L’Italrugby ci crede, il Sudafrica vince

Ad una settimana dall’inaspettata vittoria con l’Australia, ad un certo punto si è pensato che sì, poteva essere la serata per un bis memorabile. Invece all’Allianz Stadium di Torino l’Italia del rugby si ferma solo all’idea, perdendo l’attimo, e lasciando al Sudafrica, in 14 dal 10’ per il rosso diretto a Mostert, un successo più largo del dovuto: 32-14. Un punteggio che non racconta fino in fondo l’equilibrio di un match in cui gli Azzurri sono rimasti agganciati fino al 70’ (14-20), prima di cedere alle ultime due fiammate dei campioni del mondo.
La partita si accende presto, quando il TMO richiama Doleman: spallata alta di Mostert su Garbisi, rosso immediato e Springboks in inferiorità per 70 minuti. L’Italia, però, non sfrutta l’occasione: frenesia, qualche scelta affrettata e soprattutto due piazzati sbagliati da Garbisi tengono in vita un Sudafrica che si affida al piede di Pollard e ai calci profondi di Van den Berg. Il primo tempo resta una battaglia più fisica che tecnica, e si chiude 10-3 per gli ospiti dopo la meta di Van Staden nata da un pasticcio difensivo tra Capuozzo e Brex.


La ripresa è un’altalena emotiva. Garbisi accorcia, Lynagh recupera un pallone d’oro nei 22 avversari ma Zuliani manca il passaggio decisivo per Menoncello. Quando Van Staden prende il giallo, il Sudafrica rimane addirittura in 13, ma l’Italia non ne approfitta e anzi perde Cannone per un placcaggio alto. Gli Springboks allungano fino al 20-9, ma gli Azzurri non mollano: Brex sfonda, Garbisi incrocia per Capuozzo che sfreccia in meta per riaprire tutto (20-14). Questo è il monento in cui ci si inizia a credere, ma il Sudafrica non sbanda: squadra abituata alla lotta fisica e alla trincea, sapendo però quando affondare il colpo.
A fine partita Gonzalo Quesada difende i suoi: “Il rosso a Mostert è stato fin troppo severo; abbiamo seguito il piano gara, ma ci è mancato essere più killer nei momenti chiave”. Capitan Brex non cerca alibi: “Rimpianti? Sempre. Siamo entrati tante volte nei loro 22 senza segnare. Loro sfruttano tutto, noi no”. Sabato a Genova l’ultimo test contro il Cile. Con la sensazione – e forse il rammarico – che contro i più forti del mondo l’Italia abbia davvero lasciato qualcosa per strada.

Carlo Galati

L’ Italrugby dei forti cuori e i canguri spenti

L’Italia del rugby a Udine ha fatto qualcosa che non capita tutti i giorni. Non tanto battere l’Australia, già successo, quanto farlo con il passo fermo di chi sa dove andare. Ventisei a diciannove, in una sera che aveva l’odore dell’erba bagnata e delle partite che restano. Non un lampo, non un episodio: una vittoria costruita metro dopo metro, fallo dopo fallo, scelta dopo scelta. Si dice spesso “storica” a sproposito. Qui no. Perché i Wallabies restano i Wallabies, anche quando inciampano. Tre anni fa a Firenze erano caduti di un punto, primo successo dopo diciotto amarezze, stavolta non c’era la sorpresa, c’era la conferma. E la conferma fa più rumore. Parte tutto dal piede sicuro di Garbisi, che apre, ricuce, tiene l’Italia incollata alla partita quando il possesso sfugge e la palla scivola via in avanti nel momento meno opportuno. Sei a zero, poi l’Australia che si infila con pazienza: una maul precisa, poi il varco visto da Bell, braccia protese e meta. Sotto di sei, gli azzurri non si scompongono: chiunque abbia visto rugby sa quanto valga la calma.

