I subumani non l’avranno vinta

Possiamo raccontarla come vogliamo: dipingersi la faccia di rosso, dipingere dello stesso rosso le panchine dei parchi, diffondere in ogni modo possibile il numero antiviolenza sulle donne, istituire giornate e informare delle stesse. Possiamo fare tutto, a parole e secondo gesto vuoti e vacui. Perché di questo parliamo se di fronte ad una vera violenza, minimizziamo e si fa passare il messaggio “non prendertela”.

Perché questo si è sentita rispondere dallo studio la collega giornalista Greta Beccaglia, inviata di Toscana TV, all’esterno dello stadio “Castellani” in collegamento con lo studio, dopo la partita Empoli-Fiorentina, dopo che una sottospecie di invertebrato, passandole accanto, le palpeggiato il fondoschiena, salvo poi altri galantuomini intervenire con epiteti che rasentato le medievali culture mascoline, altro che Rinascimento.

Ma in tutta questa storia la cosa più grave è il “non prendertela” del giornalista in studio (di cui ignoriamo il nome con orgoglio), che andrebbe ancor più sanzionato (…a proposito ODG batti un colpo) rispetto al subumano che le ha usato violenza. Perché fino a quando si troveranno parole per giustificare l’ingiustificabile, minimizzandolo, non avrà senso nulla. Sarà solo fiato sprecato.

Per quanto ci riguarda, la massima solidarietà alla collega Greta sperando che i rei di questa triste storia paghino: tutto e a caro prezzo.

Carlo Galati

Il Maestro tedesco

Un capolavoro tecnico firmato Sasha Zverev. Potremmo definire così la prestazione in finale del tedesco che non ha soltanto battuto ma ha quasi annichilito, il numero due del mondo Daniil Medvedev, prendendosi quella rivincita tanto desiderata dopo la sconfitta nel round robin, e vincendo il titolo con un doppio 6-4.

Un controllo totale della finale, per Zverev, asfissiando Medvedev con la completezza del suo repertorio tecnico, basandosi sul non potersi permettere di allungare la partita dopo la semifinale con Djokovic. Tedesco implacabile e impeccabile, soprattutto al servizio con una media di prime (86%) che va oltre i 200 km orari e il russo in grande difficoltà sia in risposta che in servizio.

Per Zverev si ripete dunque quanto era accaduto a Ivan Lendl nel 1982: ottenere il secondo titolo di Maestro senza ancora aver mai vinto un torneo del Grande Slam. Gli farà piacere sapere che poi Ivan ne ha vinti ben otto e a lui il tempo certamente non manca.

Carlo Galati

Italrugby: minimo risultato, massimo sforzo

Il bilancio non è positivo. Due sconfitte e una vittoria sono il bottino minimo raccolto all’Italrugby in questo autunno di match e raduni prima del Sei Nazioni dell’anno prossimo. Battuti da Nuova Zelanda e Argentina, vincenti con molti, troppi patemi, con l’Uruguay; è vero la nazionale torna a vincere ma, fu vera gloria?

Se con gli All Blacks la sconfitta era attesa, nonostante gli azzurri abbiano saputo tenere il campo per 60 minuti (una quasi novità), salvo poi cedere sotto l’onda d’urto dei neozelandesi, ci si aspettava una prestazione diversa con i Pumas argentini, che non è arrivata. Si è usciti da Treviso con la sensazione che sarebbe potuta andare peggio; che ad un certo punto della partita gli argentini potessero continuare a spingere e farci del male. Non è andata così.

Alla vigilia del match con l’Uruguay, in un eccesso di spavalderia, figlia legittima della gioventù, il capitano Lamaro aveva parlato di dominanza ed invece ci si è ritrovati a tirare un sospiro di sollievo per il tenuto sudamericano ad una manciata di secondi dalla fine della partita. Non proprio quello che ci si aspettava. E bisognerà state attenti perché gli uruguagi saranno nostri avversari al mondiale e hanno mostrato di essere una nazionale in crescita. E l’Italia? La strada è ancora lunga, ma sembra essere tracciata. L’importante sarà non ricadere nei vecchi errori, nei vecchi fantasmi che ogni tanto si mostrano con tutta la loro dirompente forza, rompendo il placcaggio del cambiamento. Coraggio.

