Il giorno più verde di Jannik

Se ne parlava da tempo, forse da troppo. Quel “prima o poi vincerà Wimbledon” che era diventato un ritornello, come le chiacchiere sui prati bagnati, le fragole con panna e la racchetta rossa che sembra uscita da un cartone animato giapponese. Poi, finalmente, il prima o poi ha trovato il suo oggi: Jannik Sinner ha vinto Wimbledon. Non è stata una passeggiata, non è stato un’epopea. È stata una partita da Sinner, che oggi significa molte cose: pazienza, geometria, una calma che pare fredda e invece è lava trattenuta.

In finale c’era Carlos Alcaraz, uno che se non ci fosse Sinner sarebbe il volto perfetto del tennis nuovo. Muscoli, esplosività, un servizio che sembra l’urlo di Tarzan e un rovescio che può spezzare il tempo. Ma oggi ha trovato davanti non un tennista, ma una diga. E le dighe, si sa, non fanno rumore. Resistono.

Sinner ha vinto in quattro set, con punteggio che dovrà essere ricordato: 4-6 6-4 6-4 6-4. Forse però quel che conta è che nei momenti in cui serviva un passante impossibile, un recupero di quelli che si vedono una volta ogni torneo, o semplicemente un respiro più lungo dell’avversario, lui li ha avuti. Sempre. Con quel suo modo di non esultare mai troppo, che non è freddezza ma una forma di rispetto. Per l’avversario, per il gioco, per se stesso.

C’era il sole, a Londra, cosa rara. E nel sole, Jannik ha sollevato la coppa iconica come se fosse il violino che da bambino non ha mai suonato. Ha sorriso poco, come sempre, ma gli occhi dicevano tutto. E c’era scritto: è finita un’attesa, è cominciata una storia.

Carlo Galati

Iga, l’erbivora

Se la finale femminile di Wimbledon fosse stata un film, sarebbe un bianco e nero senza musica. Né i violini del patetismo, né i tamburi della rivolta. Solo il rumore sordo di una porta che si chiude. Iga Swiatek ha battuto Amanda Anisimova 6-0 6-0. Dodici giochi a zero. Come uno di quei treni che passano senza fermarsi, e se ti trovi sul binario sbagliato, puoi solo scostarti e guardarlo sfrecciare. Ma nemmeno troppo, perché a malapena lo vedi. Troppo veloce.

In 57 minuti Swiatek ha compiuto qualcosa che rimarrà nei libri, ma non nei racconti. Perché il dominio non appassiona, non accende dispute, non alimenta il tifo. Il dominio, quello assoluto, mette in soggezione. E lei, Iga, lo sa. Ha ricevuto il trofeo dalle mani della Principessa di Galles con la stessa delicatezza con la quale si entra in una chiesa vuota: senza alzare la voce, con lo sguardo basso e il rispetto per la storia, ma la storia, oggi, la scrive lei.
Sarebbe ingiusto dimenticare le due settimane di Amanda. A 23 anni, con una carriera già piena di inciampi e di rinascite, ha incantato il pubblico di Wimbledon con il suo tennis pulito, classico, da romanzo americano. Ha battuto Sabalenka in semifinale, ha resistito alla pressione dei grandi campi e si è guadagnata un posto nell’ultimo match. Poi si è smarrita: “in campo era come congelata. Non riuscivo a respirare; mi sarei immaginato diversamente la mia prima finale Slam. Succede. Succede soprattutto contro una Swiatek così, ma dopo aver superato le sabbie mobili della depressione che l’hanno allontanata dal tennis, saprà tornare in alto”.

La perfezione, diceva Borges, è una condanna. Ma chi ama il tennis sa che esistono giornate in cui tutto quadra, tutto fila, e l’armonia tra mente, corpo e racchetta diventa un’arte silenziosa. Oggi sul Centrale non c’era spazio per il pathos, solo per l’ammirazione. Iga Swiatek ha portato in dote la sua freddezza, la sua lucidità, la sua fame composta. Ha portato anche la Polonia con se, un intero popolo che l’ha sostenuta e orgogliosamente tifata sempre, anche quando le cose andavano male. Oggi la gioia è di tutti, una gioia fantastIGA.