Si va al riposo 9-12, partita viva, testa accesa. L’inizio ripresa è un romanzo di piccole imperfezioni: un passo lungo, un passaggio non morbido, l’ovale che fa quel rimbalzo birbone, ma l’Italia non arretra. Pareggia ancora Garbisi. Poi l’arbitro Brace concede una meta che sa di beffa (palla persa in avanti, tutto il mondo lo vede, ma non il fischietto). Sotto di sette, era il punto in cui di solito si spegneva la luce, non stavolta. La reazione è la fotografia di questa squadra: possesso paziente, fiato lungo, zero gesti teatrali. Palla larga per Louis Lynagh, che schiaccia alla bandierina: figlio di Michael, una storia che si chiude in cerchio. Tre minuti dopo, Monty Ioane rientra, prende due difensori, va oltre: altra meta, altro pezzo di memoria che si impara a memoria. Il finale è difesa pura: no placcaggi disperati, no panico, solo ordine. E il pallone recuperato da Cannone è una firma, non una liberazione. L’Italia vince. Bella. Giusta. Senza dover chiedere scusa a nessuno.

Carlo Galati

Elia Viviani, il punto esclamativo di una vita in bicicletta

Elia Viviani of Italy celebrates after winning the elimination race at the UCI Track Cycling World Championships 2025 in Santiago, Chile, 26 October 2025. EPA/Osvaldo Villarroel

Ha vinto ancora, Elia Viviani. E lo ha fatto all’ultima curva della sua vita da corridore, con la leggerezza di chi ha capito che l’unico modo per lasciare un mestiere d’amore è farlo con un sorriso. Nel tardo pomeriggio cileno del 26 ottobre, a Santiago, ha conquistato il titolo mondiale nella corsa a eliminazione, la più spietata e insieme la più limpida delle gare su pista: ogni due giri l’ultimo saluta e scende, finché non resta un solo uomo in sella. È rimasto lui, il Profeta, trentasei anni e l’orgoglio di chi non ha mai smesso di crederci.

Viviani non correva per aggiungere una medaglia a una collezione già abbondante – tre olimpiche, nove mondiali, novanta vittorie su strada – ma per chiudere il cerchio. Si sapeva da settimane che questa sarebbe stata la sua ultima gara, eppure ha pedalato come se ne avesse ancora cento davanti. L’ha fatto con la testa, come sempre, bilanciando l’istinto e la misura, restando dentro la corsa con quella calma da uomo che sa quando è il momento giusto per spostarsi di un metro e salvarsi.
C’è molto di simbolico in questa sua ultima vittoria. Viviani ha unito due mondi che in Italia per anni si sono guardati in cagnesco: la strada e la pista. Ha dimostrato che si poteva essere sprinter su asfalto e artista del legno, che un colpo di reni al Tour de France o al Giro può nascere anche da mille giri in un velodromo. È stato portabandiera olimpico, vincitore a Rio, bronzo a Tokyo, argento a Parigi: ogni quattro anni una diversa sfumatura del metallo, sempre con lo stesso sudore.
Quando diceva “la pista è come un ottovolante spaziale dove contano solo le tue forze”, spiegava in realtà la sua filosofia di uomo: niente alibi, niente rumore. Solo gambe, cuore e cervello. Il resto, sfondo.

Ora Elia scende, finalmente. Lo fa da campione del mondo, con il rispetto di tutti e la gratitudine di chi lo ha visto pedalare per sedici anni sempre al limite. “Non avrei potuto chiedere di più a me stesso”, ha detto. Forse no. Perché chi riesce a vincere anche l’ultima corsa ha già scritto la parola più bella che esista nello sport: fine, ma col punto esclamativo.

Carlo Galati

Jannik, il campione che non ci meritiamo

La verità è che non ci meritiamo il numero uno del mondo.

Abituati per anni all’altalenante mediocrità tennistica dei nostri e delle nostre ragazze con la racchetta, con qualche lampo di talento puro e di orgoglio tricolore, giunti all’età dell’oro per meriti altrui siamo diventati pure schizzinosi.

