Elia Viviani, il punto esclamativo di una vita in bicicletta

Elia Viviani of Italy celebrates after winning the elimination race at the UCI Track Cycling World Championships 2025 in Santiago, Chile, 26 October 2025. EPA/Osvaldo Villarroel

Ha vinto ancora, Elia Viviani. E lo ha fatto all’ultima curva della sua vita da corridore, con la leggerezza di chi ha capito che l’unico modo per lasciare un mestiere d’amore è farlo con un sorriso. Nel tardo pomeriggio cileno del 26 ottobre, a Santiago, ha conquistato il titolo mondiale nella corsa a eliminazione, la più spietata e insieme la più limpida delle gare su pista: ogni due giri l’ultimo saluta e scende, finché non resta un solo uomo in sella. È rimasto lui, il Profeta, trentasei anni e l’orgoglio di chi non ha mai smesso di crederci.

Viviani non correva per aggiungere una medaglia a una collezione già abbondante – tre olimpiche, nove mondiali, novanta vittorie su strada – ma per chiudere il cerchio. Si sapeva da settimane che questa sarebbe stata la sua ultima gara, eppure ha pedalato come se ne avesse ancora cento davanti. L’ha fatto con la testa, come sempre, bilanciando l’istinto e la misura, restando dentro la corsa con quella calma da uomo che sa quando è il momento giusto per spostarsi di un metro e salvarsi.
C’è molto di simbolico in questa sua ultima vittoria. Viviani ha unito due mondi che in Italia per anni si sono guardati in cagnesco: la strada e la pista. Ha dimostrato che si poteva essere sprinter su asfalto e artista del legno, che un colpo di reni al Tour de France o al Giro può nascere anche da mille giri in un velodromo. È stato portabandiera olimpico, vincitore a Rio, bronzo a Tokyo, argento a Parigi: ogni quattro anni una diversa sfumatura del metallo, sempre con lo stesso sudore.
Quando diceva “la pista è come un ottovolante spaziale dove contano solo le tue forze”, spiegava in realtà la sua filosofia di uomo: niente alibi, niente rumore. Solo gambe, cuore e cervello. Il resto, sfondo.

Ora Elia scende, finalmente. Lo fa da campione del mondo, con il rispetto di tutti e la gratitudine di chi lo ha visto pedalare per sedici anni sempre al limite. “Non avrei potuto chiedere di più a me stesso”, ha detto. Forse no. Perché chi riesce a vincere anche l’ultima corsa ha già scritto la parola più bella che esista nello sport: fine, ma col punto esclamativo.

Carlo Galati

Dalla Liguria al Ruanda: Finn trova la strada mondiale

Finn, nato a Genova nel 2006, metà inglese e metà ligure, non è nato in bici. Prima il calcio, poi il tennis. Poi un infortunio al ginocchio che lo costringe a guardarsi intorno. Si trova a pedalare, e scopre che l’aria che gli piace di più è quella delle salite. Scalatore puro, 1,81 per 63 chili, con il passo leggero e la fatica scritta addosso in maniera naturale. Negli juniores ha vinto tanto: il titolo italiano in linea e a cronometro, il Mondiale di Zurigo. Ora il salto negli Under 23, con la Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies, squadra laboratorio che prepara i giovani alle grandi corse a tappe.

A Kigali il copione sembrava scritto per altri. Il Belgio controllava la gara, lo svizzero Huber provava a staccarlo, l’austriaco Schrettl teneva botta. Ma quando la strada è salita ancora, Finn ha fatto quello che fanno i corridori veri: ha deciso. Uno scatto secco, preciso, senza esitazioni. Ha guadagnato metri, poi secondi, poi l’applauso di una folla che non smetteva di battere le mani. È arrivato solo, con le braccia al cielo. Oro, podio, lacrime. Un titolo che è anche un record: il più giovane di sempre a vincere un Mondiale Under 23 su strada, 18 anni e 281 giorni. Prima di lui, la doppietta junior-U23 era riuscita a Mohoric. Adesso anche a Finn.

“È qualcosa di irreale – ha detto al traguardo –. Negli ultimi cinquecento metri sembrava di volare, la gente mi spingeva con il rumore. Senza i miei compagni non avrei fatto nulla, allo sprint non avrei vinto. Ma oggi avevo gambe e coraggio”.

L’Italia porta a casa anche il bronzo di Federica Venturelli nella crono U23. Ma il giorno, il titolo, la storia, sono di Lorenzo Finn. Kigali lo ricorderà, l’Italia pure. Perché a diciott’anni, quando i sogni di solito hanno bisogno di tempo, lui ha già trovato il suo vestito: la maglia arcobaleno.

Carlo Galati

Un missile di nome Filippo

Un treno lanciato a tutta velocità, un ragazzone verbanese capace di dominare negli ultimi anni l’inseguimento individuale, collezionando dal 2016 sei ori, un argento e un bronzo.

