Sofia Goggia, la figlia del vento

Crans Montana cittadina svizzera che ai più può risultare sconosciuta o assimilabile tuttalpiù ad un’amena località sulle alpi svizzera, dedita ad accogliere turismo sciistico da mezza Europa (quando possibile ovviamente…) e turismo estivo per famiglie che amano il relax della montagna. Tutto più o meno vero ma per lo sport italiano significa molto di più. In primis tra le sue bianche piste si è consumato l’ultimo grande amplesso sportivo del più grande sciatore azzurro: Alberto Tomba trovò lì la sua cinquantesima e ultima vittoria sportiva. Poi, tornando ai giorni nostri, le vittorie tutte rosa di Federica Brignone e ultima di Sofia Goggia.

Ha sciato come meglio non poteva Sofia, con un mix di leggiadria e potenza che hanno da sempre caratterizzato il suo stile, il suo marchio di fabbrica. Ha saputo adattarsi Sofia, anche a condizioni climatiche non ottimali, domando quel vento che lateralmente ha destabilizzato molte, ma non lei. Perchè per vincere in discesa e farlo con continuità devi sentire tuo il vento, saperlo gestire rapportandolo al proprio modo di sciare, evitandone gli svantaggi, facendone un tutt’uno con la propria sciata. Caratteristica dei più grandi discesisti, dei più grandi sciatori.

Sofia Goggia è questa atleta qui. Domatrice di vento, figlia della velocità. In una sola parola: discesista. Pura.

Carlo Galati

La corsa contro il tempo per evitare un’Olimpiade senza inno e bandiera

La questione, apparentemente di secondo piano allo stato attuale delle cose in Italia e nel mondo, è molto più delicata ed importante di quanto possa sembrare. L’Italia rischia di partecipare alle prossime Olimpiadi di Tokyo senza bandiera e senza inno; questa la possibile sanzione che potrebbe arrivare dal Comitato Olimpico Internazionale, nel caso in cui il Governo italiano non dovesse garantire l’autonomia del Coni.

Il Coni allo stato attuale delle cose, cioè dopo la riforma dello sport, viola la Carta Olimpica e in particolare l’articolo numero 27. Il motivo? La perdita da parte del Comitato Olimpico Nazionale Italiano di autonomia e competenze. A tal proposito sarà fondamentale l’incontro dell’Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale in programma il prossimo 27 gennaio in cui potrebbero arrivare sanzioni per il nostro Paese. Inutile ogni commento, superflua ogni considerazione, in merito all’orgoglio strappato che ogni atleta italiano subirebbe di fronte ad una sanzione del genere. Anni di sacrifici e rinunce per il solo ed unico obiettivo di poter gareggiare per la propria nazionale, nella competizione più importante. Nell’olimpo dello sport.

Ma non è tutto: ancora più grave sarebbe il danno di immagine e le ripercussioni che questa decisione potrebbe avere su tutto lo sport italiano che verrebbe, de factu, assimilato, alla Russia e alla Bielorussa, nazioni già penalizzate per aver drogato i propri atleti e per non garantire i principi fondamentali delle libertà individuali. L’italia come Russia e Bielorussia alle Olimpiadi, di questo parliamo. Senza dimenticare ovviamente il discorso organizzativo delle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina ne 2026.

La buona notizia è che c’è ancora tempo, anche se non tantissimo. Bisognerà, con un decreto, restituire al Coni quanto tolto entro e non oltre il 27 Gennaio per evitare la figuraccia che è dietro l’angolo. Purtroppo il momento non è dei migliori. Riuscirà la questione ad arrivare sul tavolo del presidente Conte (e dei ministri Spadafora e Gualtieri) in tempo utile per evitare di mortificare lo sport italiano, una delle indiscutibili eccellenze del nostro Paese?

Carlo Galati

Marta Bassino, la forza Gigante

E sono quattro. Quattro vittorie su cinque gare di coppa del mondo in gigante. La nuova signora delle nevi si chiama Marta Bassino e non ha ancora 25 anni. Ha vinto anche oggi firmando un’incredibile doppietta sulla pista più tosta del circuito, la Podkoren di Kranjska Gora.

Impresa in passato riuscita alla Karbon e ad un’altra signora delle nevi, forse la più grande di tutte in Italia: Deborah Compagnoni che in gigante non solo vinceva, dominava.