La genetica, il duro lavoro e l’allineamento dei pianeti hanno trasformato un ragazzino lentigginoso e rosso di capelli in un diamante preziosissimo, una “montagna di luce” dal valore inestimabile.

Un gigante capace di rivaleggiare a distanza coi grandi miti del tennis: dominatore indoor, re sull’erba austera di Wimbledon, a un passo dall’impresa a Parigi, primo in classifica per 65 settimane consecutive, dal 10 giugno 2024 all’8 settembre 2025, quando è stato superato da Carlos Alcaraz dopo la finale degli US Open.

Una roba mai vista, alle nostre latitudini

Il merito? A giudicare dai commenti che si leggono sui social e pure sulle pensose paginate di improvvisati giornalistoni folgorati sulla via del tennis, sarebbe tutto merito nostro: dell’Italia e degli Italiani, degli opinionisti da tik tok, dei circolisti col gilet griffato, dei descamisados novelli tifosi del tennis, in realtà orfani traditi del calcio.

Jannik non giocherà la Davis, dopo averne vinte due praticamente da solo, e tutti si scoprono indignati, beati loro, alcuni fino al turpiloquio.

Sembravano appostati sul loro albero, improvvisati cecchini, pronti a sfruttare l’occasione per dare a Jannik del “crucco”, “austriaco mancato”, “Italiano per sbaglio”, “evasore”. 

Dispiace a tutti che Sinner non abbia dato la propria disponibilità all’Italia per la Coppa della grande insalatiera, sia chiaro.

Fossimo abbarbicati sulla linea del Piave vorremmo vedere questo ragazzotto altoatesino coperto di fango e sangue difendere la bandiera di guerra, il sacro suolo della Patria e pure l’orgoglio nazionale in pericolo.

Peccato che la finale di Davis non sia la guerra mondiale e che il tennis non sia un pranzo di gala, ma neppure la seconda puntata del vertice di Yalta.

É un torneo per squadre nazionali in uno sport ontologicamente individuale, individualista, ai limiti dell’egoismo sportivo: una competizione spesso indigesta alla maggior parte dei tennisti, impegnati a far quadrare i conti mentre girano il mondo come trottole, cambiano fusi orari, svengono e rinvengono, trasportano se stessi e gli staff da un continente all’altro con l’aiuto di sponsor, famiglie e a costi non quantificabili a chi guarda solo i montepremi che spettano a pochi “eletti”.

La Davis era quasi morta, più volte, e più volte è stata resuscitata cambiandone la formula, cecando di renderla appetibile, compressa fra tappe ATP asfissianti. 

Occorre ricordarlo a tutti quelli che la citano senza neppure sapere cosa sia. 

Nulla a che vedere coi Mondiali di calcio, per dirne una. 

La verità è che Jannik non è l’icona strapaesana e ruffiana che certi Italiani vorrebbero vedere, per cui ogni sua decisione, giusta o sbagliata che sia, diventa occasione per fargli pesare di essere un giovanotto di successo, un vincente in una Nazione che i vincenti mal li sopporta. 

Scatta l’invidia sociale, che fa straparlare di avidità per la scelta di giocare ( e vincere, per la cronaca) il Six Kings Slam, quando ognuno di questi pseudo critici in poltrona accetterebbe anche l’elemosina dagli sceicchi sauditi.

Tutti ligi al dovere gli Italiani, in pace perenne (e rottamata) col fisco e con la coscienza, prontissimi a rinfacciare a Jannik, quando fa comodo, la solita residenza a Montecarlo; ma, soprattutto, si scoprono emuli di Nazario Sauro e amanti di quel Tricolore che svendono da decenni al miglior offerente, allergici alla Patria in ogni sua forma, eccetto proprio quando giochi l’Italia.

