Popovici, un marziano su Roma

David Popovici, 18 anni da compiere a settembre, segnatevi questo nome, il nome del nuovo re del nuoto mondiale, nella disciplina più iconica, i 100 metri stile. In un tripudio di medaglie azzurre agli europei di nuoto di Roma, sono 20 finora, di cui 9 d’oro, splende la stella di questo ragazzo che con il tempo di 46″ 86 ha spostato i limiti umani, chiamati record del mondo.

Il ragazzo romeno vive e si allena a Bucarest e nella sua vita esistono solo due parole: “Sacrificio e allenamento”. Costantemente a dieta, in palestra e in acqua sei giorni su sette, non ha intenzione di trasferirsi negli Usa, come pure gli è stato proposto, perché in Romania ha tutto quello che gli serve: l’acqua, il suo coach e un’alimentazione sana sono lì a casa sua.

Per lui lo sport, tutto, è divertimento: “Confermo. Stancarsi molto fino quasi a voler vomitare e avere problemi di acido lattico e sangue alla testa, questo è divertimento. Non è divertente al momento ma mezz’ora dopo, quando il dolore non è più insopportabile, è divertente. Ti senti come se ne fosse valsa la pena”. Ecco perché campioni si nasce, perché il talento è la base ma senza la testa non si scrive la storia. Nello sport e non soltanto.

Carlo Galati

Serena e quella luce in fondo al tunnel

Difficile ricordare una carriera sportiva più longeva, una carriera che ha attraversato tre decenni in due differenti secoli. Era il 1997 quando due giovani giocatrici afroamericane con le treccine colorate, fecero il loro ingresso nel circuito professionistico femminile. Serena e Venus, con il padre Richard a formare una trimurti che ha rivoluzionato il mondo del tennis, non soltanto femminile. Serena dopo 25 anni ha detto basta, “vedendo la luce in fondo al tunnel”.

Sono 23 gli Slam vinti, uno in meno rispetto a Margaret Smith Court, ma uno in più rispetto a Rafael Nadal. Ma non solo quello, perché l’impatto che Serena ha avuto sul tennis va ben oltre il campo, travalicando l’aspetto agonistico per atterrare nelle cose del mondo. La sua forza e la sua potenza sono state voci contro il razzismo; ha usato il suo essere icona per sfilare come modella, rompendo alcuni canoni che sembravano cristallizzati. È donna ed imprenditrice. E mamma.

Ecco, la famiglia è e sarà la sua nuova priorità, com’è giusto che sia per una donna che ha dato tanto al tennis e tanto ha ricevuto, associando il proprio nome a quello dello sport che l’ha resa grande. Adesso è tempo di guardare avanti, raggiungendo quella luce che è luce di vita, oltre il tennis.

Carlo Galati

Il Natale del tennis

Non ce ne voglia nessuno, pur rischiando di scadere nella blasfemia, ma l’8 agosto per chi ama il tennis e per chi ne conosce le logiche o anche prova soltanto a capirne i sommi capi, è il giorno che celebra Roger Federer. Il Natale del tennis, appunto. Sono 41 gli anni compiuti e nessuna voglia di ritirarsi, nessun accenno a farlo. Nonostante tutto. Nonostante da oltre un anno non giochi un match, nonostante non sia più in classifica, avendo perso tutti i punti, nonostante alcuni dei suoi record siano stati battuti, superato com’è stato, da due dei suoi rivali storici, Rafael Nadal e Novak Djokovic nel computo generale degli Slam.

Nonostante tutto, però, lo svizzero resta il tennista più amato della storia. La sua tecnica e il suo rovescio a una mano sono l’emblema del tennis. I suoi tifosi e tutti gli appassionati ora si chiedono solamente se e quando potranno rivederlo sui campi. A oggi il rientro è fissato per la Rod Laver Cup dal 23 al 25 settembre quando Re Roger guiderà il team europeo composto da Djokovic, Nadal e Andy Murray. Lo svizzero giocherà in doppio in coppia con lo spagnolo e dovrebbe anche prendere parte a un singolare. Successivamente, dal 24 al 30 ottobre parteciperà all’Atp 500 di Basilea. La competizione di casa, la prima dopo i quarti di finale dei Championships 2021, sarà la sua ultima prima del ritiro? I pubblico spera di no anche perché Federer ha dichiarato di voler partecipare ancora una volta a Wimbledon, il suo “giardino”.

Insomma il suo destino è ancora tutto da scrivere, come la sua storia che continua a scrivere anche fuori dal campo, lontano da quel terreno di gioco che lo ha reso re, primus inter pares. Oggi intanto ne celebriamo le gesta, coltivando la piccola speranza di rivederlo presto in campo, per un’ultima infinita volta.

