione.

Battuto l’inglese, sul filo di lana, ai rigori, tutti gli altri lontanissimi, ad osservare impotenti le terga del quartetto veloce più bello del mondo, con il Tricolore moltiplicato per quattro a sventolare ancora sul pennone di questi Giochi, fra un Inno di Mameli e l’altro a ricordarci che questo è il decimo squillo, il quinto nell’Atletica.

È bellissima, e dolcissima, la notte azzurra di Tokyo, nell’Olimpiade dei record, nella quale tradiscono solo gli sport di squadra, tranne una: la storica 4×100 metri piani di Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

MEI, COVA, ANTIBO:LA TRIPLETTA DI STOCCARDA ‘86

Tre uomini soli al comando, la loro maglia è azzurra, i nomi sono Stefano, Alberto e Totò.
Tre particelle impazzite sulla pista di Stoccarda che, venticinque anni fa, laureò Mei, Cova e Antibo padroni di un indimenticabile 10000 metri.

Li univa solo il Tricolore, loro così diversi fisicamente, così divisi da tecniche di corsa agli antipodi, fieri di una rivalità non urlata, frutto della straordinaria solitudine dei numeri primi.
La forza straripante, la solidità del campione, la fame sportiva: primo, secondo e terzo, con l’occupazione manu militari di quel podio e il racconto ai posteri di quello che contava davvero, cioè tre Italiani sui tre gradini del podio continentale, tre bandiere tutte uguali, un solo Inno.

E quelle immagini indimenticabili, accompagnate dalla voce rotta dall’emozione di Paolo Rosi: “è tutto uno scintillio d’azzurro”.
C’era una volta un’Italia che in Europa dominava le piste, soprattutto quando si trattava di soffrire e il sudore sgorgava copioso giro dopo giro.
Succederà ancora?

Mettete in loop questo video, chiudete gli occhi e correte. Con il sacrificio e l’allenamento duro anche i sogni possono diventare realtà.

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