
Ha vinto ancora, Elia Viviani. E lo ha fatto all’ultima curva della sua vita da corridore, con la leggerezza di chi ha capito che l’unico modo per lasciare un mestiere d’amore è farlo con un sorriso. Nel tardo pomeriggio cileno del 26 ottobre, a Santiago, ha conquistato il titolo mondiale nella corsa a eliminazione, la più spietata e insieme la più limpida delle gare su pista: ogni due giri l’ultimo saluta e scende, finché non resta un solo uomo in sella. È rimasto lui, il Profeta, trentasei anni e l’orgoglio di chi non ha mai smesso di crederci.
Viviani non correva per aggiungere una medaglia a una collezione già abbondante – tre olimpiche, nove mondiali, novanta vittorie su strada – ma per chiudere il cerchio. Si sapeva da settimane che questa sarebbe stata la sua ultima gara, eppure ha pedalato come se ne avesse ancora cento davanti. L’ha fatto con la testa, come sempre, bilanciando l’istinto e la misura, restando dentro la corsa con quella calma da uomo che sa quando è il momento giusto per spostarsi di un metro e salvarsi.
C’è molto di simbolico in questa sua ultima vittoria. Viviani ha unito due mondi che in Italia per anni si sono guardati in cagnesco: la strada e la pista. Ha dimostrato che si poteva essere sprinter su asfalto e artista del legno, che un colpo di reni al Tour de France o al Giro può nascere anche da mille giri in un velodromo. È stato portabandiera olimpico, vincitore a Rio, bronzo a Tokyo, argento a Parigi: ogni quattro anni una diversa sfumatura del metallo, sempre con lo stesso sudore.
Quando diceva “la pista è come un ottovolante spaziale dove contano solo le tue forze”, spiegava in realtà la sua filosofia di uomo: niente alibi, niente rumore. Solo gambe, cuore e cervello. Il resto, sfondo.
Ora Elia scende, finalmente. Lo fa da campione del mondo, con il rispetto di tutti e la gratitudine di chi lo ha visto pedalare per sedici anni sempre al limite. “Non avrei potuto chiedere di più a me stesso”, ha detto. Forse no. Perché chi riesce a vincere anche l’ultima corsa ha già scritto la parola più bella che esista nello sport: fine, ma col punto esclamativo.
Carlo Galati





