Il giorno in cui l’Italrugby scrisse la storia

Credo che un giorno così non ritorni mai più. E a dirlo non è una canzone o una semplicistica esemplificazione della realtà. No, è la storia e la storia per definizione non può ripetersi. Può ripresentarsi sotto altre forme ma le prima volte come questa non si dimenticheranno mai. È il giorno in cui l’Italia del rugby ha battuto l’Australia per 28-27, il giorno dei giorni.

Già perché dopo anni a interrogarsi sul perché questa squadra non decollasse, a chiedersi come mai un bacino di passione come quello azzurro non riuscisse a supportare un movimento sportivo boccheggiante, a corto di risultati e di fiducia, a febbraio uno spiraglio di luce con la vittoria in Galles. Poi di nuovo il buio con la sconfitta in Georgia. Ma quella volta, quella sconfitta era diversa rispetto alle altre: una sconfitta che rappresentava la ripartenza.

Una ripartenza guidata da Crowley in panchina e da capitan Lamaro in campo, vittoriosi con Samoa, stupefacenti con l’Australia anche grazie a Capuozzo, un giocatore che non c’è mai stato nella storia azzurra, un giocatore capace di spezzare equilibri cambiando passo come pochi. Adesso sguardo rivolto al Sud Africa sperando che un giorno così possa essere vissuto di nuovo. Un nuovo inizio per il rugby italiano.

Carlo Galati

Bagnaia Ducati, sovranità motociclistica

Ci sono voluti cinquant’anni per rivedere il binomio moto italiana, pilota italiano, vincere un campionato del mondo. Era Giacomo Agostini sulla MV Agusta, è Pecco Bagnaia sulla Ducati, due piloti accumunati dall’ aver compiuto qualcosa di sensazionale con lo stesso metodo di lavoro.

Entrambi “usano” le prove per avere tutto sotto controllo al 100% prima di dare tutto, in qualifica e in gara. È un approccio che costringe a lavorare di più ma che, passo dopo passo, porta lontano, fino a diventare campioni del mondo.

Una vittoria che si può definire storica anche per altri motivi. E’ la prima volta di un italiano in testa alla motogp dopo 13 anni: prima di lui, nel 2009 Valentino Rossi. E’ la prima volta della Ducati dopo 15 anni: l’ultimo è stato Casey Stoner nel 2007. E poi come detto, 50 anni per rivedere il doppio tricolore sul tetto del mondo. Ed è bellissimo; una storia meravigliosamente italiana.

Carlo Galati

L’Italia è nuovamente rugby

Da stropicciarsi gli occhi, chiedendosi: è tutto vero? Si lo è. Un’Italia bella come poche altre volte in passato, vincendo con Samoa, ha rotto stereotipi ancestralmente legati al più o meno recente passato, quello che volevano il rugby e l’azzurro un binomio forse inconsistente, di sicuro perdente. E depresso. Perché inutile dire il contrario, prima di quella metà in Galles di Capuozzo solo gli integralisti non avevano ceduto allo sconforto.

Una squadra che aveva sempre fatto fatica a segnare mete, ne segna sei. Una squadra che soffriva le mischie avversarie, domina in prima linea. Una squadra che mancava nel primo placcaggio (e anche nel secondo) di placcaggi avanzanti ne porta a casa circa l’80%. Lo spirito, diverso. Squadra vera, concreta in difesa, spettacolare in attacco, capitanata da Michele Lamaro che un anno fa prese quei galloni che sta dimostrando di meritare.

E poi Bruno, Ioane, Bruno, Brex, Cannone, tutti ragazzi che hanno fatto un percorso che ancora è ben lontano dall’essere completato ma che ha finalmente una strada e una direzione tracciata e che non si affida più all’estemporaneità del momento. Il progetto finalmente c’è, ha una forma ed è magnificamente ovale.

Carlo Galati

Les Gillout sont faits

Non è mai stato l’uomo copertina di Tennis Tv o delle riviste patinate più o meno collegate all’Atp o più in generale di tutti quei media che raccontano un tennis che fa sognare solo a dirlo. Eppure Gilles Simon, è amato da tanti; da tutti no, sarebbe troppo, forse anche per lui. Appartenente alla generazione d’oro del tennis transalpino, Tsonga, Gasquet, Monfils, Llodra, ha duellato con loro, in campo e fuori, alla ricerca di quello spazio che gli altri hanno trovato; diverso o migliore, chissà. Maggiore di sicuro: vuoi mettere una bella volée o uno slice ben eseguito rispetto ad una serie di colpi, efficaci ma meno scenici?

