Daniil, il russo più francese che ci sia

Non è una novità che i destini franco-russi siano stati sempre particolarmente intensi ed intrecciati tra di loro. Fin dalle campagne napoleoniche in Russia, passando per la Duplice Intesa di fine ‘800 per poi convergere ai più recenti accordi post bellici sulla spartizione di Berlino e del ruolo francese nell’evitare che l’escalation di tensioni durante la guerra fredda, tra i due blocchi, degenerasse in qualcosa che siamo fortunati a non leggere sui libri di storia.

Nel mondo del tennis c’è un giocatore che incarna perfettamente questa simbiosi, Daniil Medvedev. Russo di Mosca ma nel circuito, dopo i francesi, il maggior conoscitore della cultura francese e della lingua francese. Nato a Mosca, per puro caso. I genitori volevano che nascesse in Francia in modo da avere la doppia nazionalità, loro amanti della cultura transalpina ma orgogliosamente russi, non avrebbero disprezzato un’impronta definitiva sulla vita del proprio figlio. Ma, come spesso succede in questi casi, a scegliere è stato il destino: Daniil è nato un mese prima e lo ha fatto in Russia regalando a quella che i russi definiscono la Santa Madre, un giocatore capace di proseguire la loro grande tradizione.

Daniil ha vinto il Master 1000 di Parigi per la prima volta in carriera, mettendo il timbro su una città dalle forti tradizioni tennistiche e che, per difficoltà di superficie (Medvedev non è propriamente un terraiolo), mai lo aveva visto protagonista al Roland Garros. Lo ha fatto ricevendo tutti gli onori del caso e forse anche qualcosina in più rispetto a tutti gli altri, trascinando nell’entusiasmo generatosi anche i colleghi francesi. Era destino che a riuscirci fosse lui, profondamente russo ma con un’ anima très très français.

Carlo Galati

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10, 100, 1000 Rafa

Ci ha messo 18 anni per arrivare nell’esclusivo club dei millenari. Da Maiorca 2002 a Parigi 2020, passando per tutte le superfici, in tutte le condizioni. Meglio di lui hanno fatto soltanto Lendl (1068), Federer (1242), Connors (1274). Una discreta compagnia di fenomeni.

“Sono molto contento, ma non significa nulla di particolare: è solo un’altra vittoria in più”. Capito?

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Il Sei Nazioni parla inglese

Un’edizione così del Sei Nazioni non l’avevamo mai vista, come tante altre cose di questo sciagurato 2020. Sono serviti quasi nove mesi per decretare la squadra vincitrice di questa edizione, ben sette mesi per disputare ultima giornata del torneo e con tre squadre in lotta fino alla fine per conquistare il trofeo.

È l’Inghilterra la squadra campione, che battendo l’Italia nell’ultima giornata ha concretizzato la sua vittoria. La vittoria della Francia a Parigi contro l’Irlanda, infatti, premia i britannici che con il successo nel pomeriggio a Roma si laureano campioni. Non riesce il colpo all’Irlanda che cede alla distanza.

È stata la giusta vittoria di una squadra a parziale compensazione di una finale mondiale persa giusto un anno fa. È la vittoria di Eddie Jones, nemesi perfetta del grande giocatore che diventa allenatore, di Ben Youngs e Jamie George: il primo ha tagliato il traguardo dei 100 caps, diventando il secondo inglese più presente di sempre dietro al solo Jason Leonard, mentre il secondo è arrivato a quota 50. Per gli inglesi è la vittoria numero 39 del torneo, raggiungendo il numero di vittorie del Galles che era capofila solitario in classifica.
Il rugby internazionale è ufficialmente ripartito, dopo esser stato il primo tra gli sport professionistici a fermarsi. In questo particolare momento storico abbiamo tutti bisogno del rugby, della sua spinta, del suo sostegno; che deve essere anche il nostro.

Carlo Galati

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Feliz cumple Pibe de oro

Per la mia generazione, Diego Armando Maradona, o più semplicemente Diego, è stata vita. Alto e basso, delitto e castigo, gioie e dolore di un uomo che ha sdoganato il talento più puro e allo stesso tempo reso visibili e tangibili i demoni che solo i divini posseggono, come fossero un pegno da pagare per la propria infinita grandezza.

