Zakia e la luce olimpica

L’appello alla comunità internazionale lo aveva lanciato con forza, scandito dal ritmo della paura e dal suono ripetitivo dei colpi dei fucili semiautomatici dei talebani, che oltre al sogno volevano rubarle la dignità. Non ce l’hanno fatta. Zakia Khudadadi, la giovane atleta afghana paralimpica di taekwondo, è al sicuro grazie all’intervento di una delegazione dell’Australia.

Il suo sogno è in volo per Dubai, dopo aver ricevuto, insieme ad altri sportivi, nella maggior parte donne, un visto da parte dell’Australia. Insieme a Zakia c’è un altro atleta paralimpico, Hossain Rasouli. Da Dubai, grazie ai visti umanitari, gli atleti e le atlete saranno poi imbarcati per Sydney. La missione di salvataggio è stata coordinata da un piccolo gruppo di ex sportivi, tra cui l’ex olimpionica canadese e avvocato Nikki Dryden, che ha raccolto i dossier degli atleti a rischio.

Zakia ce l’ha fatta, ha tenuto in vita il proprio sogno di libertà, il sogno di futuro e con esso il sogno olimpico, lanciando un messaggio forte e diretto a chi con l’oscurantismo vuole soffocare le ambizioni di tutti quelli che lottano per concretizzare l’ideale massimo dello sport. La fiamma olimpica tornerà ad ardere. Zakia tornerà a gareggiare sconfiggendo quegli oppressori di libertà che presto anche la storia ed il popolo afghano, cancelleranno definitivamente.

Carlo Galati

The Italian Giorgi

Inaspettata, irrazionale, ma bellissima perché illogica. Un paradosso? Forse. Camila Giorgi ha sorpreso tutti, ma non se stessa e, a quasi 30 anni, coglie il successo più importante della sua carriera, vincendo il WTA 1000 di Montreal, battendo in finale Karolina Pliskova, numero 6 del ranking mondiale.

La sua è stata una cavalcata unica, iniziata qualche settimana fa; esattamente a Tokyo dove si era dovuta inchinare soltanto a Elina Svitolina, ai quarti di finale. Già da quel torneo e da quelle vittorie su Brady, Vesnina e Pliskova (ancora tu?!) si era capito l’andazzo di una Camila che ha ripreso in mano il proprio talento e lo ha convertito in punti, prestazioni, successi. Subito dopo il Wta 1000 di Montreal, e qui piazza il capolavoro: Mertens, Podoroska, Kvitova Gauff si arrendono senza rubarle neppure un set, fino alla semifinale con Jessica Pegula, unica in grado di riuscire a strapparle un set, e poi il capolavoro finale, in finale.

Nel tennis italiano in versione femminile, solo Flavia Pennetta era riuscita nel 2014 a vincere un torneo di tale importanza. Allora era Indian Wells, un anno dopo arrivò l’apoteosi Slam a New York. È vero, siamo distanti ancora ma una Camila così non l’abbiamo mai vista e non parliamo dei colpi: quelli se li hai li hai sempre. Parliamo di continuità e soprattutto consapevolezza: due caratteristiche che portano lontano. Magari un po’ più a sud; New York non è poi così distante.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #17

Franco Bragagna, il cantore del miracolo

È stato un bellissimo viaggio e come ogni bel viaggio che si rispetti, alla fine quello che resta sono i ricordi, stupendi, figli delle emozioni vissute, accompagnati dalla voglia di ripartire il prima possibile. Ci portiamo in valigia tanti ricordi, molte gioie e anche qualche delusione. Prestazioni e controprestazioni, come giusto che sia. Nel chiudere la nostra valigia e tornare ad una normalità extraolimpica, non possiamo non spendere una parola finale per chi ci ha emozionato. E no, questa volta non parliamo di atleti, ma di chi molte di quelle vittorie le ha raccontate.

Una vita passata in Rai, una vita a commentare l’atletica: da Atlanta a Rio, poche gioie azzurre, molte delusioni. Eppure Franco Bragagna è stato sempre capace di emozionare, trasmettendo l’amore per la regina di tutti gli sport, coinvolgendoci come se fosse la cosa più godibile del mondo. Grazie a lui abbiamo conosciuto la storia di lanciatori, triplisti, decatleti; ne ha esaltato le gesta e soprattutto le fatiche. Perché dietro le luci olimpiche c’è un mondo di sangue, sudore e lacrime che va raccontato.

Le cinque medaglie d’oro sono la storia dello sport italiano e non poteva che esserci Franco a raccontarle per sigillare, ad imperitura memoria, le sue parole su gesti atletici che per generazioni saranno lì, segno intangibile del miracolo.

Ci siamo esaltati per tutte le medaglie d’oro dell’atletica, ancora di più perché a raccontarle è stato l’uomo giusto. Per una volta finalmente, al posto giusto.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #16

Farfalle azzurre, poesia olimpica

Volano le farfalle azzurre, volano e disegnano nell’aria la magia di una disciplina sportiva che esula dalla competizione agonistica fine a se stessa, trascendendo nella purezza dell’arte.