E il problema sarebbe Sinner, la sua serietà, la sua programmazione maniacale, la sua ricerca della perfezione tennistica che produce vittorie su vittorie e che ci ha fatto saltare più volte dal divano, felici per quella bandierina tricolore in vetta alla classifica del tennis mondiale, dove nessuno era mai riuscito ad arrivare.

Che pena.

Che pena per le temerarie uscite di gente come Bruno Vespa, Aldo Cazzullo o Emanuela Audisio, mai visti ai lati di un campo da tennis, così premurosi nel tirare ceffoni a un giovane campione che per restare tale decide di gestirsi, coi propri soldi, con lo staff a fianco, dopo essere uscito da due anni che avrebbero sfiancato un bisonte. 

I nostri campioni del giornalismo si fermano agli effetti, senza indagare le cause: calendari fittissimi, tenuta fisica da garantire, una stagione massacrante e quella dimensione “marziana” alla quale appartengono pochissimi campioni, da curare fino ai minimi dettagli; esattamente come facevano Federer o Nadal, con il primo molto poco propenso a indossare la maglia della nazionale svizzera all’apice della propria carriera.

Critiche feroci e parole in libertà. 

Persino i carneadi del Codacons, fa già ridere così, hanno proposto addirittura di ritirargli ogni onorificenza, per lesa maestà. 

Lui resta lì, calmo come un altoatesino di montagna, lucido in mezzo alle isterie più disparate e concentrato sul prossimo obiettivo. 

Sinner, in verità, non ce lo meritiamo. 

Fino al prossimo Slam, ovviamente, quando alla prima vittoria detrattori e rosiconi faranno a gara per spergiurare sull’Italianità di Jannik bello di mamma, ricorderanno quella partita al Circolo giocata nel campo a fianco, disquisiranno sulla potenza dei suoi colpi e su come sia, forse magicamente, migliorato il suo servizio.

E per quelli che continueranno ad odiarlo, c’è pur sempre qualche altro sport da seguire, dove un campione coi capelli rossi non riempirà forse con l’esempio i circoli del tennis di ragazzini e ragazzine, ma grazie al quale potranno sfogare le proprie frustrazioni senza fare troppi danni.

Andiamo, Jannik, c’è ancora una leggenda da scrivere, perché qualcuno un giorno la possa raccontare.

Anche in Coppa Davis, ne siamo certi.

Vacherot, il principe sconosciuto di Monaco

Non saranno in molti, fino a ieri, ad aver mai sentito parlare di Valentin Vacherot. Eppure da Shanghai, il suo nome ha attraversato il mondo del tennis come un sussurro diventato grido. Ventisei anni, numero 204 del ranking, monegasco di nascita, e non per interesse, cugino di un’altra grande novità asiatica, Arthur Rinderknech, Vacherot ha scritto una piccola favola moderna nello sfarzo artificiale di Shanghai, dove l’erba non cresce ma le sorprese sì.

Ha battuto Holger Rune, ventidue anni e talento ribollente, con il punteggio di 2-6, 7-6, 6-4, rimontando da un primo set in cui sembrava solo un ospite gentile, venuto a farsi battere. Poi qualcosa è cambiato: un lampo, un diritto, un coraggio nuovo. Ha tenuto duro nel tie-break del secondo set e nel terzo ha messo in fila emozione e istinto, fino al pianto finale. Non di dolore, ma di incredulità.

Per la prima volta un tennista monegasco raggiunge la semifinale di un Masters 1000. Prima di arrivare a Shanghai, Vacherot aveva vinto un solo match nel circuito maggiore nel 2025, stagione storta e piena di infortuni. Qui, invece, ha infilato Bublik, Machac e Griekspoor come perline di un rosario laico, fatto di sudore e pazienza. E alla fine Rune, che gioca come se dovesse sempre dimostrare qualcosa, ma stavolta si è trovato davanti qualcuno che non aveva nulla da perdere.

