Arianna Fontana, signora Olimpiade

Ha iniziato a vincere medaglie olimpiche quando di anni ne aveva 15, si gareggiava a Torino nel 2006 e comincio lì ad iscrivere il suo nome nella storia dello sport italiano. Non aveva nemmeno idea di quello che poteva essere quell’inizio scintillante di carriera, anche perché da adolescente hai pochi punti di riferimento e solo tanta voglia di divertirti. Arianna Fontana, di medaglie ne ha vinte nove, grazie all’argento conquistato a Pechino oggi, nella staffetta mista dello short track, 16 anni dopo i giorni magici dell’Olimpiade italiana.

Come lei quasi nessuno, in Italia e non solo. Stefania Belmondo ha vinto 10 medaglie olimpiche in cinque edizioni diverse delle Olimpiadi invernali, il suo stesso numero di partecipazioni e una medaglia in più. Poi c’è Edoardo Mangiarotti, che nella scherma ha vinto ben 13 medaglie nei Giochi estivi. E poi possiamo fare solo i nomi di Valentina Vezzali e di un altro fantastico schermidore azzurro, Giulio Gaudini, che hanno vinto lo stesso numero di medaglie. Abbiamo citato protagonisti davvero mitologici dello sport azzurro, atleti che hanno scritto la leggenda dello sport italiano in più di un secolo di storia, a cui oggi si aggiunge lei.

E il conto delle medaglie non è finito così come la sua luce olimpica, iniziata a Torino e che si spera possa arrivare fino a Milano/Cortina per una degna conclusione di una storia ancora da scrivere.

Carlo Galati

Il valore di un’Olimpiade

Non so perché ma esiste una strana concezione che tende a considerare l’edizione invernale delle Olimpiadi, quasi una manifestazione inferiore rispetto a quella considerata più “classica” e rinomata in tenuta estiva. Eppure i riti sono gli stessi: a partire dall’emozione della cerimonia d’inaugurazione fino alla dedizione che gli atleti mettono nel preparare un avvenimento che solo una piccolissima parte di sportivi eletti hanno la possibilità di rappresentare. Ed uguali sono le sensazioni nel vedere accendersi il braciere olimpico, ardere il sacro fuoco.

Con ancora le emozioni negli occhi di Tokyo, lo sport italiano, solo qualche mese dopo quell’ubriacatura di medaglie, guarda sempre verso la via della seta, alla ricerca di metalli più o meno preziosi e l’Italia tutta si stringe intorno a questi ragazzi che dall’altra parte del mondo coronano il proprio sogno, rappresentando tutti noi che da qui li guardiamo ed in loro riponiamo la speranza di un piccolo grande momento di gioia da conservare anche noi nel remoto del nostro cuore. Vederli oggi sfilare a Pechino col tricolore sulle spalle, e quello più grande orgogliosamente tra le mani di Miche Moioli, che ha sostituito la sorella in armi, Sofia Goggia, per i motivi che conosciamo, ci ha trasmesso tanta gioia, in tempi piuttosto bui che schiariscono di fronte al fuoco di Olimpia rappresentando il valore supremo dello sport. Non esiste, maggiore o minore, esiste l’Olimpiade, quei bellissimi cinque cerchi che non smetteranno di essere mai un punto fermo.

Carlo Galati

Nadal mas

Soltanto qualche mese fa non sapeva se sarebbe mai tornato in campo. Sembrava sparito dai radar del tennis ad altissimo livello, proprio per la natura in se del suo infortunio al piede, tanto misteriosa quanto apparentemente senza una via d’uscita. Oggi invece ci ritroviamo di fronte all’ennesima pagina di una storia che non ha fine, quella di Rafael Nadal con il tennis, con la buona ossessione dell’agonismo che trasforma le situazioni più difficili in carburante ed adrenalina per alimentare un fuoco che non si può spegnere.