Gilles Simon è un giocatore che ha tanti talenti, nonostante la vulgata comune: è tenacemente resistente, potremmo definirlo un passista scalatore se ci passare il paragone ciclistico. Non infiamma ma arriva in cima. Tiene lo scambio profondo, non sbaglia una scelta quasi mai perché la caratteristica più importante, la sua qualità migliore è l’intelligenza.

Gli altri saranno più scenici, maggiormente d’impatto, più orientati alla ricerca dell’estetica che raggiunge la concretezza, Gillou invece la concretezza la raggiunge,oltre l’estetica del gioco, concentrandosi sull’architettura del punto, partendo dalle basi per costruire la facciata. Quella facciata che ha ormai terminato e che sta rifinendo per consegnarla all’archivio delle cose da ricordare di questo sport. Lo ha fatto a Parigi, casa sua, spostando ogni giorno il punto d’arrivo un po’ più avanti. Fino all’ultimo punto, fino all’ultimo scambio, nella sua ultima scena, quella delle luci, del sipario. Applausi.

Carlo Galati

Nessuno tocchi Antony

A vederlo in dirette sembrava uno di quei bug della Play, quando i giocatori cominciano a fare cose senza senso nei videogame si “incantano” e fanno cose senza senso. Oppure quando, sempre con il joystick in mano, si esagera con i numeri per innervosire l’amico-avversario. Questa volta però, durante Manchester United-Sheriff (3-0), era tutto vero: niente Play, niente bug e niente joystick.

L’autore è Antony terzino sinistro del ManU che stoppa palla e ruota su se stesso con il pallone incollato all’interno sinistro. Due giri completi, in realtà totalmente inutili visto che l’attaccante dei Red Devils non è pressato, tecnicamente non è neppure un dribbling. Semplicemente un virtuosismo estetico fine a se stesso, ma che ha fatto impazzire i social e il suo allenatore che lo ha pubblicamente ripreso e messo in panchina. Ma vivaddio cos’e il calcio se non divertimento?

Che male c’è ad aver fatto eseguito un gesto tecnico, per la sana voglia di divertisi e divertire il pubblico che ha apprezzato, sia quello all’Old Trafford che a casa? Ecco il perché di uno sport che sta diventando tutt’altro: perché ha perso le sue radici di divertimento, riconducendo sempre il tutto alla concretezza raggiunta ad ogni costo anche sul 3-0 di una partita finita. Ed è proprio per questo che diciamo, evviva, evviva, evviva. Evviva Antony e le sue giocate per alcuni da circo, per altri (molti) da artista del pallone.

Carlo Galati

Musetti 2022, un’ottima annata

Sinner e Berrettini, binomio apparentemente indissolubile di quello che è il futuro ma anche e soprattutto il presente del tennis italiano. Finora è andata così, con i due gemelli diversi a catalizzare attenzioni, riflettori e fiumi di parole. Eppure c’è un ragazzo, dalla chioma castana e dalla classe cristallina che sta illuminando il percorso che porta all’ingresso dei più grandi: Lorenzo Musetti è il tennista che mancava nel ricco mazzo di giocatori italiani.

Un carattere diverso da quello degli altri due, un gioco forse meno continuo e regolare di Sinner, meno potente di quello di Berrettini, ma con soluzioni tecniche e stilistiche che appartengono ad un’altra categoria di giocatori: quelli che fanno innamorare, che fanno perdere la testa anche chi, in teoria, non dovrebbe tifare per loro a priori. Lorenzo fa parte di questo club, e non è roba da poco.

Non è un caso che abbia conquistato il secondo titolo della sua carriera, entrambi in questo 2022 che è già magico, ma che ancora potrebbe riservare delle soddisfazioni per la vita. Una si chiama NextGen Finals, l’altra Coppa Davis; la prima si vince da soli, l’altra di squadra. Sono due tappe che non devono spaventare ma che danno la misura di quello che potrebbe essere per Lorenzo un anno indimenticabile. Si può fare.

Le ragazze del rugby azzurro e un sogno da raggiungere

C’è una storia che merita di essere raccontata, una storia tutta italiana, di ragazze mai dome che, al mondiale in corso dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, stanno tracciando una strada storica per il rugby italiano. Battendo un Giappone mai domo, per 21-8 si qualificano ai quarti di finale per la prima volta nella loro storia.

Si tratta di un traguardo storico quello del passaggio ai quarti di finale per le azzurre che quindi si uniscono ai padroni di casa e campioni in carica neozelandesi insieme a Canada, Inghilterra, Francia e Australia per il posto tra gli ultimi otto della competizione. Un risultato figlio del lavoro corale durato anni e che ha portato le ragazze di coach Andrea Di Giandomenico, tra le formazioni più forti al mondo.