Il cugino Rinderknech lo guardava dagli spalti, con un sorriso che diceva “ce l’hai fatta tu, magari domani tocca a me”. In semifinale Valentin troverà Novak Djokovic, dieci volte semifinalista e quattro volte campione a Shanghai. Due mondi che si toccano: da una parte la leggenda, dall’altra il ragazzo che fino a ieri giocava nei Challenger di Pau e Orleans.

Vacherot è il secondo giocatore con il ranking più basso di sempre a raggiungere la semifinale di un Masters 1000, dopo l’americano Woodruff nel 1999. Ma le statistiche, in giornate come questa, contano poco. Oggi il tennis ha ritrovato una storia semplice: un ragazzo che nessuno aspettava e che invece, per un giorno, ha fatto sognare un principato intero.

Carlo Galati

La storia siamo noi

Non c’è stata storia, eppure c’è stata tanta storia. Perché la finale di Manila, più che un duello, è stata una conferma: l’Italia maschile di volley ha battuto la Bulgaria 3-1 e ha messo in bacheca il quinto titolo mondiale, difendendo quello conquistato tre anni fa. Un successo netto, costruito su due set dominati, un passaggio a vuoto nel terzo, e un quarto chiuso come un sigillo.
Romanò ha fatto il bomber con 22 punti, Bottolo lo ha seguito a ruota con 19, Michieletto ha aggiunto classe e continuità. Ma al di là delle cifre, c’è stata la sensazione di una squadra che non si perde mai, che sa rallentare e accelerare, che conosce il ritmo del grande appuntamento.

In panchina, Ferdinando “Fefè” De Giorgi, nato regista, sempre regista. Anche oggi. Con lui la continuità non è parola retorica: tre mondiali da giocatore, due da commissario tecnico. Nessuno come lui nel panorama del volley mondiale. Schivo, silenzioso, ma con un palmarès che basta a riempire biblioteche.
Il quinto mondiale maschile si aggiunge ai tre firmati dalla Generazione dei Fenomeni e a quello del 2022. Ma il quadro non è completo senza le donne: a Bangkok, venti giorni fa, le ragazze di Julio Velasco hanno battuto Turchia e Brasile in due maratone da fiato corto e cuore lungo, riportando il titolo iridato in Italia dopo 23 anni.

Due ori nello stesso mese, uomini e donne insieme sul tetto del mondo: la doppietta non si vedeva dal 1960, quando a festeggiare fu l’Unione Sovietica. Sessantacinque anni dopo è l’Italia a far ballare la rete, con una leggerezza che nasconde fatica e sudore. Più che un trionfo, un segno dei tempi: quelli in cui la pallavolo, al maschile e al femminile, ha il tricolore cucito addosso.

Carlo Galati

Dalla Liguria al Ruanda: Finn trova la strada mondiale

Finn, nato a Genova nel 2006, metà inglese e metà ligure, non è nato in bici. Prima il calcio, poi il tennis. Poi un infortunio al ginocchio che lo costringe a guardarsi intorno. Si trova a pedalare, e scopre che l’aria che gli piace di più è quella delle salite. Scalatore puro, 1,81 per 63 chili, con il passo leggero e la fatica scritta addosso in maniera naturale. Negli juniores ha vinto tanto: il titolo italiano in linea e a cronometro, il Mondiale di Zurigo. Ora il salto negli Under 23, con la Red Bull-Bora-Hansgrohe Rookies, squadra laboratorio che prepara i giovani alle grandi corse a tappe.

A Kigali il copione sembrava scritto per altri. Il Belgio controllava la gara, lo svizzero Huber provava a staccarlo, l’austriaco Schrettl teneva botta. Ma quando la strada è salita ancora, Finn ha fatto quello che fanno i corridori veri: ha deciso. Uno scatto secco, preciso, senza esitazioni. Ha guadagnato metri, poi secondi, poi l’applauso di una folla che non smetteva di battere le mani. È arrivato solo, con le braccia al cielo. Oro, podio, lacrime. Un titolo che è anche un record: il più giovane di sempre a vincere un Mondiale Under 23 su strada, 18 anni e 281 giorni. Prima di lui, la doppietta junior-U23 era riuscita a Mohoric. Adesso anche a Finn.