Perché senza quel fuoco dentro, senza quella spinta alla competizione, è difficile tornare in campo a 36 anni dopo sei mesi di stop, non si vince una partita come quella con Shapovalov, non si rimontano due set a Daniil Medvedev, uno che diventerà numero uno al mondo, non si resta solidi in campo per oltre 5 ore. Ma non è solo quello. E’ preparazione fisica, è tecnica che si adatta ad un corpo diverso, è mente che coordina il tutto e che riesce ad architettare delle misure tecniche e delle soluzioni di gioco che sono diverse rispetto al Nadal di 10 anni fa, ma comunque sempre efficaci. Certo, nello specifico Medvedev ha tanto da recriminare; ha avuto le occasioni per mettere una pietra tombale sopra il match sopra due set a 0, 3-2 e 3 palle per il break. Non c’è riuscito, forse sottovalutando la resilienza di un atleta che ha scavato nel più remoto angolo della sua anima per rimettersi in gioco, recuperare e vincere. E’ tutta qui la differenza, ed è questo il grande gap che dovranno colmare tutti quelli che ambiscono a sedersi al tavolo dei più grandi di questo sport, che continuano a dettare legge nonostante tutto.

Con questa vittoria, Nadal stacca i due rivali di sempre Federer e Djokovic nella stucchevole conta di chi ha vinto più Slam. Non ritengo che sia questo il tema, non è da questi particolari che si giudica un giocatore. Semmai vi venisse in mente di sapere quali sono, beh non resta che rivedervi 5 ore e 24 minuti di questa finale per avere tutte le risposte che cercate ed avranno un nome ed un cognome ben definito e le sembianze di un atleta infinito che non finirà mai di stupire.

Carlo Galati

Barty I, regina d’Australia

Quando nel secondo set, dopo aver letteralmente dominato tutto il torneo, si è trovata sotto 5-1 sulla Rod Lever Arena, i fantasmi che aleggiavano erano gli stessi avuti da Serena Williams nel 2015 quando, inseguendo la vittoria casalinga agli Us Open, con Roberta Vinci, fu schiacciata da quelle pressioni che ne impedirono il raggiungimento dell’obiettivo. Non è accaduto stavolta. Ashleigh Barty ha rimontato e vinto regalando una gioia a tutti gli australiani ed dando di fatto il via alla festa in tutto Melbourne Park alimentasi dalla vittoria di altri due australiani, Kyrgios/Kokkinakis nel doppio. Ma questa è un’altra storia.

In una finale in cui ha avuto molti più problemi rispetto ai precedenti turni, dove aveva ceduto solamente 21 giochi, Barty ha battuto 6-3 7-6(2) una grandissima Danielle Collins. Ha vinto il suo terzo trofeo dello Slam, il primo Australian Open, e lo ha fatto senza perdere neanche un set. Una liberazione per Ash e gli australiani, dopo tanta pressione accumulata in queste due settimane in cui il trionfo sembrava già scritto: è lei infatti la prima australiana a trionfare nel Major di casa in singolare singolare dopo 44 anni. L’ultima volta che a vincere fu una tennista aussie era il 1978, quando Christine O’Neil batté l’americana Betty Nagelsen, curiosamente con lo stesso punteggio della finale 2022, 6-3 7-6.

L’urlo di gioia finale, dopo il decisivo passante di dritto è la ciliegina su una torta meritata, su una vittoria che la incorona regina d’Australia per un giorno.

Carlo Galati

Sogni di Goggia

I bergamaschi si sa, hanno la tempra dura. E’ gente decisa che parla poco, che lavora tanto. E no, non è un luogo comune ma la realtà dei fatti. Per usare uno slogan molto in voga in questo momento storico, è gente che non molla mai, che guarda oltre le difficoltà della vita. Il Covid ha provato a sferzare il loro animo, colpendo, nei primi giorni di pandemia, proprio quella gente che ha lottato e nonostante tutto a testa alta è andata avanti. Sofia Goggia è figlia di quella terra, di quei luoghi e di quelle montagne. Ha la forza di rialzarsi sempre ad ogni caduta, anche la più dolorosa, anche quella che ne ha precluso i mondiali di Cortina, quella stessa Cortina che l’ha esaltata nella vittoria per poi darle il dolore più grande. Una caduta ed una parziale lesione del crociato. Per altri, sarebbe stato un ko; sarebbe significato dire addio alle olimpiadi e ai sogni di gloria. Per Sofia no.