La ginnastica ritmica è quel mix di emozioni e sensazioni che ti accompagna verso sensazioni extracorporee, ammirati dalla fantastica armonia delle sue interpreti. Le nostre farfalle sono riuscite a volare in alto ad emozionarci con i cerchi e le clavette, lasciate volteggiare in aria come stelle cadenti che si incontrano all’infinito. L’infinito della purezza del gesto di queste ragazze, Alessia Maurelli (capitana), Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea superlative nel mostrare al mondo che l’Italia resta il Paese dell’arte e della grazia. Così è stato.

“In questa medaglia ci sono tutte le lacrime che abbiamo versato”: parole della capitana delle farfalle azzurre con il bronzo al collo. Mostrare le proprie emozioni, condividendole con chi quelle emozioni le ha vissute tramite un esercizio memorabile, è segno di forza. La forza gentile di farfalle che continuano a disegnare magie nell’aria.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #14

Il ragazzo dal kimono d’oro

Molte volte non è “solo” quello che vinci: è anche “dove” lo vinci. Una medaglia d’oro olimpica è il massimo livello a cui uno sportivo possa ambire: non esiste niente di più, non esiste niente di meglio. Esiste la gloria olimpica e basta. Se a questo aggiungiamo anche la sacralità del luogo dove viene vinta un’Olimpiade, si rischia di trascendere nel mistico. Gigì Busà, 34 anni, di Avola, ha coronato il suo sogno olimpico nella patria del Karate, il Giappone, nella cattedrale delle arti marziali, il Nippon Budokan.

Non c’era giapponese presente che non abbia distolto l’attenzione da ciò che faceva o da ciò che gli era stato demandato di fare durante la finale nella categoria kumite (75 chili); sappiamo quanto questo sia difficile da accettare per chi nasce a quelle latitudini, intriso di quella cultura. Ha incantato tutti Gigi Brusa, dando una lezione di stile e di tecnica a tutti, battendo tutti i più forti fino ad arrivare a battere l’amico e rivale, l’azero Rafael Aghayev, cinque volte campione mondiale e alla sua ultima gara.

Ma questa sera era la sera. Ed è stata quella di Gigi, un predestinato dello sport che ama e che ha portato sul gradino più alto nella serata magica. Lotta, soffre, risale, come una finale vinta per 1-0 (yuko), che voleva fortemente e che nessuno poteva togliergli. L’oro è al suo collo e lì resterà, regalando a se stesso la gioia di un trionfo eterno.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #11

3’42”032

Segnatelo questo tempo, perché è la storia del ciclismo e dello sport. Segnatevi questi nomi: Filippo Ganna, Simone Consonni, Francesco Lamon e Jonathan Milan, perchè questa storia l’hanno scritta loro; questa storia è loro.

Il nuovo record del mondo dell’inseguimento a squadre su pista ha il tricolore come sigillo e un oro olimpico come consacrazione. Il quartetto azzurro, che già ieri in semifinale aveva migliorato il primato mondiale, replica e lo fa nel più spettacolare dei modi in finale contro la Danimarca, campione del mondo in carica della specialità. Una rimonta incredibile quando, nell’ultimo chilometro, Ganna prende in mano le redini della squadra azzurra, recuperando praticamente da solo ben nove decimi di svantaggio; per chi sa di ciclismo e di pista, una cosa irreale.

Perché irreale è stata la prestazione di quattro ragazzi che forse faticano a realizzare quello che hanno fatto. Un treno azzurro puntuale all’appuntamento con l’impossibile, trainato dalla locomotiva Ganna, che ha materializzato un qualcosa che il destino ha voluto che accadesse disegnando e certificando una storia che apparterrà per sempre alla leggenda.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #10

La vela d’oro di due cannibali

Italia, paese di santi, poeti e navigatori. Non vi voglia sembrar azzardato o plausibilmente abusato ma la storia ce lo insegna, l’Olimpiade lo ha confermato. Arriva dalla vela, più precisamente dalla classe Nacra 17 il quinto oro della spedizione azzurra a Tokyo e porta le firme di Caterina Banti e Ruggero Tita.

Un oro conquistato quasi di prepotenza dominando il martedì olimpico a Enoshima, 50 chilometri a sud-est di Tokyo. Un duo dorato capace di riportare la vela azzurra su un podio olimpico 13 anni dopo l’ultima volta, così forte da avere già un argento sicuro in tasca prima dell’ultima giornata di gare.

Sono loro i nuovi alfieri dei Giochi azzurri, con una storia scritta in due. Ruggero, in fondo, l’aveva fatto intuire con quel “Whatever it takes” postato sui social per accompagnare una foto insieme a Caterina con sfondo a cinque cerchi. “Faremo tutto il necessario”. Sottinteso, “per la medaglia d’oro”. Detto, fatto.

