Sergio Parisse, numero 8 tra le leggende

Nel decennio più difficile del rugby italiano, nel momento in cui tutto è messo in discussione, in un movimento lacerato dalle lotte politiche interne divise tra chi continua a sostenere l’attuale gestione federale e chi invece vorrebbe un drastico cambiamento, nell’anno in cui sul campo non si è riusciti a vincere un match (please non parlateci del match con le isole Fiji…), si è visto un raggio di luce nella notte buia di ovalia. Ha le sembianze di una soddisfazione ed è di quelle importanti.

World rugby ha stilato il XV del decennio ritagliando uno spazio importantissimo a Sergio Parisse, numero 8 di questo Dream Team. Potrebbe sembrare scontato vista la caratura tecnica del giocatore, ma non è così. È un riconoscimento al giocatore e una soddisfazione che, seppur non ripaga dagli schiaffi in faccia ricevuti in questi ultimi dieci anni, regala almeno un piccolo sorriso in quella che ha tutte le sembianze di una valle di lacrime.

Ne siamo contenti e gioiamo perché conosciamo l’uomo Sergio e ammiriamo il giocatore Parisse. Perché è stato in tantissime occasioni l’unico a metterci sempre la faccia assumendosi alle volte (molte) colpe non sue. È un riconoscimento al nostro ambasciatore rugbystico arrivato ahinoi alla parte conclusiva della sua carriera ma che continuerà ad essere il Capitano. Anche quando smetterà di giocare, perché il suo destino con la maglia azzurra e con il rugby italiano è intrecciato così fittamente da essere inimmaginabile un futuro senza Sergio. Per ora godiamoci questa piccola gioia, che anche nel momento più buio può essere un appiglio di speranza.
W Sergio Parisse!

Carlo Galati

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Schumacher campione del mondo. È Mick.

Non deve essere facile portare un cognome del genere. Non deve esserlo a maggior ragione se di mestiere fai il pilota. Tanti figli d’arte nel passato sono stati schiacciati da un’eredità che andava oltre l’aspetto meramente sportivo talmente ingombrante era la figura del padre.
Quando però accade il contrario non si deve gridare al miracolo sportivo ma va fatto un doppio applauso a chi ci riesce, vuoi perché sei riuscito ad affrancarti, vuoi perché devi lavorare e dimostrare più degli altri.

Non sapremo mai se Mick Schumacher riuscirà a vincere sette titoli mondiali in formula 1, riuscendo nell’impresa del padre Michael. Forse sarà difficile vincerne anche uno solo ma oggi no. Oggi vince la grande emozione di poter gioire per uno Schumacher campione del mondo, anche se di Formula 2. È l’inizio, l’anticamera del teatro dell’opera dopo aver meravigliato i teatri di provincia. È uno Schumacher campione del mondo. Questo basta, per ora.

Carlo Galati

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Diego, l’omaggio dell’haka onore immortale

Diego Armando Maradona è stato un momento lungo 60 anni che è andato oltre il calcio, oltre il tifo campanilistico, oltre tutto. Anche oltre la miseria umana.

La riprova, ed è dura da definire tale, perché non dovrebbe esserci una riprova nel parlare di Diego, esiste. Guardate questa immagine, stampatevela nella memoria, scolpitela nell’eterno, perché non rivedrete mai più una cosa simile.

L’omaggio dell’haka che gli All Blacks hanno dedicato a Maradona, nella partita sel Tri Nations, giocata con l’Argentina è pura poesia dello sport e non solo. È l’onore più grande che un maori possa mai dedicare ad un avversario, l’onore che si riserva alla memoria di qualcuno.

Non hanno giudicato le miserie di vita, le debolezze dell’uomo. Ne hanno davvero capito l’essenza che andava oltre tutto, anche oltre il Diego umano. Hanno emozionato emozionandosi nel ricordarlo, dando a tutto il mondo una lezione di stile, decifrando nel linguaggio universale della poesia che il vero campione è colui che compie gesti per molti incomprensibili ma che segnano la storia, non solo lo sport; non serve amare il calcio per amare il campione.