Intendiamoci, da quello che dicono i medici ci vorrà un quasi miracolo, per un infortunio grave che, però, non necessita di intervento chirurgico. Ed è già un’ottima cosa. Come ottima è la tenacia che la Goggia, supportata dal suo staff, metterà in pista per provare un recupero che avrebbe l’odore del miracolo. Lì dove altri avrebbero mollato, lei rilancerà. Lì dove in molti si sarebbero rassegnati al destino cinico e barbaro, lei sarà capace di non arrendersi, di provare a scrivere una pagina di storia dello sport anche solo per ridisegnare le curve di un sogno. E che non sia solo un sogno di gloria, ma un sogno di Goggia. Ancora uno.

Carlo Galati

Matteo, il Boss

(Photo by Cameron Spencer/Getty Images)

Matteo Berrettini è il primo giocatore italiano a raggiungere i quarti di finale in tutti gli Slam. Basterebbe questo per definire la grandezza di questo tennista di cui si parla sempre troppo poco, soprattutto a livello internazionale. Eppure lui, con la naturalezza dei campioni, ha raggiunto la 20esima vittoria consecutiva negli Slam, se si escludono i match con Novak Djokovic, l’unico in grado di batterlo.

A colpi di servizio e dritto è entrato nell’olimpo dei più grandi, in quella top ten che dimostra ogni giorno e sempre di più di meritare. E ancora una volta ha dato la paga ai detrattori, battendo di seguito due esponenti della grande armata rossa che non ha inflessioni sovietiche ma spagnoleggianti. Prima Carlitos Alcaraz, poi Carreno Busta sono caduti sotto i colpi di Matteo, uno dopo l’altro soccombendo di fronte ad un giocatore più forte non soltanto tecnicamente ma anche e soprattutto mentalmente.

Perché la vera forza di Matteo sta anche lì. Non basta colpire forte di dritto o avere il miglior servizio del circuito se queste armi non vengono usate nei momenti giusti. Ed è proprio sotto questo aspetto che Berrettini ha dimostrato e dimostra di essere, ogni giorno di più uno dei migliori giocatori al mondo, perché sa gestire al meglio la sua potenza, i suoi colpi dimostrando di avere una testa solida e quadrata, anche nei momenti di difficoltà e soprattutto carattere. Tanto tantissimo carattere. Tra lui e la finale c’è Monfils e l’ultimo grande esponente dell’armata spagnola, il più grande di tutti, quel Nadal che ha mostrato in questi turni il campione che è. Mettiamoci comodi, il viaggio di Matteo è ancora lungo.

Carlo Galati

La storia infinita del bob giamaicano

Chi non ha visto “Cool Runnings”, piccolo capolavoro targato Disney, alzi la mano. Ecco, se qualcuno dei nostri pochi ma affezionati lettori, è tra questi il nostro consiglio è di rimediare…e di farlo in tempo perché i 4 ragazzi giamaicani, stanno per tornare. 

Ebbene sì, dopo 24 anni (all’edizione di Nagano 1998 risale l’ultima apparizione) un equipaggio di bob a quattro maschile tornerà a difendere i colori della bandiera giamaicana in un’Olimpiade invernale. Shanwayne Stephens Rolando Reid, Ashley Watson e Matthew Wekpe saranno i “Quattro sotto zero” dell’edizione dei Giochi Olimpici invernali di Pechino 2022 dopo essersi aggiudicati l’ultimo spot disponibile; il pilota Shanwayne Stephens, in particolare, si era messo in luce dopo che il video di un suo allenamento in cui spingeva una Mini Cooper era stato diffuso in rete diventato virale.