Carlo Galati

Italrugby U20, zampata e brivido per battere l’Irlanda

Diciamolo subito, così ci togliamo il dente: l’Italia ha vinto ma che fatica e soprattutto che rischio! Un brivido lungo la schiena come certi treni in corsa che passano a pochi centimetri e ti spettinano le aspettative. A Viadana, nella seconda giornata del Mondiale Under 20, gli Azzurrini battono l’Irlanda 18-16. Basterebbero i numeri, il parziale, per intuire quanto sia stata dura, ma non raccontano tutto. Non dicono, ad esempio, che l’Italia è stata avanti per 80 minuti, senza mai chiuderla davvero, come chi tiene la porta socchiusa pensando che basti lo spioncino per evitare intrusioni. E poi, al minuto 80, Minogue la sfonda quella porta, segnando una meta che gela il sangue. Serve solo la trasformazione di Wood, calciatore dai piedi non malvagi, per pareggiare, ma il pallone si perde da un’altra parte. Un soffio di vento, una rotazione storta, un respiro trattenuto da tutti quelli in bianco. E l’Italia resta davanti.

C’è chi direbbe fortuna. C’è chi direbbe cuore. Meglio dire: difesa. Mischia. E una maul che avanza come un’idea ostinata. Il rugby dei ragazzi di Santamaria non sarà raffinato, ma ha un’identità chiara: non si spostano di un millimetro se non li butti giù. E spesso, sei tu che finisci per arretrare.

Il vantaggio azzurro era maturato grazie alle mete di Casartelli e Gritti, e ai calci di Edoardo Todaro, entrato nella parte del piazzatore quasi per caso, come certi attori che si trovano protagonisti per un forfait dell’ultimo minuto e poi scoprono che il ruolo gli calza. In mezzo, tanta difesa e qualche sofferenza, soprattutto in inferiorità numerica per un cartellino giallo (sempre Casartelli). L’Irlanda, mai doma, resta attaccata con la pazienza di chi sa che una crepa prima o poi si può aprire. Quella crepa arriva al minuto 80, ma la fortuna — o quel che ne resta nel rugby — ci mette un dito e la chiude.

Ora la classifica è un rompicapo. I Baby Blacks a 9 punti sono in fuga, l’Irlanda ne ha 6, l’Italia 4, la Georgia 2. E guarda un po’, proprio contro la Georgia ci si gioca tutto. Ancora una volta.
Ma questa volta, meglio chiuderla prima. Perché la fortuna è brava, ma non ama farsi sfruttare due volte di fila.

Carlo Galati

Italia Regina dell’atletica

Nel forno di Madrid, con 39 gradi che sembrano spilli sulla pelle, l’Italia dell’atletica si prende di nuovo l’Europa. Due anni dopo la vittoria in Polonia, la squadra di Antonio La Torre replica e alza il trofeo continentale a squadre nello stadio Vallehermoso.

Un’impresa collettiva, come sempre quando c’è da fare sul serio. Brillano i primi posti di Leonardo Fabbri nel peso e Larissa Iapichino nel lungo: lui chiude con un 21.68 al sesto lancio, lei vola a 6.92 al quinto salto, superando l’olimpionica tedesca Mihambo.

Ma sono fondamentali anche i “piazzati” di valore: Desalu è secondo nei 200 in 20”18 (“sono sulla strada giusta”, dice pensando ai 20 netti), Idea Pieroni salta 1.91 ed è quarta, Padovan nel giavellotto è quinta con 57.91, stesso piazzamento per Crippa nei 5000 (13’48”10). È l’Italia che si allarga, che fa gruppo, che spinge in ogni settore.

Fabbri, il gigante toscano, ha aperto le danze con un concorso da dominatore: sei lanci, quattro oltre i 21, e un ultimo colpo da maestro. Dietro di lui lo svedese Petersson (21.10) e il polacco Bukowiecki (20.55). “La pedana era difficile, scivolosa. Ma questa vittoria mi serviva – racconta – anche solo per sentirmi di nuovo nel posto giusto. E che squadra che siamo! Qui ognuno ti risponde ‘una meraviglia’. Nessuno si lamenta. Si sente che c’è fame”.

Il salto di Larissa è la spinta finale. Poi arriva il nono posto di Orandosi nel giavellotto (72.75), abbastanza per blindare il successo. La 4×400 mista è solo una passerella: l’Italia è già campione, e si prende anche il secondo posto.