Diego è stato il punto di arrivo dell’infinito.

“Questo è l’uomo dai lunghi capelli, è colui che ha fatto splendere il sole su di me. Ancora uno scalino, un altro fino in alto. Il sole splende”.

Carlo Galati

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Al di sopra del bene e del male

Adieu Diego, il calcio al di sopra del bene e del male

Mille nomignoli, ognuno legato a un aspetto della sua vita, che coincide con il calcio, senza soluzione di continuità.
Perché Diego è stato il calcio.
Lo è stato anche nei momenti peggiori, quando combatteva coi propri demoni; esattamente come George Best, campione maledetto, morto nello stesso giorno, perché anche al destino piace giocare al calcio con i migliori.
Diego è stato al di sopra del Bene e del Male, sul campo più che fuori: un funambolo irridente e sprezzante, con un rapporto carnale con la sfera di cuoio.
Ne faceva ciò che voleva, divertente e letale, un Pifferaio di Hamerlin che portava a spasso i difensori prima di mandarli in terapia.
Diego è stato Napoli e le sue mille contraddizioni.
È stato il meglio di Forcella e il peggio del Vomero, riscattava gli scugnizzi portandoli in paradiso, mentre i demoni dei quartieri-bene si attaccavano alla sua mammella d’oro.
Ha pagato Diego, morendo giovane, ben prima di oggi.
Certo, “muor giovane chi è caro agli dei”, ma Diego aveva esaurito la propria missione terrestre nello stesso minuto in cui ha abbandonato il calcio.
Tre fischi, lo spettacolo è finito.
Sul campo Diego è stato tutto, amore eterno, piacere assoluto.
E questo nessuno potrà mai toglierglielo.
Neppure il Diego umano, troppo umano.

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Parla russo il 51esimo maestro

È stato tennis ma per molti versi sembrava più una partita di scacchi e si sa, a vincere sul quadrato perfetto, alla fine sono sempre i russi.
Da russo a russo, da Davidenko a Medvedev, le Atp Finals salutano Londra dopo 11 anni e lo fanno così come avevano iniziato, con una vittoria a sorpresa (ma non troppo) e con un tennista venuto dal freddo. Ha meritato Daniil, così come aveva meritato qualche settimana fa a Parigi, vincendo ultimo Master 1000 della stagione e conquistando il titolo di Maestro, il 51esimo, nell’anno più disgraziato per il tennis e forse per il mondo intero dal dopoguerra ad oggi.

Ha vinto Daniil, giocando il suo solito e solido tennis, alzando il livello col servizio e riuscendo ad battere Thiem sulla diagonale di sinistra, quella del rovescio per intenderci, che tante soddisfazioni aveva dato all’austriaco. Medvedev, con quell’aria dinoccolata e quel suo sgraziato modo di colpire la palla, ha concluso il 2020 come meglio non poteva, lanciando così la volata ad un anno, il prossimo, che lo vedrà nuovamente protagonista, a caccia di uno Slam. L’ultima mossa per lo scacco matto.

Daniil Medvedev alza il trofeo dei maestri

Enea, il re della GP2

Enea riporta la corona in Italia

La tradizione moticiclistica italiana ha lunghe e profonde radici.

Dall’inarrivabile Giacomo Agostini, passando per Cadalora, Biaggi, Capirossi, Rossi e fino ad arrivare ad un pilota riminese di 22 anni che, in una stagione così difficile e complessa, è riuscito ad affermarsi come re nella classe 250.

Enea Bastianini, detto la Bestia, è un pilota dalla gavetta molto lunga che ad un certo punto della sua giovane carriera ha pure pensato al ritiro.