L’ultima impresa è degna di Braveheart, l’eroe scozzese che a Glasgow è un mito: come Filippo, capace di recuperare in un finale con extrasistole incorporata ben due secondi al britannico Bigham, avanti nettamente fino a che l’azzurro non ha deciso di accendere il turbo.

Sul traguardo Ganna è un fulmine tricolore, gela l’allenatore inglese saltellante e ormai certo del risultato e divora quei due secondi di svantaggio, conquistando un altro oro.

Qualunque cosa abbiate fatto, non fatevi inseguire da Filippo Ganna: vi prenderà e vi lascerà indietro, perché quelli come lui non cedono mai il passo.

Onore a Filippo, ciclista meraviglioso, grande atleta, agonista mai domo.

Il cielo di Glasgow si tinge di quattro colori: verde, bianco, rosso e… oro.

Postcards from Tokyo #3

La ricercatrice d’oro

Avere la testa, avere le gambe. Non è un sillogismo banale nel caso di Anna Kiesenhofer, neo campionessa olimpica di ciclismo su strada. Atleta part-time, l’austriaca è una ricercatrice ed è questo il lavoro che le dà da vivere, non il ciclismo; almeno non fino ad oggi. Laureata in matematica a Vienna tra il 2008 e il 2011, Master a Cambridge (2011-2012) e il Dottorato al Politecnico della Catalogna nel 2016, anno in cui ha iniziato a praticare ciclismo in modo più professionale dopo essersi cimentata nel triathlon e nel duathlon, ora è una ricercatrice alla Ecole Polytechnique Federale di Losanna dove studia le equazioni differenziali parziali non lineari che sorgono nella fisica matematica. Insomma, cosa volete che sia una fuga di 138 km in solitaria a confronto?

Unica rappresentante del suo Paese, Anna ha preparato tutto da sola: «Ho studiato la prova maschile e deciso la mia tattica di gara. Non ho allenatori, tecnici, preparatori, né nutrizionisti che mi seguono, mi occupo io in prima persona dei miei allenamenti, di ciò che mangio e di come gestirmi in corsa. Non avevo la radio quindi non ero sicura del vantaggio che avevo, in più non sapevo se gli aggiornamenti che ricevevo erano affidabili».

 La storia di Anna Kiesenhofer è la storia di un’atleta che con coraggio ha dimostrato quanto possa essere reale il concetto di Dual Career, conciliare studio/lavoro e sport ad alti livelli. Certo, probabilmente non potrà girare per il mondo da professionista della bicicletta e forse non lo vuole neanche, non vuole lasciare e non lascerà quei numeri che l’hanno aiutata ad arrivare dov’è arrivata, vincendo quello che tutti sognano, vincendo quello che non tutti possono avere. Il messaggio che ha dato a tutti è stupenda intriso della magia e dello spessore che un’Olimpiade sa dare, scavando verso il proprio significato più profondo. Un significato che questa splendida ricercatrice matematica di 30 anni ha colto nella propria essenza, regalandosi un oro olimpico che solo lei sa quanto vale.

Carlo Galati

Pogacar padrone del Tour

Il Tour de France ci consegna un campione assoluto, con tre fiocchi: giallo, bianco e a pois. Sì, perché il bis proietta Tadej Pogacar nella leggenda. Lo scorso anno lo sloveno aveva vinto, a sorpresa, con una zampata nella cronometro conclusiva.

Quest’anno invece è stato un dominio assoluto, dall’inizio alla fine. Un Tour vinto con distacchi indicibili: a soli 22 anni il corridore della Uae Emirates (con 2 vittorie) ha dominato la competizione rifilando 5’20” al secondo classificato, Jonas Vingegaard, e 7’03” al colombiano Richard Carapaz.

Nessuno, nemmeno Merckx e Hinault, avevano già vinto due Tour alla sua età. Nessuno a quell’età ha vinto due tappe di montagna in maglia gialla come ha fatto Tadej sui Pirenei. Insomma un predestinato, per intenderci uno che ha le carte in regola per sedere al tavolo dei grandissimi di questo sport.

Carlo Galati

Fortunato Zoncolan

Ci sono delle salite che valgono una vita, perfetta simbiosi della difficile scalata verso quella vetta che punta dritto verso il cielo, stagliandosi all’orizzonte e regalando la gloria eterna a chi le doma. Una di queste è lo Zoncolan, emblema di tutto ciò che è il ciclismo: sangue, sudore, polvere e lacrime. 

Le lacrime di gioia all’arrivo sono di Lorenzo Fortunato, giovane ciclista guidato dall’ammiraglia da Ivan Basso, uno di quelli che questa montagna l’ha fatta sua. Martirio alpino con le sue durissime pendenze è considerata dai ciclisti la salita più dura d’Europa, parola di chi il ha scalato il Ventoux, il Mortirolo o l’Angliru.

Una vittoria inaspettata, quella di Lorenzo, perché su questa montagna, su questo importante snodo del Giro, ci si aspettava un’impresa da ricordare di uno dei big. L’impresa è stata compiuta e questo è bastato per dare a Lorenzo quella gloria che farà sì che il suo nome venga iscritto nella pietra sacra del Kaiser a lettere cubitali. Lorenzo, Fortunato ad esserci riuscito.