Lacrime invece per Ucraina, Finlandia e Lituania, retrocesse, ma sotto il sole di Spagna, a splendere è solo l’azzurro.

Carlo Galati

Svizzera, la sconfitta da nascondere

A pochi giorni dal fischio d’inizio di Euro 2025, la nazionale femminile svizzera si ritrova al centro di quella che è un’umiliazione. In un’amichevole a porte chiuse le ragazze elvetiche sono state battute 7-1 dalla formazione Under 15 del Lucerna. La partita era nata come un allenamento congiunto “top secret”, lontano da telecamere e taccuini, ma a rompere il silenzio ci ha pensato un giovane calciatore del Lucerna, entusiasta e incauto, che ha pubblicato tutto sui social, compreso il risultato.
Una figuraccia in piena regola, resa ancor più rumorosa dal silenzio che la federazione svizzera avrebbe voluto imporre. Invece, in poche ore, il caso ha fatto il giro dei media elvetici e non solo, scoperchiando non solo una défaillance tecnica ma anche una questione più ampia, e certamente più spinosa.
Perché tra le voci più note e attive del calcio femminile svizzero c’è Alisha Lehmann, volto noto anche fuori dal rettangolo verde, influencer da milioni di follower e, soprattutto, protagonista di numerose battaglie per la parità salariale tra uomini e donne nello sport. Lehmann – come tante altre colleghe nel mondo – ha chiesto pubblicamente che alle calciatrici venga riconosciuta dignità economica, pari attenzione e rispetto. Un tema giusto, urgente, necessario.
Questo scivolone con dei ragazzi di 14 anni riporta tutti bruscamente con i piedi per terra. Non si tratta di usare un singolo risultato per sminuire anni di crescita, professionalità e sacrifici del calcio femminile. Tuttavia nascono interrogativi a cui non si può sfuggire: quanto è realistico chiedere parità salariale in un contesto dove le prestazioni (e l’interesse di pubblico, sponsor e media) restano oggettivamente molto differenti?
La questione non è tanto se un’Under 15 maschile possa battere una nazionale senior femminile, quanto l’atteggiamento con cui si cerca di coprire il fatto, quasi a temere il giudizio. E invece servirebbe onestà, lucidità, programmazione. Perché se Euro 2025 sarà un’occasione di svolta per il calcio femminile, allora servono sì diritti e visibilità, ma anche prestazioni all’altezza. Le figuracce sono sempre dietro l’angolo.

Carlo Galati

Kubica guida la Ferrari nella leggenda di Le Mans

Robert Kubica non è tipo da fuochi d’artificio. Neppure dopo ventiquattro ore di battaglia sulla Sarthe, al volante di una Ferrari gialla, la numero 83, che ha riportato Maranello sul gradino più alto per il terzo anno di fila. Non ha urlato, non ha pianto. Ha solo chiuso gli occhi un attimo più a lungo, come per far durare il momento. E quando li ha riaperti, Le Mans era sua.

Il destino, si sa, sa essere bastardo. Nel 2011 lo mise fuori gioco con una barriera assassina durante un rally: fratture ovunque, il braccio destro quasi perduto, la Formula 1 sfumata come una curva mal presa. Ma certi piloti non si ritirano: prendono fiato, stringono i denti e aspettano il momento.

Kubica il momento lo ha trovato ieri, sulla pista dove si vincono solo le cose che contano davvero. Ha diviso la macchina con Ye e Hanson, ma è stato lui a portarla per mano nella notte. Lunghi stint sotto la pioggia, il volante stretto in due mani disuguali ma decise, come se la ferita non fosse più una mancanza ma un’aggiunta: qualcosa che ti spinge a dare ancora di più.

In un tempo che ha perso il gusto della fatica, Kubica ha fatto della resistenza un’arte. Ha guidato il 43% della corsa, con la precisione di chi non cerca il tempo migliore ma la traiettoria più vera. E così ha vinto. Con sé, con la Ferrari, con un equipaggio che sembrava messo insieme per caso e invece era scritto che dovesse arrivare fin lì.

Ye, primo cinese sul podio; Hanson, inglese di misura; la Ferrari, che tre su tre non li faceva neppure ai tempi d’oro. Ma sopra tutti, ieri, c’era lui: il pilota a cui il destino aveva tolto tutto, e che si è ripreso l’essenziale. La corsa, la gloria, la pace.