Carlo Galati

Sinner batte Alcaraz e gli equilibri

Mancava un titolo. Dopo tante belle soddisfazioni e momenti di buio, Jannik Sinner non aveva ancora avuto il piacere e l’onore di sollevare, in questa stagione, un trofeo al cielo; lo ha fatto nel torneo più italiano del circuito (Italia esclusa, of course), battendo quell’Alcaraz, per molti destinato a dominare le classifiche mondiali del tennis.

Intanto in due settimane Alcaraz ha visto sgretolarsi qualche certezza, per merito di due ragazzotti italiani, suoi coetanei, che di nome si chiamano Lorenzo e Jannik, che hanno avuto l’ardire di batterlo, anche piuttosto nettamente, in due finali consecutive, in due tornei consecutivi, entrambi sulla terra rossa.

Sinner, dopo il primo e sempre in bilico set, non ha più concesso diritto di replica al suo avversario chiudendo con un doppio 6-1: roba da far girare la testa, da riempire i cuori di gioia, perché battere quello che tutti dicono non si possa battere e farlo così nettamente, non può che essere un motivo di orgoglio. Perché forse è tempo di rivederli, certi equilibri.

Carlo Galati

Ferrari, il perché di un disastro

Mondiali di Formula 1 ne abbiamo visti tanti, fin da quando ne abbiamo memoria. Cresciuti a pane ed Ayrton Senna, il rito del gran premio è qualcosa che non si può neanche tramandare: o è tuo o non lo sarà mai. Tante le stagioni viste e seguite ma mai nessuna così; mai con la sensazione che in gara ci fosse il binomio auto/pilota migliore ma con la consapevolezza che non sia sufficiente, che durante la gara qualcosa di spiacevole possa accadere. Leclerc e la Ferrari sono quel binomio.

E per l’ennesima volta, non bastassero le precedenti, quasi come fosse un rito a cui non ci si può sottrarre, anche in Ungheria la Ferrari per mano del suo muretto, rappresentato da Mattia Binotto, ha dato prova della sua inadeguatezza. Andando oltre il tema pneumatici, un team principal che giustifica il flop, spostando l’attenzione sulla vettura che “non andava”, parole sue: non è quella che potremmo definire una genialata in termini di comunicazione.

Fatto sta che l’occasione sembra perduta e il mondiale andato. Charles, il più forte pilota sulla piazza insieme a Verstappen, ostaggio di tutto questo. Perché insistere?

Carlo Galati

Stano ma vero: Massimo è ancora d’oro

L’ultima medaglia d’oro ad un mondiale di atletica portava la firma di Giuseppe Gibilisco che nel 2003 a Parigi riuscì a saltare con l’asta più in alto di tutti. Dopo 19 anni di attesa è dalla strada, dalla marcia che arriva quella medaglia d’oro tanto attesa. A vincerla è uno degli eroi di Tokyo, Massimo Stano.

E non è un caso che sia lui a ripetersi a distanza di un anno, in una distanza inedita la 35 km che forse lo esalta, se possibile, ancora di più della 20. Massimo Stano con una gara perfetta sotto l’aspetto tecnico ma anche tattico di gestione delle forze, ha dominato la scena facendo la differenza negli ultimi chilometri quando ha deciso di rompere gli indugi e scappar via in progressione.

Per la marcia è il sesto titolo mondiale dopo quelli di Maurizio Damilano (1987 e 1991) e Michele Didoni (1995) nella 20 km, Anna Rita Sidoti nei 10.000 (1997) e Ivano Brugnetti nella 50 km (1999). Sulle strade di Eugene, Stano ha scritto una delle pagine più belle dell’atletica azzurra.

Carlo Galati

Lorenzo, magnifico!

Avere vent’anni e il mondo in mano. Anzi su una racchetta. Più o meno è questa la sensazione che Lorenzo Musetti ha provato nel secondo successivo in cui ha realizzato di aver ottenuto la vittoria più importante della sua giovanissima carriera, quella che gli ha regalato il primo titolo Atp, il 500 di Amburgo, battendo in finale un altro esponente della generazione Z, forse il più famoso: Carlos Alcaraz.

Ha finalmente vinto Lorenzo, dando il giusto valore ad un tennis, il suo, che è pura espressione di talento. Non è quel gioco solido fatto di colpi ben assestati e tambureggianti; è estro, fantasia, è un rovescio ad una mano, che ne ricorda altri più famosi; è anche il servizio da sotto sul match point che qualche solo e gli rimprovera. Vivaddio, a vent’anni gli sia concesso.