Maradona non è stato semplicemente un calciatore; non vorremmo addentrarci nella jungla delle metafore troppo sofisticate, perché nessuna renderebbe giusto merito a ciò che non solo è stato ma che tuttora rappresenta. Ha unito indissolubilmente due popoli, Napoli come Buenos Aires. È stato riscatto di terre irredimibili, trascinatore e simbolo nel bene e nel male, ha incantato. Tanti i fiumi di inchiostro spesi, parole ricercate, analisi più o meno complesse per cercare di definirlo. Le ha dribblate tutte, con quell’aria dinoccolata di chi non sembrava neanche avere tutta quella voglia di scendere in campo, di allenarsi, salvo poi incontrare il pallone e avvicinarsi all’etereo.

Ancora oggi, nel giorno del suo sessantesimo compleanno, non sappiamo cosa fosse quella magia, forse neanche lui lo ha mai capito. Perché Diego Armando, o più semplicemente Maradona, possiamo declinarlo e definirlo utilizzando tutti gli artifizi letterali in nostro possesso ma nessuno mai renderà realmente omaggio al mas grande de todos. El pibe de oro, la mano de Dios.

Carlo Galati

Hart vince la 103esima edizione del Giro, Ganna conquista il cuore degli italiani (definitivamente)

Sono due belle storie quelle di Hart e Ganna, due storie che affondano nella velocità le proprie radici: figlio sportivo di Sir Bradley Wiggins il primo, pistard adattato alla strada il secondo.

Due atleti giovani dalla faccia pulita che hanno lasciato il segno in un Giro diverso dagli altri ma non meno spettacolare e non meno intenso. Hart non ha mai indossato la maglia rosa durante la corsa ma ha deciso di portarsela a casa negli ultimi 15 km, Ganna ha vinto quattro tappe e tutte e tre le cronometro, cosa che, in un grande giro, non succedeva dai tempi di Tony Rominger.

Ricorderemo il Giro numero 103 per questo: per averci regalato un grandissimo finale, un testa a testa emozionante fino all’ultimo km tra Hart e Hyndley e per aver regalato al ciclismo italiano uno specialista della velocità che ha dimostrato di avere le qualità per poter puntare a qualcosa di più. Magari con una squadra che lavori per lui. Ci siamo divertiti, grazie a questi due ragazzi che hanno fatto del loro meglio per trasmettere e mantenere vive le emozioni del ciclismo. La sfida più difficile è stata vinta.

Carlo Galati

DIRITTO ALLO SPORT, DIRITTO ALLA VITA

La “chiusura” dello sport, errore capitale.
Lasciano vivi solo i professionisti, quelli milionari e quelli che tirano a campare, quelli che muovono un indotto straordinario e danno lavoro a migliaia di persone.

Giusto non chiuderlo quello sport, seppure non ci sia la “bolla” della NBA, a zero contagi Fuori da quel mondo, però, c’è lo sport vero, praticato da dilettanti e amatori, dagli studenti di ogni età, dai bambini e dalle bambine.
È giusto considerare il diritto allo sport sacrificabile?
È quantificabile economicamente il danno che deriva dall’azzeramento dell’attività fisica per una fetta così importante della popolazione, per giunta con la leggerezza di cancellare con un colpo di penna anche i disciplinatissimi gestori di palestre e piscine, fra i primi ad adeguarsi alle regole?

Sono domande retoriche.
È difficile dover sembrare da anni gli invitati di serie B alla fiera delle cose importanti della vita, schiacciati a scuola fra le lezioni di matematica e quelle di italiano, a casa fra la chitarra e il pianoforte o l’inglese.
Lo è ancora di più se a quindici anni lo sport non è considerato importante perché non hai le stimmate del campione, per cui non rappresenti una potenziale gallina dalle uova d’oro.
E questa sensazione di fastidiosa impotenza cresce oggi, nei mesi dell’emergenza, con la caccia al podista solitario quando eravamo tutti tappati in casa e questo strano fastidio nel vedere le piscine o le palestre aperte mentre tutti sono pronti a fare le barricate per il pub sotto casa.