A Le Mans, più che vincere, bisogna resistere. E Robert Kubica, uomo silenzioso con mani diverse, ha resistito abbastanza da tornare davanti. Resta un’immagine: Kubica che scende dall’auto, si toglie i guanti, si guarda le mani. Una è diversa, ma insieme, ancora, vincono.

Carlo Galati

Il gioco eterno di Dio

Nella domenica della Santissima Trinità, è andato in scena qualcosa di raro: il Giubileo dello Sport. E sul campo più grande, la Basilica di San Pietro, a dare il calcio d’inizio non è stato un arbitro, ma Papa Leone XIV.

L’omelia, però, non sembrava un sermone. Sembrava un discorso da bordo campo. Il Papa ha guardato i volti degli atleti, dei dirigenti, dei bambini in maglia sportiva, e ha detto una cosa che ha spiazzato tutti: “Dio gioca.”

Ha parlato della Trinità come di una danza. Una parola difficile – pericoresi – per dire che Dio è movimento, relazione, apertura. E che ogni gesto autentico, anche sportivo, può rispecchiare questo dinamismo. “Dio non è statico,” ha detto. “È comunione viva.”

E poi è arrivato quel “Dai!” che risuona su ogni campo. Il Papa lo ha preso sul serio. “È l’imperativo del verbo dare,” ha spiegato. Non solo prestazione fisica, ma darsi per gli altri. Per crescere, per chi ci sostiene, anche per chi ci sfida.

Ha costruito la sua omelia come una partita a tre tempi:

Primo, contro l’individualismo, il valore della squadra.

Secondo, contro l’astrazione digitale, la concretezza del corpo.

Terzo, contro la cultura della vittoria a ogni costo, l’arte – preziosa – di saper perdere.

“L’atleta che non sbaglia mai non esiste,” ha detto. Come dire: non si diventa santi né campioni senza cadute. Lo sapeva Pier Giorgio Frassati, beato alpinista e prossimo santo, che saliva le vette col cuore leggero e lo zaino pieno di vangelo.

Alla fine, il Papa ci ha lasciato un’ultima immagine: Maria che corre da Elisabetta, con passo veloce e amore pronto. Come un’ala che parte a tutta, non per gloria personale, ma per servire.

E allora, in questa giornata speciale del Giubileo dello Sport, Papa Leone XIV ci ha ricordato che il gioco più bello è quello che non finisce, dove la gioia è piena e il campo è l’eternità.

Carlo Galati

Quel giorno in cui il Roland Garros fu di Alcaraz, fu di Sinner

Carlos Alcaraz ha vinto il Roland Garros, battendo Jannik Sinner in cinque set — 4-6 6-7 6-4 7-6 7-6 — dopo cinque ore e ventinove minuti che hanno ridefinito ciò che si può chiedere a due esseri umani su un campo da tennis: è la finale più lunga nella storia del torneo, ma soprattutto, è stata una delle partite più belle che si ricordino. Tecnica e tattica, muscoli e testa, coraggio e cuore, tutto insieme. Senza pause. SENZA PAUSE.
Sinner parte come uno che ha in mente un piano preciso. Lo esegue quasi alla perfezione. Prende i primi due set con lucidità, servendo bene e accorciando gli scambi, mentre Alcaraz sembra incollato al campo, come se non trovasse l’interruttore, ma non molla. Mai. Rimane lì, si aggrappa alla sua voglia, e al suo tennis: un tennis che quando si accende, illumina.
Nel terzo set cambia l’inerzia. Carlos comincia a variare, a farsi più imprevedibile. Le smorzate diventano sentenze, i rovesci lungolinea fendenti. Sinner accusa un passaggio a vuoto, lieve ma fatale. Il quarto è un equilibrio sospeso, giocato con la tensione che hanno solo i grandi eventi. Jannik ha tre palle per chiuderla, ma il destino aveva altri programmi. Tie-break per lo spagnolo, e siamo al quinto.
Nel set finale, sono due guerrieri che si conoscono troppo bene. Si sfidano col rispetto e l’orgoglio di chi sa che sta scrivendo una pagina che resterà. E poi, il super tie-break: dieci punti a due per Alcaraz, che gioca ogni palla con una violenza controllata, una fame di gloria, una lucidità rara. Ogni colpo è una scelta giusta. Ogni scelta è una dichiarazione d’intenti.
Jannik ha perso, ma ha perso da numero uno, perché lo è, perché ha giocato un torneo perfetto e una finale da gigante, ma oggi, il tennis ha scelto Carlos. Che ha saputo aspettare, leggere, colpire, e vincere. Con la forza del talento, sì, ma anche con quella, più silenziosa, del momento giusto.