“È qualcosa di irreale – ha detto al traguardo –. Negli ultimi cinquecento metri sembrava di volare, la gente mi spingeva con il rumore. Senza i miei compagni non avrei fatto nulla, allo sprint non avrei vinto. Ma oggi avevo gambe e coraggio”.

L’Italia porta a casa anche il bronzo di Federica Venturelli nella crono U23. Ma il giorno, il titolo, la storia, sono di Lorenzo Finn. Kigali lo ricorderà, l’Italia pure. Perché a diciott’anni, quando i sogni di solito hanno bisogno di tempo, lui ha già trovato il suo vestito: la maglia arcobaleno.

Carlo Galati

Jacobs, il campione smarrito a Tokyo

Tokyo non perdona. Non lo fa con i turisti, che arrancano nel dedalo delle sue strade, né con i campioni olimpici che tornano sullo stesso tartan con un corpo più pesante e una testa più ingombra. Marcell Jacobs, oro cinque anni fa su questa pista, stavolta ha trovato soltanto una semifinale e un cronometro impietoso: 10’’16. Per andare in finale serviva qualcosa sotto i 10’’, serviva insomma un altro Jacobs.

È stato lui stesso, con voce bassa e parole senza orpelli, a raccontare cosa significa sentirsi lontano da se stessi: “Una stagione di sofferenza come tante altre. Ho promesso che se avessi avuto ancora un anno così avrei pensato di fermarmi. E ci sto pensando. Correre 10’’16 è come tornare a quando facevo salto in lungo: mi sento pesante, poco fluido, l’opposto di quello che ero un anno fa”.

C’è la stanchezza che non è solo fisica. “Vivere venti ore su ventiquattro solo di atletica non è più semplice, non ho più ventidue anni. Ho bisogno di liberare la testa”. Poi le crepe che diventano dubbi: “Non voglio correre solo per partecipare. Qui a Tokyo ci speravo, pensavo che l’aria potesse darmi la spinta in più. Ma non è stato così. I miei figli mi vogliono a casa, mia moglie invece mi dice di continuare. Vediamo”.

Dentro c’è l’uomo più che l’atleta. I figli, il tempo che passa, le promesse fatte a se stesso. E un Europeo all’orizzonte, a Birmingham, con la possibilità di diventare il primo a vincere tre titoli consecutivi sui 100 metri. Un’idea che resta lì, sospesa, come il suo futuro.

Jacobs non ha chiesto applausi, non ha cercato giustificazioni, ha ammesso la fatica e la disillusione, ha lasciato un “vediamo” come unica finestra aperta. A noi non resta che sperare che quella finestra si trasformi in una porta, e che Marcell abbia ancora voglia di attraversarla, perché i campioni, anche quando inciampano, sanno sorprendere di nuovo. E l’Europa, tra un anno, potrebbe ancora essere il suo palcoscenico. Ancora una volta, forse davvero l’ultima.