Carlo Galati

Alcaraz conquista Milano puntando già verso Torino

Viaggia a livelli di tennis altissimi, Carlos Alcaraz. Con piedi rapidissimi, colpi solidi e concreti, un tocco che riesce a nascondere e far riapparire, come per magia, una pallina che sembrava dover terminare la propria corsa a fondo campo, salvo poi atterrare subito dopo la rete, come una foglia morta.

Colpi di inizio gioco dirompenti e totalitari, risposta profonda e giocata sempre in anticipo. Insomma, siamo di fronte ad un giocatore che probabilmente sarà un numero 1 al mondo: non gli manca nulla, nemmeno la personalità. E dall’altra parte della rete non c’era un giocatore qualsiasi ma un Korda junior, che è tennista di alto livello già adesso. Per intenderci uno che sarà un grande protagonista del circuito, la cosa più simile a Berdych mai vista finora. Il suo sorriso, quasi rassegnato, a fine partita è emblematico, come se la sconfitta con questo Alcaraz fosse cosa scontata.

Il saluto finale è all’anno prossimo. Un saluto al pubblico italiano che probabilmente, il prossimo anno, non lo vedrà più in campo a Milano. Torino sì, potrebbe essere il giusto palcoscenico, quello dei più grandi.

Carlo Galati

Malgioglio, la luce del calcio nel buio della disabilità

“Anziché parare pensa ad aiutare gli handicappati”. Basta questa frase che non ha bisogno di commenti o ulteriori analisi per comprendere quanto il mondo del calcio abbia messo da parte o mai considerato del tutto (oseremo dire mai), l’impegno che Astutillo “Tito” Malgioglio ha sempre dedicato ai più deboli, agli ultimi. Una dual career in continua ascesa: parallelamente al calcio porta avanti gli studi e si laurea in Medicina ed è il 1980, quando Azeglio Vicini lo vuole nell’Italia Under 21 come vice di Giovanni Galli. Traguardi che non gli sono sufficienti a sentirsi appagato.

Parla con la moglie, Raffaella, e insieme decidono di studiare una soluzione per aiutare i bambini con difficoltà motorie acquistando e gestendo un centro di riabilitazione motoria a Piacenza. Chiamarono la palestra “Era 77”, dalle iniziali del nome della figlia Elena nata nel 1977, della moglie e del suo. Offrivano terapie gratuite ai bambini disabili aiutandoli a camminare, a muoversi da soli. 

Campo di mattina, fisioterapia di pomeriggio. Nel suo secondo lavoro prova a coinvolgere anche i compagni di squadra, come il tedesco Jurgen Klinsmann, che per la causa gli staccherà un assegno da 70 milioni di lire. Nel 2001 una nuova doccia fredda: la sua associazione “Era77” deve cessare l’attività. Oggi però Malgioglio è ancora in attività: sviluppa progetti di sporterapia e continua a battersi per l’integrazione nello sport fra disabili e normodotati. 

Ed è per questo che il 29 novembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo nominerà Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per il suo costante e coraggioso impegno a favore dell’assistenza e dell’integrazione dei bambini affetti da distrofia”. Sono mani salde e forti di portiere, quelle di Malgioglio, in una storia finalmente con il lieto fine.

Carlo Galati

Addio a Galeazzi, cantore dello Sport.

La prua dell’Italia davanti alla Germania, nel concitato finale del “due con” di Seoul ‘88, l’amore sconfinato per il Canottaggio, che gli aveva regalato, da atleta, anche il titolo nazionale nel 1967, il competente e appassionato eloquio tennistico, l’amore per lo sport in generale: sono frammenti dell’esistenza di Giampiero Galeazzi, uno degli ultimi tedofori dell’olimpismo giornalistico, fatto di professionisti per i quali voce, competenza e “scuola” contavano più dei like sui profili social o le frequentazioni gossippare dei salotti buoni.

