Too good to watch: Sinner all’esame di greco

Se avete avuto la pazienza di seguirci fino a qui, sapete che in questo piccolo spazio sociale vi abbiamo suggerito cinque match da guardare nel mare magnum delle partite dei primi tre turni. Ora, con gli ottavi, le scelte sono gioco forza obbligate. La prima riguarda l’ultimo nostro portabandiera impegnato nel match di ottavi con Tsitsipas.

Cosa dire? Tanto ci sarebbe da scrivere per introdurre la partita ma, per opportunità, analizzeremo un aspetto su tutti. Un anno è passato da quella partita di quarti di finale che da Melbourne avrebbe potuto far iniziare una stagione diversa per Jannik. È andata come sappiamo, con la separazione da Piatti e l’inizio della collaborazione con Vignozzi e Cahill.

Cosa è stato fatto in un anno non può essere riassunto ovviamente in un match, ma è altrettanto ovvio che giocare con lo stesso avversario, nello stesso campo, alla stessa ora dà il senso di ciò che è stato fatto e di ciò che sarà. Le possibilità di fare bene ci sono tutte, l’avversario è solido, forte e determinato ma battibile. L’occasione per quel salto che Jannik merita, è a portata di mano. Bisogna saperla cogliere. I tempi sono maturi.

Long live, sir Andy

Da questa parte del mondo sono da poco passate le 18, in Australia le 4 di mattina. Andy Murray e Thanasi Kokkinakis sono in campo da oltre cinque ore quando, un magnifico rovescio lungolinea di Sir Andy squarcia la notte di Melbourne, annunciando il sorgere del sole.

Le dieci ore in campo in due giorni di gara sono la più bella dichiarazione d’amore di un trentasettenne, parte vitale della generazione di fenomeni, che ha monopolizzato il tennis dell’ultimo ventennio. E lo sono proprio in Australia quando, non più di tre anni fa, sembrava essere finita la sua carriera.

Invece la sua anca in titanio, combinata con una volontà d’acciaio, hanno piegato tutto: il tempo, gli acciacchi e la voglia di smettere. Un cuore grande come le Highlands scozzesi e la voglia di restare attaccato al tennis giocando la partita più lunga della sua carriera sportiva. Roba che neanche ai tempi d’oro, ammesso e non concesso che questi siano tramontari definitivamente. Intanto, godiamocelo ancora.

Carlo Galati

I tre moschettieri azzurri e l’Australia da conquistare

La domanda è scontata: iniziano gli Australia Open, l’Italia può sognare? Ammesso e non concesso che ci si presenta ai nastri di partenza con tre baldi e prorompenti giovani tra i primi 20 al mondo: Berrettini, Sinner e Musetti al netto di infortuni e situazione incontrollabili, potranno dire la loro? La risposta è convintamente sì, ma non soddisfa il primo quesito. Ai nastri di partenza per la prima volta l’Italtennis ha a disposizione una batteria anche piuttosto eterogenea di giocatori, tutti con delle qualità diverse e con degli obiettivi diversi, ma soprattutto aspettative diverse.

Per Berrettini si tratta di difendere una semifinale. Nel 2022 si trovò di fronte un certo Rafa Nadal che aggiunse l’ultimo tassello alla collezione Slam. Fu una partita mai messa in discussione. Sinner invece si fermò ai quarti. La partita con Tsitsipas da categorizzare tra quelle no contest: un 3-0 secco a favore del greco che segnò il netto distacco dell’altoatesino da un certo livello. Musetti invece ha la forza dell’aver tutto da guadagnare rispetto allo scorso anno: sconfitto al primo turno da De Minaur si presenta ai nastri di partenza come mina vagante. Non troppa pressione; giusto così.