Mai nessuno che stia attento ai messaggi culturali, alla valenza sanitaria della pratica diffusa dell’attività sportiva, alla sua incidenza sullo stato mentale degli Italiani, già sedentari per costituzione, oggi spinti giustamente a evitare assembramenti e occasioni di contagio.
Insieme al diritto allo studio, ci piacerebbe che la stessa difesa accorata ci fosse per il diritto allo sport, anche quello di base, anche quello di chi non taglierà mai per primo il traguardo.
Basta con i figli (sportivi) di un dio minore.

Paolo Di Caro – Carlo Galati

Pelé, gli 80 anni del bisillabo più famoso dello sport

Una delle immagini più iconiche della sua carriera lo ritrae in volo verso il cielo, a colpire di testa una palla che si insaccherà nella porta di Albertosi, nella finale vinta dal Brasile sull’Italia per 4-1 allo stadio Azteca di Città del Messico. “Quando sono arrivato a terra con i piedi, lui era ancora lì, in alto a colpire quella palla”, parola di Tarcisio Burgnich, antieroe di quello scatto.

Pelè, il bisillabo più famoso dello sport mondiale, ha scritto prima di tutti le regole del gioco, non solo quelle calcistiche. E’ stato il primo vero divo dello sport. Senza la strada da lui tracciata non ci sarebbero i Cristiano Ronaldo e i Messi che conosciamo; non ci sarebbero stati i grandi sportivi che hanno il potere di fare e disfare, di tenere sotto scacco multinazionali, esercitando il potere contrattuale di un’icona che va oltre il terreno da gioco, la prestazione sportiva, le vittorie.

Nato povero a Tres Coracoes, una vita al Santos, prima di chiudere la carriera ai Cosmos di New York, anno di grazia 1977. Dovrebbero essere 1279 reti segnate in carriera (conteggio per difetto, ma chissenefrega), tre Mondiali vinti: unico calciatore al mondo. Per lui si sono sprecate le iperboli. E’ stato sicuramente l’atleta più celebre del Novecento, conosciuto ovunque, persino nel più sperduto villaggio del pianeta.

Ha messo piede, celebrando la sua arte, in 88 paesi del mondo, 40 capi di Stato e 3 Papi. In Nigeria venne dichiarata una tregua di 48 ore ai tempi della guerra con il Biafra perché tutti potessero vederlo giocare. Quelli che oggi chiameremmo haters, e che più romanticamente definiremmo detrattori, lo “accusano” di non aver mai giocato in un campionato europeo. Ma forse è stato meglio così; l’essere lontani da quel calcio gli ha permesso una carriera più lunga, ricoprendo il suo nome di un alone di mito, se volete, ancora più intenso e deciso. Pelé, che compie oggi 80 anni, durante la sua vita e la sua carriera è stato molte cose, ma una sopra tutte: il Calcio nella sua essenza.

Carlo Galati

La storia di Peter Norman e di una calda notte del 1968

L’immagine più celebre dell’Olimpiade di Città del Messico: 16 ottobre 1968, cinquant’anni esatti fa, tre uomini sul podio del destino, il podio dei 200 metri piani. Uno è bianco, non conta. Forse. C’era la sua mano bianca dietro quei due pugni sul podio guantati di nero, la protesta sollevata in alto nella sessantottina notte più calda dell’atletica.

Ci sono voluti decenni per allargare l’immagine, per farsi una domanda, per non vedere solo Tommie Smith e John Carlos nell’istantanea che è diventata un simbolo: la loro vittoria senza esultanza, lo sguardo spento verso terra, il braccio sollevato, il pugno chiuso fasciato di pelle nera per simboleggiare la rabbia razziale. Tre uomini appunto. Ma il terzo chi è?

