VdP, l’angelo del fango

Nelle vittorie, anche quelle ottenute nella stessa gara ci sono differenze, grandi differenze. Quello che rende ancora più grande questa vittoria di Mathieu van der Poel è il momento in cui il campione del mondo ha messo le basi per conquistare il suo terzo giro delle Fiandre. 

È Sul Koppenberg, uno dei 17 muri, quello più estremo, reso una trappola infernale sulla pioggia: un pavè viscido, fangoso, infernale per sua stessa natura. Il campione del mondo su strada lo ha aggredito con ferocia, perché in questo inferno ci si ritrova a pieno, campione com’è anche nel ciclocross; lì dove altri soffrono lui si esalta.

E’ bastata una incertezza di chi provava a stargli dietro per creare un il vuoto. E’ bastato un solo piede a terra per creare un effetto domino: perché se ci si ferma su una pendenza che arriva al 22%, in bici si risale solo dopo la vetta. Quasi tutti a piedi mentre lui volava fino al traguardo, sollevando in alto la sua bici, segno tangibile di onnipotenza.

Con questa vittoria Van der Poel entra nel club esclusivo dei tre volte vincitori della Fiandre: ci sono Buysse, Magni, Leman, Museeuw, Tom Boonen e Cancellara. Ora Vdp, arrivato anche due volte secondo, potrebbe crearne uno suo di club, quello di unico a vincere 4 volte. Ecco perché le vittorie, non sono mai tutte uguali: la prossima potrebbe essere leggenda.

Carlo Galati @thecharlesgram

Peter Sagan, l’ultimo dei romantici

È stato il punto di congiunzione tra due epoche del ciclismo:quello dei grandi campioni e degli scandali, degli Armstrong, dell’Epo e di uno sport ridotto al minimo, in termini di credibilità e immagine romantica, da sempre caposaldo del suo essere speciale e quella dei super atleti di oggi, programmati per vincere. Campioni totali, dall’animo totalmente dedito alla vittoria finale. Peter Sagan è stato quell’anello di congiunzione. Peter Sagan, a 33 anni ha detto basta.

È grazie a lui che il ciclismo ha ripreso credibilità, veicolando attorno al personaggio la passione di molti ma soprattutto dei più giovani per quel modo di correre, talentuosamente all’attacco di tutto e tutti, con gli avversari che non capendone lo spirito lo hanno puntato come se divertirsi significasse mancanza di serietà.

Ha vinto tanto ma comunque meno di quello che il suo talento gli avrebbe concesso. È stato tre volte consecutivamente campione del mondo, vincendo tre gare totalmente diverse tra loro: ha vinto in solitaria, in volata contro Cavendish e in volata con un gruppo ristretto. Ha battuto tutti da solo, con una squadra praticamente inesistente. Lui, Contador e Nibali, sono stati l’emblema di una stagione ciclistica indimenticabile, una generazione a cui il ciclismo deve tanto. Ci mancherai Peter, mancherà il tuo modo di correre e il tuo modo di essere, più di tutti.

Carlo Galati

Un missile di nome Filippo

Un treno lanciato a tutta velocità, un ragazzone verbanese capace di dominare negli ultimi anni l’inseguimento individuale, collezionando dal 2016 sei ori, un argento e un bronzo.

L’ultima impresa è degna di Braveheart, l’eroe scozzese che a Glasgow è un mito: come Filippo, capace di recuperare in un finale con extrasistole incorporata ben due secondi al britannico Bigham, avanti nettamente fino a che l’azzurro non ha deciso di accendere il turbo.

Sul traguardo Ganna è un fulmine tricolore, gela l’allenatore inglese saltellante e ormai certo del risultato e divora quei due secondi di svantaggio, conquistando un altro oro.

Qualunque cosa abbiate fatto, non fatevi inseguire da Filippo Ganna: vi prenderà e vi lascerà indietro, perché quelli come lui non cedono mai il passo.

Onore a Filippo, ciclista meraviglioso, grande atleta, agonista mai domo.

Il cielo di Glasgow si tinge di quattro colori: verde, bianco, rosso e… oro.

Mathieu Van der Poel, il campione del mondo

Quando all’arrivo mancavano 23 chilometri, non ci ha pensato un attimo: ha inserito la marcia giusta ed è andato via. Mathieu Van der Poel ha salutato la compagnia, lasciandosi alle spalle il belga Van Aert (secondo), lo sloveno Pogacar (terzo) e il danese Pedersen (quarto): insomma, non proprio i primi avventurieri sulle due ruote. Ha illuminato il traguardo di Glasgow diventando così campione del mondo di ciclismo su strada.

Un’impresa resa ancora di più straordinaria dall’imprevisto ai 16,6 km dall’arrivo: l’olandese cade in curva a causa del viscido fondo del manto stradale bagnato dalla pioggia scozzese di mezza estate, si rovina lo scarpino destro, ma si rialza e riparte a tutta riguadagnando subito i secondi persi sugli inseguitori. Come se nulla fosse, ma nulla non è, visti gli squarci evidenti su tutto il fianco destro. Roba da supereroi, per comprendere la misura.