Al netto dello stato di forma di tutti e tre, poco indicativo prima di un torneo del genere, importante sarà l’impatto che i tre moschettieri avranno sul primo turno e sugli avversari. Fondamentale sarà lanciare un messaggio agli altri e a se stessi: la fiducia nasce dai risultati, la forza mentale è il carburante per l’impresa. Dobbiamo avere fiducia perché per tutti e tre è un anno importante. L’anno che ci dirà se possiamo sognare o meno. Intanto cominciamo a chiudere gli occhi.

Carlo Galati

Mikaela, la regina delle nevi

Kranjska Gora, Slovenia. Una tappa storica della grande e complessa stagione dello sci mondiale; una gara e una località che verrà ricordata per un record tracciato su questa pista, tra lamine di ghiaccio e neve fresca, che negli anni ha visto le più grandi sciare e vincere. Tra queste c’è Mikaela Shiffrin che proprio tra le montagne slovene, nello slalom gigante, ha conquistato la vittoria numero 82, raggiungendo quella Lindsey Vonn, in cima alla speciale classifica delle sciatrici più vittoriose in coppa del mondo, mettendo nel mirino lo svedese Ingemar Stenmark che di vittorie ne conquistò 86 tra gli anni 70 e 80 del secolo scorso.

Per capire di chi stiamo parlando, rivolgendosi ai profani degli sport invernali, Shiffrin non è però soltanto una sciatrice portentosa, che vinse la sua prima gara di livello mondiale a diciassette anni e l’unica, tra uomini e donne, capace di vincere almeno una gara in ognuna delle sei diverse specialità di Coppa del Mondo (discesa libera, supergigante, slalom speciale, slalom gigante, combinata e parallelo). È anche un’atleta che in diverse occasioni si è definita «emotivamente stanca» e che nel 2020, dopo l’improvvisa morte del padre, rinunciò a tutte le restanti gare della stagione e che raccontò in seguito di aver considerato perfino l’ipotesi del ritiro. Una sciatrice che tornò dalle Olimpiadi invernali di Pechino senza nemmeno una medaglia; Shiffrin che aveva vinto l’oro a Sochi nel 2018 nello slalom gigante. Ha vinto inoltre sei ori Mondiali.

Una campionessa totale, dalla forte personalità e dall’altrettanto forte voglia di scrivere la storia di questo sport. Una storia che ha ancora delle pagine bianche come la neve e che sulla neve verranno scritte, senza alcun rischio che si possano sciogliere ai primi bagliori primaverili. La grandezza di quello che sta facendo Mikaela sta anche qui, riuscendo a rendere possibile l’impossibile.

Carlo Galati

United per la vittoria

È iniziata come una bella avventura dalla quale non chiedere molto. Come tutte le prime volte non sai bene a cosa vai incontro, come può evolvere un torneo che è alla sua prima edizione, muovendosi nel solco profondo delle competizioni tennistiche a squadre. In principio fu la Davis, passando per Hoffman Cup e l’Atp Cup. Oggi si chiama United Cup e l’Italia è in finale.

Una finale raggiunta in modo tutt’altro che agevole, perdendo anche con la Polonia ma, qualificandosi come migliore seconda dei gironi, alle semifinali. Semifinali che hanno visto l’Italia battere 3-1 la Grecia. Ininfluente la sconfitta di Berrettini con Tsitsipas, decisivo invece il punto decisivo messo a segno da Lucia Bronzetti vittoriosa su Grammatikopoulou con un perentorio 2-0.

Avversario in finale sarà la formazione nordamericana che ha battuto quella Polonia di cui sopra. E non chiamatela coppetta; la vittoria in una competizione del genere può essere viatico morale per far bene in una stagione che sta iniziando e che vedrà, i nostri ragazzi e le nostre ragazze, impegnati come non mai chiamati a riscattare una stagione amara e avara di successi. L’occasione è ghiotta ma difficile. Gli Stati Uniti sono la squadra da battere ma l’appetito vien mangiando e questa Squadra (S rigorosamente maiuscola) di fame ne ha molta.

Carlo Galati

Arrivederci, Lord Gianluca

L’addio di Sinisa suonava già come un triste presagio.