Il terzo è Peter Norman Atleta australiano, nel momento della protesta si mostrò solidale con la rivendicazione dei due corridori, appuntandosi alla maglia lo stemma del Progetto Olimpico per i diritti umani e salendo così sul secondo gradino del podio. 
Rientrato in patria dopo la gara, dovette affrontare le durissime ripercussioni di un Paese intero, in un momento di forti tensioni e restrizioni dovute all’apartheid contro gli aborigeni. Rifiutò sempre di condannare il gesto di Smith e Carlos in cambio di una riabilitazione nazionale. 
Isolato, screditato ed escluso per sempre dalle gare agonistiche nonostante le continue qualificazioni, non ottenne mai un lavoro fisso, nemmeno come insegnante di ginnastica. 

La storia adesso ne ha riconosciuto il valore, dando a quella protesta ancora più forza di quanto già ne avesse; perché genuina, perché vera, perché pagata a caro prezzo. Più di tutti, per la (vera) libertà di tutti.

Carlo Galati

UN ANELLO LUNGO DIECI ANNI


Il basket NBA non poteva fare a meno così a lungo dei Lakers.
E gli Dei del basket hanno scelto la stagione più incredibile, il palcoscenico più surreale, il momento più tragico della storia giallo-viola: dentro quell’anello c’è lo schianto di Bryant, la stagione mutilata dal lockdown, il silenzio irreale dei palazzetti senza pubblico.
E anche il sospiro dell’ineluttabile, come negli antichi manieri quando senti di poter scorgere il fantasma da un momento all’altro.
Dovevano vincere i Lakers, perché erano i più forti e perché hanno dato sempre la sensazione di giocare in sei, in sette se oltre al “24” ci mettete la strabordante presenza scenica di LeBron, il gigante con il “23”.
Il Re è morto, viva il Re.
MVP delle Finals, tre titoli con tre squadre diverse, il peso specifico dell’Iridio, James è riuscito nell’impresa di ricordare al mondo Kobe nel migliore dei modi: con l’esempio, con i canestri, con la tigna del caposquadra. Applausi per i Lakers redivivi, tornati sulla vetta del pianeta per la gioia degli esteti della palla a spicchi.
La maglia che fu di Chamberlain, di Magic, di Kareem Abdul Jabbar, di Kobe, di LeBron, la maglia che trasuda storia e pallacanestro nella parata più silenziosa e carica di pathos della storia di questo sport. Era destino.
A volte cinico e baro, a volte esaltante come la carezza delicata dell’angelo con la maglia numero 24.


Paolo Di Caro

Rafa e Lewis le vittorie oltre il mito

Come possiamo descrivere lo sport se non la perpetua sfida con se stessi e con i propri avversari? Il raggiungimento di un limite che è personale ma che ha nei numeri e nel continuo e perpetuo confronto, il proprio apice di suprema bellezza. Ecco perché amiamo lo sport, ecco perché solo in pochi riescono a raggiungere quell’eccellenza figlia della voglia di raggiungere un record.

Oggi due dei più grandi sportivi della storia moderna hanno reggiunto ed eguagliato dei record che sembravano inarrivabili e lo hanno fatto nella stessa giornata, quasi alla stessa ora.

Rafael Nadal, battendo per 3 set a zero il numero 1 al mondo Novak Djokovic ha conseguito il tredicesimo titolo del Roland Garros, il 20 Slam eguagliando così il primato di Roger Federer. Un risultato che tre anni fa sembrava quasi impossibile, concretizzandosi nel luogo dove è giusto che ciò accadesse. A Parigi, sul Philippe Chatrier, domicilio Nadal.

Nella stessa incredibile giornata Lewis Hamilton, ha ottenuto il 91esimo successo in formula 1 vincendo il gran premio di Germania al Nurburgring, eguagliando in casa sua, il numero di successi di un certo Michael che di cognome fa Schumacher. Un trionfo speciale questo ma lo sarebbe stato a prescindere, perché nel cuore e nella mente di Lewis c’era e c’è il ricordo perenne del suo mentore Nicky Lauda e perché su questo circuito è iniziata la storia delle Freccie d’Argento.

Due destini incrociati che oggi si sono incontrati per raggiungere ed affiancare i destini di altri due campioni assoluti. Perché l’essenza della storia dello sport sta tutta qui, nel suo costante processo di evoluzione che trova sempre una vetta più alta da esplorare. Ecco perché raccontarla è l’avventura più bella che ci sia.

Carlo Galati