E bravo Lorenzo, perché ha battuto uno di quelli che ha le stigmate del campionissimo, quell’Alcaraz che aveva già rotto il ghiaccio con le vittorie nei 500 ed i 1000 proprio quest’anno, e che ha trovato nel tennis italiano una stirpe di agguerriti opponenti; in Australia ha perso da Berrettini, a Wimbledon lo ha fermato Sinner, oggi Musetti. Cosa aggiungere ancora? Erano decenni che si aspettavamo giornate così, godiamocele. E ci sia concesso, anche alla faccia dei giornaloni che si sono dimenticati forse quanta bella sia questa Italia del tennis.

Carlo Galati

Il gesto del Tour che nobilita il ciclismo

Questa immagine è l’emblema del ciclismo, la sintesi estrema dei valori dello sport. Attori protagonisti Tadej Pogacar, campione in carica e dominatore negli anni al Tour e Jonas Vingegaard, maglia gialla e probabile padrone della corsa. La scena madre del Tour la vediamo alle 16.45, nella discesa dello Spandelles, la seconda salita di giornata dopo l’Aubisque e prima di Hautacam.

La più facile delle tre, la più terribile delle due discese, però. In due curve quasi consecutive sia Vingegaard che Pogacar hanno un problema. Il danese sbaglia una traiettoria, sgancia il pedale e riesce miracolosamente a restare in bici. Pochi secondi più tardi, al contrario, Pogacar allarga troppo una curva e nel tentativo di recuperare la linea scivola e si procura una vistosa abrasione alla coscia e al ginocchio sinistro.

I due erano all’attacco da soli Pogacar perde secondi preziosi, Vingegaard potrebbe approfittarne per andare in fuga. Ma decide di aspettare, per sfidare il rivale ad armi pari. Attende che si rialzi, gli dà la mano, i due tornano in sella e ripartono. Una volta sui pedali, la stretta di mano prima di riprendere il duello spalla a spalla. Alla fine a vincere è il danese, che probabilmente arriverà a Parigi con la maglia gialla. Ma per sempre resterà questa foto e questo gesto, che valgono una vittoria, questa volta per entrambi.

Carlo Galati

Egonu e Italvolley, storie di invincibilità

Immaginate una marcia trionfante, fatta di vittorie su vittorie, punti su punti. Avversarie che, una dopo l’altra cadono sotto i colpi di una cannoneggiante giocatrice che, senza colpo ferire, scaglia palloni, uno dopo l’altro, oltre una rete che divide chi attacca e chi prova a difendersi. Ecco non immaginate più. Perché questa è la storia della nostra nazionale femminile di pallavolo e di Paola Egonu.

Le azzurre hanno fatto la storia ad Ankara. La squadra del CT Davide Mazzanti ha battuto il Brasile 3-0 (25-23, 25-22, 25-22) nella finalissima di Volleyball Nations League 2022, ottenendo la prima storica vittoria nella competizione, interrompendo la striscia vincente degli USA che durava dal 2018.

Il tutto grazie anche a quello che è il cocktail perfetto di esplosività applicato alla disciplina con classe ed eleganza: per poche elette. Paola Egonu è una di queste. E chissà cosa avranno provato le sue avversarie dopo aver ricevuto una schiacciata da 112,7 km/h, nuovo record del mondo? Sicuramente di esser fortunate ad aver visto cotanto spettacolo. Come noi, come tutti noi.

Carlo Galati

Ode ad Allyson Felix, campionessa totale

“Olimpionica, mamma e avvocato” così la definisce Google cercandone oggi il suo nome. Allyson Felix è tutto questo ma soprattutto una fonte di ispirazione. Ha vinto tanto in vent’anni di carriera: 11 medaglie olimpiche, 19 mondiali, l’ultima di queste il bronzo nella 4×400 misti ai mondiali di Eugene.

È stata una stupenda atleta, dotata di una corsa sopraffina, di una falcata meravigliosamente elegante nel suo incedere, micidialmente efficace nei risultati. Ma la sua è una storia di vittorie anche lontano dalla pista; è la storia di una ragazza che ha fortemente rivendicato il diritto ad essere madre e che per quel diritto ha sfidato la vita e la Nike. Stava per morire durante il parto Allyson e non ha avuto paura di affrontare, da avvocato, la sua battaglia contro il colosso della moda sportivo che riduceva dell’80% il proprio compenso alle proprie atlete incinte.

Ha vinto tutte e due le battaglie, con il sorriso enorme di chi sa di aver lottato non solo per se stessa ma realmente per cambiare le cose. E le ha cambiate. Ha scritto la parole fine alla sua carriera da agonista lasciando in tutti noi una profonda tristezza mista a gioia, nel non vederla più gareggiare, nell’averla vista vincere. Tutto.

Carlo Galati