La generazione di fenomeni passati dal miracolo blucerchiato, i ragazzi terribili capaci di parlare e lanciare messaggi anche fuori dal campo, si sono ritrovati persino a combattere contro un nemico comune.

E hanno perso, dopo aver lottato strenuamente, a testa alta, con l’orgoglio di chi ha fatto del sudore e del sacrificio una ragione di vita.

Gianluca Vialli aveva fatto della propria vita un capolavoro, passando dal campo alla panchina, per approdare alla dirigenza calcistica, restando uomo di campo, dispensatore di consigli, uomo vero in un mondo del calcio pieno zeppo di maschere e banalità.

Il grande male lo aveva reso più saggio, consapevole del suo ruolo di uomo pubblico e di quanto la sua esperienza potesse diventare un esempio su come affrontare l’appuntamento con una morte quasi certa.

Lo ha fatto con orgoglio e con una profondissima dignità, facendoci commuovere con quell’abbraccio londinese a Roberto, fratello di gol e scorribande, di professione allenatore degli Azzurri.

Piangeva, Gianluca.

Piangeva perché sapeva che quella gioia sarebbe potuta essere una delle ultime di una carriera che lo ha visto alzare tutte le Coppe delle competizioni UEFA.

Ci piace pensare che adesso invece sorrida, in quel fazzoletto di Cielo color diamante che accoglie anche Sinisa e Pelé: un grande centrocampo, un attacco atomico.

Riposa in pace, Campione.

L’inarrestabile declino del calcio

Una diapositiva che non avrebbe bisogno di ulteriori commenti. Due istanti, separati da pochi attimi, che raccontano di quanto il calcio, lo sport più amato, quello che per definizione popolare, non è “solo uno sport”, sia nella fase di una matura decadenza, per certi versi inarrestabile. Una decadenza guidata da chi il giocattolo lo maneggia e gestisce: Gianni Infantino.

Al cospetto di chi ha plasmato il calcio a propria immagine, di chi lo ha saputo trasformare da semplice sport in qualcosa di poetico, la decenza lascia il passo all’immoralità del moderno modo di intendere quello che è oggi questo calcio. Un qualcosa che non devia il proprio corso, ormai compromesso, neanche di fronte alla salma di Pelé, uno che solo a nominarlo vengono i brividi.

Foto, selfie e risatine. Questo è quello che ha mostrato il padrone del calcio: l’uomo che decide cosa e quando, ma che non può prendersi tutto. Non si prenderà la passione, non si prenderà l’ispirazione che giganti come Pelé hanno trasmesso al mondo. Si prenderà i soldi e tanti e saranno quelli che distruggeranno tutto. In maniera tremendamente irreversibile.

Carlo Galati

L’abbraccio dello sport

Ci siamo. È in questi momenti che si tirano le somme di ciò che è stato, guardando a ciò che potrebbe essere, con stati d’animo diversi in base alle personali attitudini verso il futuro. È il momento in cui bisogna guardarsi indietro e capire cosa è stato per leggere cosa sarà; riguardare, come nel nostro caso, le foto di un 2022 che per tanti versi sarà un anno indimenticabile.

Anno in cui ci hanno lasciato icone dello sport, ricordarne qualcuna significherebbe fare torto ad altre, un anno in cui c’è chi ha vinto, chi ha sofferto. E c’è chi si è abbracciato. Ed è proprio questo abbraccio olimpico, quello tra il russo Ilia Burov e l’ucraino Oleksandr Abramenko, della finale di freestyle alle Olimpiadi di Pechino, a rappresentare l’immagine più forte di questo 2022. Una foto che per certi versi, è irripetibile.

Una foto che rappresenta il frame precedente di un mondo che probabilmente non vedremo più, perlomeno non a breve, e che colpisce in pieno volto chi non sa cogliere nei valori dello sport i valori della vita. Ripartire da qui, da questa foto. Dal grande abbraccio che lo sport può dare al mondo e agli uomini, elevandoli dalla miseria d’animo che ne attanaglia chi ha in mano le sorti di popoli e nazioni intere. Auguri a loro, auguri a noi.