Così come Deborah anche Marta si sta abituando e ci sta abituando a distacchi pesanti: 1’’48 la Gisin; 1’’58 la Vlhova, leader della classifica generale ma in gigante ancora a secco; 2’’10 la Brignone, che sconta i peccati di giornata con la perdita del pettorale rosso del primato; 2’’18 la Shiffrin, stavolta imprecisa e senza cambio di marcia. Pensate che Sofia Goggia, andata troppo piano nella prima manche, ha chiuso 15ª a 4’’: certo, questo non è più il terreno di caccia dell’olimpionica della discesa, ma fu il gigante a rivelarla a fine 2016 e a darle, con il bronzo iridato 2017, la prima medaglia della carriera.

Basta questo per inquadrare la grande stagione della Bassino e a segnarle la strada per il futuro battendo una pista già battuta in passato da chi è stata grande forse la più grande di tutte e che adesso, dopo oltre 20 anni vede una possibile erede. Marta come Debora. La valanga rosa non muore mai.

Carlo Galati

Luna Rossa, il sogno italiano

La vulgata comune ci definisce popolo di Santi, poeti e navigatori. Fatto salvo il fatto che nell’antichità le prime due categoria ci sono appartenute in modo particolare, pur non riscontrando ai giorni nostri ugual successo, sull’ultima categoria, quella dei navigatori, vogliamo o meglio vorremmo mantenere un solido e saldo senso di appartenenza anche ai giorni d’oggi.

È vero, siamo un popolo che ha molto navigato, che ha trovato nello spirito d’avventura Marino la chiave del proprio essere, facendo grandi se stessi e l’Italia (o quello che in passato ne derivava per estrazione geografica). Così nello sport.

In principio fu Azzurra, poi il Moro di Venezia a rendere mitiche e leggendarie le figure di uomini e naviganti appunto, che hanno reso nome a quella vulgata. Poi è arrivata lei. L’imbarcazione sportiva più bella al mondo. In ogni sui declinazione: dal monoscafo al catamarano, fino alle barche di oggi. Luna Rossa inizia nelle prossime ore la propria sfida ai detentori dell’America’s Cup, Team New Zealand, provando a vincere la Prada’s Cup, competizione che designa l’imbarcazione sfidante.

Si gareggerà in casa dei kiwi, dall’altra parte del mondo con l’obiettivo non tanto nascosto di tornare a primeggiare. Può farcela l’imbarcazione di patron Bertelli, capitana da quella leggenda vivente che si chiama Max Sirena. Abbiamo seguito in questi anni tutto il processo di maturazione e sviluppo di una barca, quella italiana, e del proprio equipaggio, che ha nel proprio DNA le stigmate della vittoria.

Vincere l’America’s Cup significa entrare nella storia dello sport nella sua competizione più antica. È del 1851 la prima edizione della competizione disputatasi nei mari inglesi tra i padri di casa e l’imbarcazione americana Old Dick del New York Yatch Club che trionfò con quasi dieci minuti di vantaggio.

Quando la Regina si rende conto dell’ormai certa vittoria americana e chiede di sapere chi sia il secondo. La risposta rimarrà nella storia, eccellenza, in cui si naviga solo per vincere: “Your Majesty, there is no second”,

Ecco qual è il compito. Vincere, non c’è spazio per i secondi in Coppa America. In bocca al lupo nostra affascinante Luna Rossa.

Carlo Galati

Il paradosso di Francesca: competere nonostante tutto

La chiamano diversità o, se volete handicap. E’ un continuo paradosso la sua vita: “come può giocare a tennis?”, si domandavano i medici. Sarebbe stata un gesto coraggioso anche solo provarci, una totale follia diventare professionista. Utopia provare a qualificarsi ad uno Slam.

Eppure, come per tutti i paradossi della vita, anche per Francesca Jones , tennista inglese nata senza cinque dita per via di una rara malattia genetica, arriva quel momento in cui o accetti la situazione o provi a girarla a tuo vantaggio. Turning point. C’è riuscita Francesca, è lì a giocarsela.

Del resto, “Fran” ha dimostrato fin da subito di essere fortemente attaccata al suo sogno tanto che, a 9 anni, si è trasferita a Barcellona alla scuola della terra rossa di Casal e Sanchez, dov’era emigrato Andy Murray su suggerimento dell’amico Rafa Nadal. Ed è proprio in Spagna che ha imparato, nonostante la mancanza del pollice nella mano dominante, un top spin di perfetta estrazione spagnola, utilizzando un grip particolare ed un manico diverso dagli altri. Sono queste le sue armi.

Armi che l’hanno portata a giocarsi l’ingresso nel Main Draw dell’Australian Open con Jan Fett, cercando di compiere quell’ultimo piccolo passo che manca per arrivare lì dove vuole arrivare. E poco importa se non dovesse farcela; siamo sicuro che ci riproverà. E ancora e ancora e ancora fino ad arrivare dove vuole.