Giovane promessa dei tuffi italiani, nel 2011 conquista il titolo europeo di minimoto, nonostante una carriera di tutto rispetto da trampolino. “Scelsi le moto perché non mi piaceva essere giudicato da altre persone”, lapidario e concreto. Come la sua guida.

È uno dei pochi giovani piloti italiani a non esser passato dall’accademia di Valentino Rossi. E questo, nell’ambiente delle moto, sembra quasi una colpa. Di cosa poi?

Ha vinto con merito, ha dimostrato di essere il più forte e di essere capace di vincere senza fretta, senza essere per forza il baby talento che tremare il mondo fa.

A 23 e con un titolo iridato alle spalle, Enea, nome non casuale, è pronto all’avventura nella classe regina. Lui ci arriva da Re, con una corona luccicante e la voglia di conquistare un nuovo regno.

RUGBY: CINQUE ANNI SENZA LOMU.

Sbucò dal televisore come una saetta, una tempesta perfetta, una marea inarrestabile.
‘Bravino’ questo rugbista “tutto nero”, pensammo, impossibile da fermare e monumento alla forza fisica e alla potenza pura: agile come un gatto, abile a muoversi a destra e a sinistra per seminare avversari come birilli, travolgerli, irriderli con l’eleganza di chi non può conoscere ostacoli.
Un gigante, Jonah. Sempre sorridente, un gigante bambino devastante per gli avversari tanto quanto protettivo per i compagni di squadra.
Un gigante quando da malato grave cercò sempre nel rugby, ancora nel rugby, pur fisicamente provato e cambiato, redenzione e conforto: un campione “totale” che non aveva paura di presentarsi sul campo imbolsito e gonfio, perché un rugbista nasce nel fango e nella polvere, lo trovi in mischia a lottare e non ha tempo di pensare a cipria e cerone.
Neppure quando hai un appuntamento non richiesto con la Grande Consolatrice.
Jonah Lomu è stato lo spartiacque fra due concezioni di rugby e la sua sagoma da guerriero è rimasta scolpita lì, indelebile, su ogni campo che ha calcato.
Impossibile da dimenticare, impossibile da placcare.
Per lui la Nuova Zelanda intonò cinque anni fa l’ultima “haka”: ma ogni rugbista, ogni semplice appassionato, ogni uomo di sport sa che ci sono storie che non smetteranno mai di essere raccontate.
“Ka mate, ka mate!” “Ka ora, ka ora! Tenei te tangata puhuruhuru nana nei i tiki mai whakawhiti te ra!”
(Io muoio, io muoio!” “Io vivo! Io vivo! Questo è l’uomo peloso che ha persuaso il Sole e l’ha convinto a splendere di nuovo!”)

Paolo Di Caro

“Inseguite sempre i sogni”; la lezione di Lewis

“Sognate l’impossibile. Non permettete a nessuno di dirvi che non ce la potete fare. Lottate e lavorate per raggiungere i vostri obiettivi. Mi mancano le parole. Devo un enorme grazie alle persone che sono qui, che sono nelle nostre fabbriche, la nostra avventura è stata monumentale, sono fiero di farne parte. Ringrazio la mia famiglia. Da ragazzo sogni questi momenti. Quello che ho raggiunto va ben oltre i miei sogni, spero di essere di ispirazione per altri. Mai mollare. Sempre inseguire i sogni”. 

Non è un messaggio qualunque di qualunque altro pilota. Sono le parole di un grande pilota e possiamo dire di un grande uomo. Di un uomo che ha lottato contro pregiudizi più o meno velati, in un ambiente fortemente bianco per tradizioni, cultura e management. Eppure quest’uomo, questo campione ha raggiunto oggi in cima alla vetta più alta della formula 1 la leggenda inarrivabile. Affiancando Schumi ha dimostrato e smentito tutti con i fatti e le parole, con quelle parole che sono l’inizio di questo scritto. Lui ha sognato e ci ha creduto. E’ stato fortunato? Forse sì. Ma conoscete un campione che non ha mai sfruttato e avuto un pizzico di fortuna. Io no.