Chi c’era a Parigi ha visto il futuro… e il futuro è bellissimo

Yates, l’inglese che ha fatto pace con le montagne. E col Giro

Nel frastuono eterno di Roma, tra sanpietrini che hanno visto più storia che sport, Simon Yates ha messo il punto su una frase cominciata sette anni fa. Allora, nel 2018, sembrava destinato a dominare il Giro. Poi il crollo sul Colle delle Finestre, Froome che vola, lui che si spegne. Una ferita aperta. Che oggi, con la maglia rosa sulle spalle e la Coppa senza fine tra le mani, finalmente si chiude.

Yates ha vinto un Giro d’Italia meno luccicante, ma più vero. Una corsa decimata dai ritiri, dove i favoriti annunciati si sono persi per strada: Evenepoel e Roglič fuori presto, Thomas svanito col passare dei giorni. Così è emersa una classifica nuova, fresca, quasi inedita. Ma non per questo meno degna. Isaac Del Toro, 20 anni e un futuro che promette tempesta, ha chiuso secondo. Richard Carapaz, il più esperto, terzo. Poi Derek Gee e Damiano Caruso, gli ultimi a mollare.

Ma davanti a tutti, c’era lui. Simon. L’inglese silenzioso. Quello che non fa proclami e non cerca riflettori. Ha corso con la testa prima che con le gambe, come fanno i corridori che hanno imparato che non sempre vince chi attacca per primo. A volte vince chi sa aspettare.

La svolta è arrivata sul Monte Grappa, nella penultima tappa: lì ha fatto selezione, staccato gli ultimi rivali rimasti e preso la maglia rosa. Un attacco secco, senza fronzoli, come il suo stile. Poi, nella cronometro finale di Roma, non ha tremato: gambe ferme, sguardo dritto, cuore sotto controllo. Vittoria netta. Vittoria meritata.

Yates non ha urlato, non ha pianto. Ha sorriso appena, con lo sguardo basso. Come chi sa che certe vittorie si gustano in silenzio. E forse, dopo tutto, è proprio così che si vince un Giro d’Italia: pedalando forte quando serve, e parlando poco quando non serve. Simon Yates lo ha fatto. E ha vinto. Sul serio, stavolta.

Carlo Galati

La Champions e il sorriso di una bambina

Il PSG ha vinto la sua prima Champions League. Cinque a zero, netto, pulito, come certe partite che profumano di sentenze e che non ammettono repliche. L’Inter si è sciolta presto, come neve su un parabrezza. Ma non è questo che conta. Conta che in panchina c’era Luis Enrique e che, al fischio finale, ha guardato il cielo. Non c’era bisogno di parole; le parole, a volte, disturbano. Lì, in quel silenzio denso, c’era il nome che tutti avevano in mente: Xana.

Xana, la figlia. A sei anni era in campo con lui a Berlino, nel 2015, quando il Barcellona vinse la Champions contro la Juve. Una corsa felice, i capelli che volano, la mano nella mano col papà sventolando una bandiera. Quattro anni dopo, una malattia rara se l’è portata via.

Da allora, Luis Enrique non è più lo stesso. Sorride meno, parla piano, ma allena con qualcosa in più. Non è grinta. È presenza. È quella voce che gli bisbiglia “continua”, anche quando niente avrebbe più senso.

Parigi, che sembrava una squadra senz’anima, stanotte ne ha avuta una. Era quella del suo allenatore. Dei suoi occhi fermi, del suo silenzio che vale più di mille discorsi. E di quel sorriso lieve, appena accennato, dedicato a chi non c’è più.

Certo, nessun trofeo colma certe assenze, ma ci sono vittorie che profumano di memoria, di amore che resiste. E in mezzo ai coriandoli e ai flash, qualcuno a Monaco ha sentito il passo lieve di una bambina. Correre, ancora una volta, verso suo papà.

Carlo Galati