Carlo Galati

Dumoulin, il coraggio di dire basta

Giovani, forti ed invincibili. Detta così, sembrano tutte rose e fiori. Certo, si è consapevoli dei sacrifici e dell’impegno che stanno dietro al lavoro di un atleta per raggiungere la vetta. Quella vetta che però, per alcuni, rappresenta un limite oltre il quale si può essere schiacciati o travolti.

Molte volte, ci sentiremmo di dire sempre, è una lotta interna che ti consuma fin da giovanissimo. Amare e odiare la propria passione più grande: è possibile? Lo è, come per tutti i grandi e travolgenti amori della vita.

Può capitare quindi che si decida di mollare dopo aver vinto tutto, o quasi. Dopo aver raggiunto quel punto così alto da non sopportare più le vertigini. È successo a Mark Spitz che a soli 22 anni e dopo aver vinto sette medaglie d’oro nel nuovo, a Monaco ‘72, decise di ritirarsi.

È capitato al più grande tennista della storia (no, non Roger…lui fa un altro sport), Bjorn Borg che dopo 11 Slam e a soli a soli 26 anni, all’apice di una carriera che sembrava non potergli regalare niente più, nessun traguardo da raggiungere e aggiungere a quelli già in cascina. O almeno di questo era convinto lo stesso Borg, più che altro individuando il perché di tale decisione nell’assenza di motivazioni, perché in campo avrebbe potuto continuare a vincere…senza se e senza ma. Lui aveva semplicemente detto stop a quel tipo di vita.

È successo di recente a Tom Dumoulin che a solo 30 anni e dopo aver vinto un Giro e un mondiale a cronometro ha detto stop. A tempo indeterminato e senza (per ora) ripensamenti. “Non ero felice da oltre un anno, mi sono tolto un peso”. Ecco, dire addio per loro ha significato più o meno questo: riprendere per mano la propria vita e tornare a deciderne. È una scelta, dura e dolorosa. Ma da rispettare e soprattutto da non giudicare.

Carlo Galati

Buon compleanno, Pirata.

Le braccia levate al cielo e gli occhi socchiusi, la bandana slacciata che finisce sull’asfalto, per scrollarsi di dosso la fatica e il sudore: l’istantanea di Marco Pantani che amiamo di più è questa, quando ogni montagna smetteva di soffrire sotto i colpi dei suoi pedali e i saltelli da capriolo lasciavano spazio al rapporto rilassato del dominatore, pronto a godere del boato della folla assiepata da giorni in prossimità dell’arrivo. Facciamo fatica a guardare il ciclismo da quel maledetto 14 febbraio, quel San Valentino che ci vide, innamorati della bellezza, traditi dalla morte improvvisa del campione assoluto.

Facciamo fatica a vedere i passisti-scalatori che vincono i grandi Giri, mentre noi aspettiamo che arrivi un camoscio glabro a scattare, due, tre volte, fino a sfiancare gli avversari, nutrendosi di salite e di pendenze assassine, inarrivabili per i comuni mortali. Viene voglia di spegnere la televisione durante l’assalto al Mortirolo o all’Alpe d’Huez. Senza Pantani sembrano tappe di trasferimento, percorsi “neutralizzati”.

Aspettavamo anche ore, guardando i gregari spaesati che provavano a fare l’andatura, spesso per dovere di firma, perché tanto poi “scatta Pantani”, lo stesso, con qualunque media e a qualsiasi distanza dal traguardo. Marco aveva l’istinto del campione assoluto e una fretta di mollare gli avversari pari solo all’irrequieta insofferenza per la vita da predestinato.

Non è facile reggere la pressione quando il tuo destino è racchiuso in migliaia di chilometri al giorno e l’altare della gloria nella vittoria sfiora la polvere del pavimento dopo una sconfitta. Puoi chiamarti anche Pantani, ma sei un uomo, con le sue debolezze e il cuore fragile come il cristallo. E nell’eterna lotta fra il bene e il male, anche i cavalieri più navigati lanciano assalti che i loro scudi non potranno mai reggere.

In quelle provette manipolate, nell’assenza di scrupoli di faccendieri e finti amici, in quella meravigliosa debolezza di un supereroe con la bicicletta, c’è tutta l’essenza della vita.

Marco non ha retto, ma chi ha cercato di addossargli ogni colpa si è schiantato contro l’umanità del Mito e la vendetta della storia, che torna sempre e non perdona le semplificazioni. Scatta, Pantani, e come al solito si lascia alle spalle il fango che schizza dalle ruote dei suoi nemici e dei finti amici.

Noi non giudichiamo, ma come automi rimettiamo in loop le immagini delle sue imprese, un balsamo per l’anima e per “l’amor che move il sol e l’altre stelle”.

Quello per lo sport.

Buon compleanno, Marco.