Perché cosa volete che significhi per un’atleta che ha già vinto la partita più importante della sua vita, vincere un incontro di tennis? E’ il suo meraviglioso paradosso. Farcela quando tutti ti dicono che non sia possibile. Cosa c’è di più bello?

Carlo Galati

Dan Peterson, 85 anni da coach “Fe-no-me-na-le”

Ci sono sportivi che varcano le soglie del proprio campo, della propria professione, abbandonando il porto sicuro degli amanti del genere, diventando di fatto icone che abbracciano tutti. Non importa se si è mai seguito lo sport, il basket nello specifico, per riconoscerlo e identificarlo.

Lo inquadri subito Dan Peterson: ne riconosci il volto, la voce, la statura. Il suo essere americano con quell’accento e quel modo di parlare che ricorda Stanlio (o Olio, fate voi…) nonostante abbia passato 50 dei suoi 85 anni, che compie proprio oggi, in Italia.

Ha legato la sua storia all’Olimpia Milano, con cui condivide l’età e l’anno di nascita (il destino alle volte è molto più razionale di quello che possa sembrare) e alle telecronache e a quei modi di dire che lo hanno introdotto nelle nostre case, nei nostri salotti il sabato pomeriggio.

Dal suo accoglierci con “Amici sportivi, e non sportivi…” a “Mamma, butta la pasta!”, per specificare che una partita è ormai finita, passando per “Fe-no-me-na-le”, per indicare una giocata di altissimo livello.

Con l’Olimpia dal 1978 al 1987 inserirà nella propria bacheca 4 Scudetti (1982, 1985, 1986 e 1987), due Coppe Italia (1986 e 1987), una Coppa Korac (1985) e soprattutto la Coppa dei Campioni del 1987. Dopo questo sensazionale ‘triplete’, Peterson si ritira, all’apice della propria fama, diventando uomo copertina.

A vederlo non sembra neanche che possa compiere 85 anni, che il tempo passi anche per lui. Eppure la sua grandezza sta anche in questo: nel battere il tempo. Come quando allenava e vinceva, in perenne lotta con il cronometro.

Auguri Dan, parafrasandoti, ce lo concederai: “per me…Numero 1!”

Carlo Galati

La storia oltre ogni limite del maratoneta giapponese

Resilienza, parola molto in voga nel contesto contemporaneo, utilizzata molto spesso da motivatori/santoni/guru in vari ambiti: dal business, alla formazione, dal coaching alla vita di tutti i giorni. Eppure non troviamo collocazione migliore di quella sportiva, nello specifico nella maratona. Cosa c’è di più allenante alla resilienza che non correre 42 km e spicci, da soli o al limite con se stessi? Fate voi. Per noi nulla.

Ecco perché la storia che vi raccontiamo oggi è la storia di un maratoneta. Come tante altre si potrebbe pensare; ed invece no. In primis perché l’atleta in questione è giapponese (se vi state chiedendo il perché questo possa sembrare particolare o degno di nota, consigliamo la lettura di Ogni giorno è un buon giorno, di Noriko Morishita), poi perchè nelle settimane scorse il 33enne fondista nipponico Yuki Kawauchi, arrivando secondo alla recente maratona di Hofu in 2.10.26, dietro il connazionale Testuya Maruyama 1° con 2.09.36, ha realizzato uno storico record: quello di avere corso 100 maratone sotto le 2 ore e 20 minuti.  

Per chi conosce la corsa, e la maratona nello specifico, sa cosa vuol dire quel tempo e sa che ripeterlo per 100 volte è un’impresa titanica, consolidatasi nel tempo per oltre un decennio. Significa aver mantenuto sempre uno standard prestazionale altissimo a dispetto dell’età, significa aver curato per lungo, lunghissimo tempo, ogni singolo dettaglio di una preparazione che dura mesi e mesi. Significa avere una forza di volontà che piega l’acciaio. Giapponesi, amici.

Se non bastasse il maratoneta giapponese inoltre non è un atleta professionista ma un impiegato statale che ogni settimana deve completare 40 ore di servizio nella sue 100 maratone sotto le 2 ore e 20 minuti Kawauchi ha vinto ben 38 gare correndone dieci volte la distanza sotto le 2 ore e 10 minuti. Un rapporto quantità-qualità mai ottenuto da nessun altro atleta. Figurarsi da un non professionista.

Carlo Galati

Una lezione di sport, oltre il punteggio

Un punteggio del genere non l’abbiamo mai visto. E non soltanto noi che magari non avremmo la memoria storica degli anziani della Lega, ma sono i libri di storia dello sport a dircelo.