Giampiero ci lascia.

Lascia lo sport, svuotando il teleschermo della sua immagine ingombrante da gigante buono, ma non lo fa per sempre.

“Per sempre” non esiste quando si lascia una traccia indelebile del proprio percorso terreno, nella vita quotidiana come nelle professioni che garantiscono una ribalta.

Bisteccone, come veniva affettuosamente chiamato, dialogava da pari a pari, da sportivo a sportivo, con Carmine e Giuseppe Abbagnale, Beniamino Bonomi e Antonio Rossi, gigioneggiava con Peppiniello Di Capua, timoniere dell’armo storico delle olimpiadi coreane, come con Adriano Panatta, suo amico e compagno di telecronache.

Galeazzi era la Coppa Davis, anche in anni nei quali la massima aspirazione, per la crisi italica di talento, era una vittoria al quinto di Paolino Canè.

La voce graffiata, come un cantante rock, il timbro grave e robusto da baritono, l’allegria sconfinata di chi ama quello che fa, resteranno scolpite nella pietra preziosa della memoria sportiva della nostra Nazione, associata a un Tricolore che sventola e a una medaglia d’oro, in quella magica alchimia che riunisce l’impresa sportiva all’aedo che l’ha cantata.

Ciao, Giampiero.

Hai messo la prua, stavolta per sempre, davanti a tutti.

La maratona il punto di (ri)partenza per New York

Welcome back, Let’s run the city‘: New York è finalmente tornata a correre, cercando di lasciarsi alle spalle i mesi bui della pandemia, di cui all’inizio è stata uno degli epicentri. Così la 50ma edizione della maratona più prestigiosa al mondo, dopo la pausa dell’anno scorso, si è trasformata in una grande festa per celebrare il ritorno alla vita e alla normalità della Grande Mela, colpita duramente dal virus e dalla crisi che ne è scaturita. E il ritorno della corsa più attesa coincide col ritorno sul podio di un italiano, come a prolungare la lunga e incredibile annata di grandi successi per i colori azzurri. A far sventolare il tricolore nel cuore del Central Park è Eyob Faniel, eritreo naturalizzato italiano delle Fiamme Oro di Padova, arrivato terzo in una gara maschile che ha visto la vittoria del keniano Albert Korir.


Ma a fare notizia come sempre sono stati i mille colori, i sorrisi, le smorfie di stanchezza delle migliaia di partecipanti, con le ali di folla a sostenerli lungo tutto il percorso con cartelli, bandiere, applausi, urla di incoraggiamento, trombette e campanacci, da Staten Island a Brooklyn, dal Bronx al cuore di Manhattan, passando per il Queens. Finita la competizione tra professionisti la gara si trasforma in una grande festa, un evento folkloristico. Non importa il tempo che si impiega per compiere i 42 chilometri della corsa, ma per tutti, giovani e meno giovani, l’importante è arrivare fino in fiondo, anche camminando.


Circa 200 gli italiani che hanno corso: come sempre una delle delegazioni straniere più numerose, anche se niente a che vedere con le circa tremila presenze delle ultime edizioni. Ma pazienza, l’importarne era ripartire. E la maratona, dopo la riapertura a New York dei cinema, dei teatri di Broadway, delle arene e degli stadi, era l’ultimo tassello mancante, come sottolineano con orgoglio gli organizzatori e le autorità cittadine, il neo sindaco Eric Adams in prima fila. E c’è stato spazio anche per la storia, visto che a tagliare il traguardo è arrivato un veterano della corsa: Larry Trachtenberg, newyorkese di 77 anni, che a soli 16 anni partecipò alla prima mitica maratona della Grande Mela, quella del 13 settembre 1970. Per lui tra gli applausi più calorosi. L’appuntamento ora è al prossimo anno, si spera in un mondo e in una New York in cui la pandemia sia diventata solo un ricordo e magari con un italiano questa volta sul gradino più alto del podio.