Una pedalata stupenda, secca, fluida e potente tipica dei campioni che nelle gare di un giorno esaltano se stessi e la propria classe, rendendo merito al dio del ciclismo per aver saputo dare quanto siamo riusciti a vedere, ovvero uno dei mondiali di ciclismo su strada più belli che si ricordino. Un podio di campionissimi, campione tra i campioni, che aggiunge quest’iride ad altri titoli mondiali, e con la possibilità sabato di aggiungere anche il titolo dell mountain bike. L’olandese che non vola ma corre in bici, che nella terra degli indomiti è riuscito a domare tutti, il mondo intero.

Carlo Galati

La resa e la vittoria

Sono due facce della stessa medaglia, il positivo e negativo di ogni sport, ma potremmo dire più in generale, di quasi tutto ciò che riguarda la vita. Rompono l’equilibrio dell’incertezza dando direzione alle cose, indicandone il traguardo. Un traguardo, nello specifico quello di Courchevel, che ha visto Jonas Vingegaard mettere il punto esclamativo sul Tour de France edizione 2023.

Un Tour che ha vissuto in una situazione di stallo, di quel testa a testa tra il danese e Tadej Pogacar, che ha appassionato milioni di tifosi (incommentabili quelli a bordo strada), risoltosi definitivamente con oltre sette minuti di vantaggio in favore del primo. Prima la cronoscalata, poi il tappone alpino, hanno definitivamente sancito chi vede l’Arco di Trionfo in giallo e chi invece raccoglie i cocci di un sogno andato in frantumi.

Una resa incondizionata quella di Pogacar che ha pagato il caldo, lo sforzo di ieri e l’altitudine. Tutto il contrario di Vingegaard che invece in questo contesto si è esaltato, riposizionando le frontiere del ciclismo; corridore maniacalmente preparato ad affrontare l’impossibile, pronto a rimettere il punto esclamativo nella parola vittoria, nel palcoscenico più prestigioso al mondo.

Carlo Galati

Tour e Wimbledon: l’evento che diventa mito

Di solito a fine giugno si inizia ad immaginare quel periodo così tanto italico delle ferie d’agosto, fantasticando su come trascorrere giornate che poi, alla resa amara dei conti, risultano più stancanti della routine da cui si fugge, ma tant’è, va così. In realtà, per noi amanti dello sport, questo è il periodo dell’anno in cui vorremmo rinchiuderci a casa, evitare ogni socialità per immergerci totalmente nel Tour e vivere nella gioia di Wimbledon.

Da una parte le salite dei Pirenei e delle Alpi, con il Col de Marie Blanque o il mitico Puy de Dôme, dall’altra la bellezza senza fiato del verde dei campi dell’All England Club, con la regalità del Centre Court a farla da padrona. Due eventi sportivi che segnano la distanza tra l’eccellenza e tutto il resto, iconici già nel nome, universalmente riconosciuti come il massimo livello.

E poi loro, i protagonisti che hanno reso grandi negli anni questi due eventi trasformandoli in legenda; ciclisti e tennisti come novelli cantori di due mondi apparentemente lontani sostanzialmente vicini nell’esaltazione dell’uomo solo al comando, dell’atleta che si fa unico interprete del proprio destino. Si comincia domani con il Tour, lunedì con Wimbledon. Non resta che mettersi comodi.

Carlo Galati

Evenepoel tra i grandi e il trionfo di Liegi

Viviamo un periodo di grande splendore per il ciclismo internazionale. Una bellissima generazione di fenomeni sta dominando la scena. In molti si soffermano, giustamente sui tre fenomeni che stanno vincendo (quasi) tutto: Wout Van Aert, Mathieu van der Poel, Tadej Pogačar, sono i tre tenori del ciclismo moderno. Gare a tappe, grandi classiche, ce n’è per tutti i gusti. Ma c’è chi non si arrende a quella che può sembrare un triunvirato. È uno dei favoriti quasi sempre a fari spenti: Remco Evenepoel, il campione del mondo in carica, che ha rivinto la Liegi-Bastogne-Liegi. Tanto per gradire.

Il 23enne campione del mondo belga della Soudal-Quick Step si è imposto per distacco, dopo una azione solitaria di circa 30 km, facendo così il bis del 2022 dopo che Tom Pidcock era stato l’ultimo ad arrendersi: l’ultimo ad avere vinto la Liegi in maglia iridata era stato Moreno Argentin (1987), l’ultimo a firmare una doppietta consecutiva era stato Michele Bartoli (1997-1998). Per Evenepoel si tratta del successo numero 41 della carriera.

E adesso con la fine delle classiche di primavera, si va verso la stagione dei grandi giri. Una stagione che promette fuochi d’artificio prima ancora che inizi; una sentenza più che una promessa. E non può essere una questione a tre, ma a quattro, con il campione del mondo che grida a gran voce la sua presenza.