Un successo per il rugby azzurro, per tutto il suo movimento che deve andare oltre le sconfitte al sei nazioni maschile e che ha in queste ragazze e nell’Under 20 due formazioni temibili e rispettate da tutti. Sabato prossimo, alle 5.45 italiane, ci sarà la Francia, battuta un mese fa nell’ultimo test prima del Mondiale, a Biella. Sarà una battaglia ma, sognare si può anzi, si deve. Forza ragazze!

Carlo Galati

Benzema, l’oro del calcio mondiale

L’ultimo francese a vincere il Pallone d’oro era stato Zinedine Zidane, nel 1998, al termine di una stagione che lo vide campione del mondo con la sua nazionale nel mondiale di casa. Il massimo della grandeur. Dopo 24 anni sono proprio le mani di Zizou a segnare il passo, consegnando a Karim Benzema quel testimone tanto meritato quanto atteso.

E lo ha fatto vincendo la quinta Champions da leader maximo dei blancos in incredibili rimonte. A cominciare da quella che ribaltò il Psg, grande favorito, messo alla porta agli ottavi nonostante il tridente delle meraviglie, a prima vista, composto da Messi, Neymar e Mbappé. Al Real invece è bastato un Benzema al picco della sua carriera, elegante e spietato che ha concluso la stagione da capocannoniere di Liga e pure di Champions, dove ha affondato Chelsea, City e in finale il Liverpool.

Una stagione da ricordare, un pallone d’oro che rompe equilibri stantii e che regala una nuova prospettiva ad un premio che era stato giustamente o meno, egemonizzato dai soliti noti. Karim ha battuto anche loro, in rimonta, come la sua annata, arrivando anche stavolta a quella vittoria tanto desiderata.

Carlo Galati

Filippo in…Ganna il tempo

Il record dell’ora prima, il record del mondo poi. Nel giro di una settimana; roba da marziani del ciclismo o comunque da chi vuole rivedere le logiche della fisica applicata allo sport. Insomma, comunque la si veda parliamo di imprese su imprese, il resto è racconto che scivola via veloce, bucando l’aria e mettendo il punto esclamativo su una sette giorni che Filippo Ganna ricorderà per tutta la vita. Il tutto con l’atteggiamento di chi rende semplice anche quello che apparentemente sembra impossibile.

E dire che l’azzurro non avrebbe voluto scendere in pista. Sentiva il peso della lunga stagione e dell’immenso lavoro che lo ha portato fino a tutto questo. Ma i compagni di questo fantastico gruppo azzurro che assomiglia sempre di più alla sua seconda famiglia, il c.t. Marco Villa e Giovanni Lombardi (più amico che agente) lo hanno pungolato e convinto a tornare in sella. Chi ti pedala accanto conosce il tuo valore. E meno male che Filippo ha accettato l’ennesima scommessa trasformandola in oro prima e in record (l’ennesimo) poi. Come in occasione del record dell’Ora, ha aumentato con gradualità fino all’esplosione dell’ultimo chilometro o dell’ultimo minuto volato a velocità mai viste nell’inseguimento chiudendo con il nuovo record del mondo dei 4 chilometri in 3’59”636 ad oltre 60 di media oraria. 

Non è un dettaglio dire che tutto ciò è stato possibile nella pista che ospiterà le olimpiadi di Parigi tra due anni; in quell’occasione Ganna e tutto il team Italia sarà chiamato a difendere l’alloro olimpico di Tokyo, una missione non semplice ma che comunque ha una strada già tracciata, traversando il tempo con una bicicletta. La scia è tinta d’azzurro.

Carlo Galati

La F1 sempre più Circus, sempre meno credibile

Max Verstappen è stato il pilota più forte del mondiale di Formula 1, ha meritato, da pilota, di rivincere quello che aveva già vinto lo scorso anno. E fin qui tutto ok…o meglio, quasi ok. Perché l’olandese ha vinto, anzi stravinto guidando anche l’auto migliore, ma siamo sicuri sia davvero così? Gli sviluppi sulla RB13 rientrano all’interno del budget cap? E poi, come non definire “ridicola e inaccettabile” (Binotto dixit) la decisione della FIA di declassare Leclerc dopo l’arrivo in Giappone dando così aritmeticamente la vittoria a Verstappen?

Interrogativi aperti che troveranno in parte una risposta nei prossimi giorni quando verrà discusso il tema dello sforamento di budget della casa austro/francese, ma intanto? Intanto abbiamo un bicampione del mondo che, nonostante l’indubbio valore, nonostante sia stato il più forte, ha conquistato il titolo tra mille dubbi e domande. Che non meritava.

Eppure questo circus della Formula 1 è sempre più simile alla radice pura del termine, che trasforma il tutto in un grande carrozzone, dove la serietà si mette da parte e dove si spera, come nel circo vero, non siano i parrucconi a comandare.

Carlo Galati