Italvolley, campionesse senza fine

Ventitré anni non sono pochi, in sport sono quasi un’era geologica. Nel frattempo cambiano le mode, i palloni, gli allenatori e spesso anche la memoria. Ma quel che resta, se resta, è la sostanza: la voglia di vincere, il senso di appartenenza, la capacità di alzarsi quando sembra finita. A Bangkok, davanti a una folla che rumoreggiava e applaudiva a ogni schiacciata, le ragazze dell’Italvolley hanno ripreso il filo lasciato a Berlino nel 2002. E lo hanno fatto a modo loro: soffrendo, cadendo, rialzandosi, stringendo i denti.
Finale contro la Turchia di Daniele Santarelli, un italiano in panchina dall’altra parte della rete. Una partita che non si dimentica facilmente: 3-2, parziali da montagne russe (25-23, 13-25, 26-24, 19-25, 15-8). Set giocati come duelli al sole, palloni che scottavano, altezze da vertigini. Non è stata la danza elegante della semifinale col Brasile: è stata piuttosto una battaglia, a chi teneva di più il braccio e la testa. Nel secondo e nel quarto set l’Italia ha vacillato, quasi smarrita. Nel quinto, invece, ha trovato energia e lucidità, come se la fatica fosse ossigeno.
Sylla ha trascinato con un cuore grande, De Gennaro ha coperto ogni angolo di campo con la leggerezza e la certezza delle grandi libere, Egonu e Antropova hanno chiuso i conti nei momenti che contano davvero. Facce tese, mani alzate, sguardi che non mollavano un centimetro. La 36ª vittoria consecutiva non è un numero sterile: è la conferma che questa squadra vive in una dimensione speciale.
Dopo l’oro olimpico di Parigi, dopo due Nations League vinte, adesso anche il titolo mondiale. È un cerchio che si chiude, ma non in silenzio: con urla, abbracci, lacrime. Un en plein che segna la storia della pallavolo italiana e mondiale.
E poi c’è Julio Velasco. Nel 1990 regalò all’Italia maschile il primo titolo mondiale, aprendo la strada alla Generazione di fenomeni. Oggi, trentacinque anni dopo, ha accompagnato le donne sul tetto del mondo. Non è un caso, non è mai un caso. È mestiere, cultura, testardaggine. È la mano ferma di chi sa che nello sport, come nella vita, si vince da squadra insieme.

Carlo Galati

Forse ha ragione il Poz

In Italia pensiamo alla Nazionale solo quando arrivano i grandi appuntamenti e pretendiamo subito il risultato. Durante l’anno, invece, in campo ci va chiunque tranne gli italiani, mentre i giovani sono costretti a cercare fiducia e minuti all’estero, lontano dalle pressioni di casa. Soliti discorsi, certo, ma con un fondo di verità. Pozzecco, del resto, sa di cosa parla: lui ad Atene nel 2004 c’era, parte di quella squadra capace di conquistare l’argento olimpico. Un gruppo che aveva talento, sì, ma soprattutto cuore. Quella capacità di fare squadra, di guardarsi negli occhi prima che Myers o Basile, Fucka o Marconato trovassero il canestro decisivo.
Questa Italbasket quel cuore lo ha ritrovato, stringendosi attorno al dramma di Achille Polonara. Da uomo simbolo a uomo per cui combattere: è stato lui a dare un senso diverso al “fare gruppo”. “Noi siamo qui, ma lui è lì in ospedale ed è una cosa che ci fa star male tutti”, ha confessato commosso il Poz. Una frase che cancella la parola gioco: in certi momenti lo sport diventa vita, resistenza, solidarietà.

Il debutto con la Grecia era stato amaro, ma da lì è partita la riscossa. Già contro la Georgia, dopo un secondo quarto troppo leggero, la difesa ha cambiato volto e i georgiani sono finiti alla deriva. Con la Spagna, poi, gli azzurri hanno mostrato compattezza impressionante: solo 27 punti concessi in venti minuti. Eppure anche dentro le difficoltà, come lo 0-13 iniziale, la squadra ha saputo reagire.
Sono arrivate conferme e sorprese: il fuoco di Pippo Ricci, le certezze di Momo Diouf, l’energia di Saliou Niang (uscito però per una caviglia gonfia dopo la sua splendida doppia doppia) e la personalità di Gabriele Procida, senza paura al debutto. Tutti col cuore, tutti per l’Italia. Ora c’è Cipro: vincendo, e con un aiuto della Spagna contro la Grecia di Antetokounmpo a mezzo servizio, ci sarebbe addirittura il primo posto nel girone, ma non diciamolo troppo forte. Restiamo umili, col cuore in mano.

Paolo Pinto