Carlo Galati

Van der Poel, re nel pavé

Fenomeno Mathieu Van der Poel. O fenomenale, se preferite. Non modifica nulla la declinazione semantica rispetto alla grande impresa di un ciclista che dopo aver vinto la Milano-Sanremo, il secondo posto al Giro delle Fiandre, ha iscritto il proprio nome nella classica delle classiche, quella Parigi-Rubaix che attraversa foresta e pavé, esemplificando il concetto più romantico del ciclismo fatto di polvere, sudore e lacrime.

Si è imposto per distacco, l’olandese, sul Carrefour, il momento decisivo: Van der Poel, nipote del grande Raymond Poulidor, ha attaccato, portandosi dietro Wout Van Aert. Il belga però è stato vittima di una foratura proprio nei metri finali del settore ed è stato costretto prima a cambiare ruota, poi a inseguire l’eterno rivale. Van der Poel si è involato mantenendo una trentina di secondi di vantaggio, sufficienti per arrivare in solitudine nel velodromo Petrieux. Una Roubaix corsa a una media esagerata: 46,8 km/h, la più veloce di sempre. Van der Poel, infatti, ha tagliato il traguardo in lacrime e poi, stremato, si è lasciato cadere a terra circondato dai membri del suo team.

Grande la prova di Pippo Ganna che è stato con i primi fino alla fine salvo poi guardare un olandese volare fino al velodromo di Roubaix che lo ha incoronato re di un regno che solo in pochi potranno contrastare.

Carlo Galati

Il giorno del Pirata

L’amore nella sua forma più pura è rappresentato dall’indeterminatezza dello stesso. L’amore non ha limiti, confini, soprattutto temporali. I grandi amori sono per sempre, per sempre vivono nei cuori di chi ne alimenta ogni giorno il fuoco sacro della passione. Una specie di serbatoio inesauribile che si rigenera, nel caso specifico, della grandezza del ricordo. Perché è impossibile dimenticare per chi lo ha amato, impossibile non associare il giorno degli innamorati al profondo dolore della sua ultima salita.

Marco Pantani se n’è andato il 14 febbraio di 19 anni fa, ma in realtà non è mai andato via. La sua grandezza continua ad ispirare, il suo talento immenso è ancora vivo e presente in chi si approccia al ciclismo. Continua a pedalare con gambe nuove, con energie mai perse, con sogni mai svaniti. Mai nessuno come lui: ciclista amato da tutti, ultimo esponente di un romanticismo sportivo che si sposa con le due ruote della fatica, del sangue, del sudore e delle lacrime. Amare.

Come amaro è il suo lungo addio, ma finito realmente. Sempre in salita, sempre sui pedali, sempre a lottare per far mettere fine all’agonia il prima possibile; un’agonia che però lo ha reso immortale e lo consacra tra i più grandi di sempre, per sempre. Il Pirata ci manca, manca al ciclismo e allo sport italiano, manca sempre: ad ogni salita, ad ogni tappa del Giro e del Tour. Manca la sua bandana gialla, manca il suo sorriso. Un sorriso che non abbiamo mai forse realmente compreso; triste e malinconico, radioso in apparenza. Non abbiamo mai capito il suo dolore che oggi è anche il nostro.

Carlo Galati

Filippo in…Ganna il tempo

Il record dell’ora prima, il record del mondo poi. Nel giro di una settimana; roba da marziani del ciclismo o comunque da chi vuole rivedere le logiche della fisica applicata allo sport. Insomma, comunque la si veda parliamo di imprese su imprese, il resto è racconto che scivola via veloce, bucando l’aria e mettendo il punto esclamativo su una sette giorni che Filippo Ganna ricorderà per tutta la vita. Il tutto con l’atteggiamento di chi rende semplice anche quello che apparentemente sembra impossibile.

E dire che l’azzurro non avrebbe voluto scendere in pista. Sentiva il peso della lunga stagione e dell’immenso lavoro che lo ha portato fino a tutto questo. Ma i compagni di questo fantastico gruppo azzurro che assomiglia sempre di più alla sua seconda famiglia, il c.t. Marco Villa e Giovanni Lombardi (più amico che agente) lo hanno pungolato e convinto a tornare in sella. Chi ti pedala accanto conosce il tuo valore. E meno male che Filippo ha accettato l’ennesima scommessa trasformandola in oro prima e in record (l’ennesimo) poi. Come in occasione del record dell’Ora, ha aumentato con gradualità fino all’esplosione dell’ultimo chilometro o dell’ultimo minuto volato a velocità mai viste nell’inseguimento chiudendo con il nuovo record del mondo dei 4 chilometri in 3’59”636 ad oltre 60 di media oraria. 

Non è un dettaglio dire che tutto ciò è stato possibile nella pista che ospiterà le olimpiadi di Parigi tra due anni; in quell’occasione Ganna e tutto il team Italia sarà chiamato a difendere l’alloro olimpico di Tokyo, una missione non semplice ma che comunque ha una strada già tracciata, traversando il tempo con una bicicletta. La scia è tinta d’azzurro.

Carlo Galati