Carlo Galati

La giovane Italia che fa ben sperare

Credit Fotosportit/FIR

La marea nera incute timore solo a guardarla, i tutti neri sono gli All Blacks. Basterebbe questo per dire ciò che può sembrare scontato ma che, questa volta non è. Sedici incontri tra la nostra nazionale e i neozelandesi, sedici sconfitte. In tal senso non desterebbe nessun scalpore il 9-47 dell’Olimpico, niente di nuovo sotto il sole del dio ovale. Eppure questi ventenni in maglia azzurra per sessanta minuti hanno tenuto testa ai mostri sacri. È un punto di partenza; è IL punto di partenza.

Alla fine della partita i ragazzi di Crowley si vanno a prendere gli applausi dell’Olimpico e sono meritati, perché una squadra nuova, con un nuovo giovane leader, Michele Lamaro ha 23 anni e con tanti suoi coetanei nei posti chiave. Parliamo di Varney, Garbisi che combattano e si meritano il rispetto degli avversari, esattamente ciò che le veniva chiesto alla vigilia. Per sessanta minuti, finché ne hanno, gli azzurri difendono con voglia e perizia, impongono in avanti e falli ai migliori al mondo, pongono loro dei problemi. Poi si spegne la luce, finiscono le forze e il punteggio si allarga. Ma in vista di quello che è l’immediato futuro che parla sudamericano, con le sfide con Argentina e Uruguay, la sensazione è quella di un gruppo vero, con dei leader, dei giocatori di livello: Lamaro, Garbisi, Varney ma anche Ioane, Brex, le prime linee, e un’identità su cui si può costruire.

Credit Fotosportit/FIR

La linea di partenza è stata tracciata. L’arrivo è molto lontano, ma perlomeno c’è un’identità, una storia da raccontare ed una speranza. Tutti elementi che negli ultimi anni erano mancati. È già qualcosa.

Carlo Galati

Tripudio Olimpia

È un tripudio biancorosso al Forum. Milano è bella da impazzire sul momentaneo tetto d’Europa, al primo posto in quell’Eurolega che la vede ormai squadra da battere. Anche il Barcellona guarda e passa. Sconfitto 75-70 grazie ad una prestazione biancorossa ai limiti della perfezione per 30 minuti, energica e aggressiva in difesa; disciplinata e spettacolare in attacco, con gli spagnoli costretti ad inseguire per tutta la partita e con l’Ax quasi sempre in controllo.

Ettore Messina, in due stagioni e mezzo, ha trasformato l’Olimpia da club di fascia media a potenza del basket europeo. Una Final Four lo scorso maggio che mancava da 29 anni e ora un nuovo capolavoro. Nello scontro al vertice Milano offre il meglio di sè, vincendo con la forza del gruppo e delle sue individualità, issandosi dove non era mai stata in era moderna. L’Olimpia comanda l’Eurolega dopo 8 giornate al termine di una sfida epica contro una delle grandi big d’Europa e lanciando un messaggio chiaro e forte: il punto di partenza è scritto ed un viaggio lungo è ancora tutto da raccontare.

Carlo Galati

1 novembre 2021

Ricorderemo questa data per sempre. È entrata a far parte della storia dello sport italiano e a scriverla sono state le imprese di due tennisti che nell’anno d’oro dello sport italiano hanno contribuito a realizzare ciò che fino a soli 18 mesi sembrava irriverente e folle, insensato e improbabile seppur possibile. Da oggi Jannik Sinner entra a far parte dell’ élite del tennis mondiale, in quella top ten già frequentata da Matteo Berrettini. Per la prima volta l’Italia ha due tennisti lì, dove solo il vento del talento accarezza il volto di chi si erge a protagonista.

Adesso se la giocano insieme ai più grandi, alla vigilia delle Finals che vedono Matteo qualificato e Jannik ad un passo, l’ultimo da compiere per il suggello finale ad una stagione che ha raccontato di vittorie, finali, tornei e tanta passione. La stessa che tutto il mondo del tennis italiano ha messo nel proprio serbatoio per anni e anni, decenni nell’attesa di questo momento che finalmente è arrivato. Il primo di tanti e tanti altri a venire.

Carlo Galati