La vittoria di Hamilton, i suoi record, i suoi sette titoli sono meritati. Dire il contrario è mettere in dubbio l’essenza stesso dello sport, dove a vincere così tanto sono sempre i più forti. Quelli che se lo meritano. Come Lewis.

Carlo Galati

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Jannik, the winner

Non dimenticherà mai Sofia, non dimenticheremo mai il 14/11/2020, il giorno in cui una promessa divenne speranza ed un giovane tennista italiano squarciò con forza il sipario del palcoscenico dei campioni, entrandovi.

Sono passati esattamente 12 mesi da quando Jannik Sinner a Milano sollevò il primo grande trofeo della propria vita, aggiudicandosi il titolo di miglior giovane del circuito. Vi entrò, in quel torneo, non per meriti di classifica ma grazie alla lungimiranza degli organizzatori che gli concessero una wildcard. Da quel momento le attese crebbero e con esse la consapevolezza in tutti noi addetti ai lavori, tifosi e appassionati, di trovarci di fronte a quello che non poteva essere definito come un proverbiale fuoco di paglia. Era qualcosa di più.

Lo ha dimostrato in questo 2020, anno per molti versi da dimenticare, ma non per Jannik. Due sono i momenti che ci restano scolpiti in testa: la maratona notturna di Parigi con Nadal, unico giocatore realmente in grado di mettere in difficoltà lo spagnolo nel torneo che è a tutti gli effetti suo, e la vittoria di Sofia, la prima vittoria nel circuito professionistico ATP. Due momenti che ci danno la caratura anche dell’uomo e non soltanto del giocatore. Sentirlo parlare in conferenza stampa dà il vero valore del talento; mai una parola fuori posto e sempre la consapevolezza di dover ancora migliore tanto. Questo dobbiamo tutelare: la purezza dello spirito del campione e la voglia di arrivare. Senza fretta. La strada è lunga ma sarà un bel viaggio. Per Jannik, con Jannik.

Carlo Galati

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Pumas per la storia

Il cronometro è ormai rosso, l’80esimo è superato. La Nuova Zelanda va in meta con Clarke, la sua prima marcatura internazionale. A poco serve, anzi a nulla. Intorno al campo si piange e poco importa se si sta giocando in Australia a causa dei durissimi tempi pandemici. Buenos Aires è lì con loro.

La storia del rugby oggi aggiunge un nuovo entusiasmante capitolo alla propria saga. La prima volta dei Pumas che battono gli All Blacks (25-15) avviene nell’episodio numero 30, dopo 28 sconfitte ed un pari rocambolesco datato 1985. Accade in un contesto strano, forse unico ed irripetibile. La UAR, la federazione argentina sull’orlo del fallimento, specchio di un paese dall’economia sempre più fragile, i Pumas che non scendevano in campo da oltre un anno, (tredici mesi per la precisione) e di contro una formazione che se già non bastasse l’ineluttabile vantaggio dovuto al rappresentare da sempre l’eccellenza della palla ovale, è andata in campo con i migliori XV uomini a disposizione.

Per comprendere la portata dell’impresa basti pensare che il movimento rugbystico argentino è di base amatoriale; per intenderci i giocatori pagano il club per giocare e la mentalità è di contribuire alla crescita del movimento. Non pretendere il contrario, come succede ad altre latitudini. Ecco perché ha un significato particolare indossare quella maglia, ecco perché si è davvero pronti a tutto pur di guadagnarsi il rispetto dell’avversario, del tuo compagno, della tua gente. Basta guardare negli occhi ogni singolo Pumas durante l’inno per capire e comprendere tutto.

Sean eternos los laureles
que supimos conseguir.
Coronados de gloria vivamos,
o juremos con gloria morir.

Vamos Pumas!

Carlo Galati

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