Carlo Galati

‘O Rey vola nel Paradiso dei Campioni

Il Re è morto, viva il Re?

Impossibile.

Edson Arantes do Nascimento è volato in cielo, lasciando un vuoto incolmabile in quell’Olimpo degli dèi del calcio al quale possono iscriversi pochissimi artisti del pallone.

Pelé è stato il tutto, campione col sorriso di un calcio passato nei suoi anni dal bianco e nero al colore; un passaggio che valeva per tutti, tranne per lui, iridescente e vivido funambolo carioca, brasiliano nell’animo, nel cuore, nei nobili piedi.

‘O Rey resterà testimone iconico di più epoche, campione assoluto capace di vincere tre Mondiali, nel 1958, nel 1962 e nel 1970, divertendosi e divertendo, con quell’allegria scanzonata così difficile da ritrovare nei giocatori pur bravissimi dell’era tecnologica e iper-comunicativa.

Danzava, ondeggiava, scartava.

E segnava, tanto: 1281 gol in 1363 incontri, con una media di 0,92 realizzazioni a partita.

Inutile sporcare tanta bellezza con i mille paragoni su chi sia stato il migliore di sempre.

È lo stesso Pelé che abbiamo visto e rivisto, col braccio incollato al petto, in “Fuga per la Vittoria”, fortunata pellicola hollywoodiana, accanto ad attori del calibro di Sylvester Stallone, Michael Caine o Max Von Sidow.

A proprio agio, davanti alle telecamere come sul campo, pur fra le serpentine che il gioco e la vita ti costringono a fare fra gli ostacoli.

‘O Rey ha provato a dribblare, senza riuscirci, anche il terribile tumore al colon che oggi, ottantaduenne, lo strappa alla vita terrena: ha combattuto, fino allo sfinimento, ha chiesto e ottenuto l’affetto e l’amore dei propri cari, mentre tutto il mondo e gli amanti della bellezza hanno pregato per lui, come se fosse un fratello, un amico, un compagno di giochi.

Le preghiere oggi diventano lacrime, emozioni e quel brivido che corre lungo la schiena rivedendo le immagini del più grande con la maglia che lo ha consacrato alla storia: adeus, brasileiro de pés de ouro e sorriso contagiante.

Os mais velhos estarão lá para sempre.

Dal Messico a Messi, l’Argentina si riprende il calcio

Non deve essere semplice vivere nel mito di Diego. Esserne indicato da tutti come l’erede naturale, giocare con il fardello di dover sempre competere con l’eterno spirito del calcio, un peso che può schiacciarti o renderti immortale, come solo il d10 del calcio è riuscito a essere. Leo Messi dopo una rincorsa durata un’intera vita, è riuscito ad arrivare lì dove merita di stare: nel ristretto club della mitologia sportiva.

Lo ha fatto dimostrando di essere, così come Diego, un trascinatore, un capitano capace di caricarsi sulle proprie spalle le aspettative di un popolo che guardava a lui come l’unico in grado di riuscire dove tanti avevano fallito prima, nell’ultima occasione della sua vita, facendo quello per cui era nato: far rivivere il mito, alzando quella coppa, 36 anni dopo.

E come Diego ha praticamente vinto da solo un mondiale in cui, gli altri, sono stati degli utili comprimari a servizio del genio assoluto, così come fu quella nazionale argentina del 1986. A differenza di Diego, ha vinto tutto quello che c’era da vincere, lasciando dietro di se il vuoto: non ha più nulla da dimostrare, nulla da chiedere e non deve più dare nulla a nessuno, saldando tutti i debiti che la storia gli aveva attribuito e lasciando un credito infinito nello sport e nella storia dell’Argentina, sedendo una volta per tutte accanto al più grande di sempre.

Carlo Galati