Cinquanta punti di distacco a metà partita è qualcosa che forse nemmeno nei campionati juniores è facile da vedersi, figurarsi nella Lega delle leghe. Eppure è successo a Los Angeles: i Clippers privi di Kawhi Leonard sbagliano tutto e Dallas li umilia, rifilando 50 punti di scarto a Paul George e compagni all’intervallo, il più ampio margine in un tempo nella storia della NBA.

La partita è finita 73-124 per Dallas. I 50 punti di gap sono rimasti tali per tutto l’incontro. Nessuno in campo durante la partita si è però lasciato andare ad isterismi assortiti, cavalcando l’onda della falsa sportività che obbligherebbe moralmente i propri avversari ad un rispetto irrispettoso, tirando il freno alla propria prestazione agonistica, rendendo giustizia ai soloni da salotto che mai hanno affondato le proprie radici nel confronto fisico e leale tra atleti.

La lezione è che a questi livelli non puoi permetterti nessuna distrazione e nessuna, neanche la più piccola, imperfezione perché la lezione è assicurata. Questa è stata storica e gli stessi Clippers la faranno propria guardandola con l’accezione di chi dalla lezione ha subito ed imparato. Senza inutili piagnistei che appartengono ad altri sport e ad altre latitudini.

Carlo Galati

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It’s Christmas time!

È stata dura, molto di più di quanto ognuno di noi avrebbe mai potuto immaginare. Perché nessuna immaginazione, neanche la più terribilmente abituata allo scenario peggiore, si sarebbe mai aspettata un periodo come quello che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e speriamo vivremo ancora il meno possibile.

Anche lo sport ha pagato il proprio prezzo, come tutti. Ma come lui, anche noi non abbiamo ceduto. Ci siamo rimessi in pista, abbiamo provato a raccontarvi storie di uomini e donne di sport. Ce l’abbiamo messa tutta, perché ne siamo tremendamente convinti: non esiste sport senza gioia e gioia senza sport.

Lo viviamo tutti i giorni, fa parte di noi. Ci siamo impegnati e continueremo a farlo per suo amore e per amore della scrittura che crea emozioni dalle foto. È un miscuglio di arti che speriamo ogni tanto vi abbia distratto da tutto il resto.

Grazie per averci letto, sostenuto, aiutato, consigliato e suggerito. Siete stati e sarete la nostra base di partenza per traguardi che magari ancora non si vedono ma che vogliamo comunque raggiungere. Continuando a raccontarvi lo sport a modo nostro, sperando di farvi emozionare, emozionandoci anche noi.

Buon Natale da parte di tutti noi.

La golden age del tennis italiano

Senza troppi giri di parole: sono poche, pochissime le soddisfazioni del tennis italiano maschile negli ultimi 40 anni (donne discorso a parte…); ricordiamo Fabio Fognini vincitore a Montecarlo lo scorso anno, una finale di Davis giocata a Milano e persa con la Svezia nel 1998 e poco altro se non qualche exploit sporadico.

Oggi sembra esserci un futuro più radioso all’orizzonte con Jannik Sinner, Lorenzo Musetti, Matteo Berrettini e (segnatevi questo nome) Luciano Darderi, ormai qualcosa di più che in rampa di lancio e pronti per darci una squadra di Davis da batticuore. Ma il tennis italiano, ha avuto anche un grande passato e oggi non si può non ricordare la vittoria di 44 anni fa esatti, il 18 dicembre 1976, quando il doppio Bertolucci-Panatta ci diede la nostra prima e unica insalatiera fino a oggi. La sfida finale è con il Cile a Santiago arrivato in finale grazie alla rinuncia dell’URSS per protesta contro il regime di Pinochet.

Inizia un’altra partita da quel momento, non sul campo ma politica: c’è una parte del Paese che vorrebbe reagire come l’URSS, per sottolineare come sia impossibile tollerare queste violenze in un mondo civile, un’altra invece che guarda solo alla parte sportiva e vuole che la nostra squadra vada a lottare per vincere la sua prima insalatiera.

Barazzutti batte 3-1 Fillol, Panatta scherza 3-0 contro Cornejo e Paolo Bertolucci e Adriano Panatta in doppio, con una maglia rossa, superano 3-1 i cileni per la vittoria definitiva. Poi Panatta batterà anche Fillol e nell’ultimo singolare spazio e gloria anche a Zugarelli che perde contro Belus Prajoux.
Otteniamo la vittoria più prestigiosa e bella della storia del tennis italiano. Sono passati 44 anni. È ora di aggiornare le splendide foto cilene in bianco e nero. SI PUÒ FARE!

Carlo Galati

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