La coppia di cannibali ormai abituata, da quattro anni, a dominare le acque mondiali. Dai due titoli europei consecutivi ai due ori, un argento e un bronzo in Coppa del mondo, passando per l’oro e il bronzo ai campionati mondiali. Fino allo storico primo posto conquistato nel ranking, biglietto indispensabile per vivere la spedizione giapponese in prima fila, con entusiasmo e convinzione. E lasciare una nuova meravigliosa foto ricordo nell’album delle imprese veliche azzurre, 4.731 giorni dopo l’ultima volta.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #9

La donna coraggio che continua a volare

Pazienza e determinazione, determinazione e pazienza: cambiate pure l’ordine degli addendi, il risultato non cambierà. E il risultato ha un nome ed un cognome, Vanessa Ferrari, una piccola grande donna che con la grazia di una ballerina e la forza di un ginnasta ha coronato il sogno di una vita, la medaglia olimpica.

Con un esercizio che oltre ad essere impeccabile dal punto di vista atletico è anche uno spettacolo dal punto di vista artistico, Vanessa ha illuminato il mondo con la sua eleganza rendendo incredibilmente reale il sogno di una farfalla che è finalmente sbocciata, spiccando il volo.

Ne ha fatta di strada, ha dovuto attendere, fermarsi e ripartire a causa di infortuni, due su tutti al tendine di Achille, nel 2010 e nel 2017 che ne hanno minato le certezze forse più dei due quarti posti conquistati in due Olimpiadi consecutive. L’ultima chiamata, senza Simone Biles ai nastri di partenza, era l’occasione da non mancare e così è stato. Medaglia d’argento: poteva essere del metallo più pregiato ma è comunque il lampo di qualcosa che forse non doveva arrivare ed è arrivato lo stesso, qualcosa che non doveva accadere ed è accaduto. Con la grazia che solo chi sa volare può avere.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #7

Marcell, il brivido della velocità

L’Italia si è scoperta un Paese per velocisti e lo ha fatto attraverso lo schiaffo dirompente di un 9’’94 sui cento metri alle Olimpiadi. Un ciclone su Tokyo dal nome Marcell Jacobs.

Era dai tempi di un signore di Barletta che di nome faceva Pietro e di cognome Leggenda, dai suoi meravigliosi duecento metri alle Olimpiadi di Mosca, che non avevamo un sogno di medaglia nelle gare sprint. Perché se non ve ne foste accorti, di questo parliamo: di un tempo corso in batteria, record italiano, che può valere un posto sul podio della gara regina per eccellenza, un appuntamento a cui nessuno vuole mancare. Saranno 100 metri di passione prima in semifinale e poi in finale.

Certo, la strada è ancora lunga ma percorrerla con la fiera velocità di un uomo che l’Italia non ha mai avuto, ci regala il sogno di essere protagonisti, in quei 10 secondi scarsi, che si vivono in apnea e si ricordano per la vita. Abbiamo sempre visto gli altri essere protagonisti, abbiamo tifato per atleti dalle nazionalità più o meno esotiche. Adesso è il nostro turno. Forza Marcell, la storia è lì: dista solo 100 metri e poi altri 100.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #6

Ragazze d’oro dal cuore d’oro

Quell’oro che serviva. Un primo posto necessario a fare quel piccolo ma importante passo in avanti nel medagliere e rompere così un digiuno fatto di tanti piazzamenti. E’ la prima medaglia d’oro del canottaggio femminile nel doppio di coppia pesi leggeri, arrivato ventun anni dopo il trionfo del quattro di coppia a Sydney 2000. A riuscire in questa impresa sono due ragazze della provincia italiana, Valentina Rodini e Federica Cesarini, che da oggi siedono al tavolo degli dei dello sport.

Una vittoria ottenuta sul bacino del Sea Forest Waterway che non hanno paura di consegnare agli annali del canottaggio, elevandola a gara della vita: Valentina e Federica in 6’47”54 si sono imposte davanti a Francia (+0”14) e Olanda (+0”49). Una medaglia preziosa e attesa con una dedica particolare. Il primo pensiero è stato rivolto a Filippo Mondelli, fiero alfiere del canottaggio italiano, morto a 26 anni per un tumore, lo scorso 29 aprile. Era il pilastro del 4 di coppia, i suoi compagni di squadra purtroppo non sono riusciti a portarlo con loro sul podio. Ci hanno pensato queste due ragazze :”Abbiamo portato Pippo con noi sul gradino più alto del podio“. Lo hanno portato anche in barca con loro e ci piace pensare che i 0,14” di vantaggio sulla Francia possa in qualche modo essere un segno del destino, l’incollatura regalata da chi ha sicuramente guarda e gioito dall’alto per questa vittoria.

E’ una bella storia olimpica, una bella storia di sport che bisogna raccontare attraverso le luci della ribalta che i Giochi concedono, amplificati ovviamente dal bagliore di un oro che rende tutto maledettamente bello e un po’ malinconico.

Carlo Galati