E nel pieno dello spirito olimpico poco importa il risultato che i quattro atleti conquisteranno. La loro prima gara, a Calgary nel 1988, fu un disastro. Tutta la squadra si cappottò a 120 chilometri orari, a pochi metri dal traguardo. Le immagini che potete vedere qui sotto sono notevoli. Il bob strisciò per diversi metri contro le pareti di ghiaccio, gli atleti ne uscirono illesi spingendo il mezzo a mano e salutando il pubblico. Ma fu l’inizio quello di una favola e di una bella storia che in tanti abbiamo amato e che,per fortuna, sembra essere ancora lontana dalla parola fine.

“Se sembriamo giamaicani, camminiamo da giamaicani, parliamo da giamaicani e siamo giamaicani, dobbiamo anche correre sul nostro bob… da giamaicani”.

Carlo Galati

Vince Nadal, vince il tennis

Mentre i riflettori del mondo che finge di amare il tennis sono esclusivamente orientati su un oggettivo squallido hotel di Melbourne, nella costante attesa che la querelle Djokovic arrivi alla sua conclusione, in modo da soddisfare la morbosa curiosità e il bieco onanismo mediatico, più o meno a quelle latitudini c’è chi some Rafa Nadal, all’età di 35 anni, ha conquistato il suo titolo Atp numero 85. È la 19esima stagione consecutiva. È record.

Ed è di sicuro questa la notizia più bella che potesse arrivare per uno sport che negli ultimi giorni è mortificato da squallidi teatrini, da comizi di piazza che potremmo considerare deliranti, a latitudini che sono state triste palcoscenico di eventi caratterizzanti lo scorso secolo e le sue evoluzioni belliche. Teatrini potenzialmente destabilizzanti per il tennis, ma che invece trova nei suoi punti di riferimento solide certezze. La vittoria di Nadal in tal senso è salvifica perché ci restituisce la naturale consapevolezza del campione che restituisce dignità ad uno sport brutalmente violentato da chi si crede superiore a tutto, anche al tennis stesso.

Ed è bello che ci sia ancora nel circuito Nadal proprio per questo: perché ci sono voluti i suoi superpoteri a Melbourne per rimettere la chiesa al centro del villaggio. Ancora una volta e per gli anni a venire.

Carlo Galati

A che Djoko giochiamo?

Il marchese del Grillo avrebbe già emesso una delle sue proverbiali sentenze. Il marchese del Grillo del tennis, oggi, ha un nome ed un cognome: Novak Djokovic. In barba ad ogni tipo di restrizione, ad ogni cautela, ad una campagna vaccinale che vive la sua battaglia cruciale, lui, noncurante di tutto ciò e con la complicità di Tennis Australia e dello stato di Victoria, attraverso un’esenzione medica è riuscito a bypassare le maglie dell’obbligatorietà del vaccino, volando in Australia a combattere i suoi demoni.

Che per Djokovic il tennis sia un’ossessione non è un mistero. Il vero problema è che questa ossessione, tipica di tutti quelli che appartengono alla sfera dei campioni assoluti, per il serbo esula dal fuoco agonistico ma si tramuta in un qualcosa che con lo sport ha poco a che fare. Demoni, appunto. L’obiettivo è chiaro, staccare Nadal e Federer nella speciale graduatoria degli Slam vinti, appaiati tutti come sono a quota 20 titoli e restare da solo in cima, ma a che prezzo?

Al prezzo di non essere mai realmente amato dai tifosi, se non i suoi. Al prezzo di passare sopra tutto e tutti, per soddisfare la fame del mostro che lo consuma dentro, presentando una esenzione medica che tutto e nulla vuol dire. Ed è un peccato, perché un grande campione dovrebbe essere un esempio, sul campo da gioco e fuori non soltanto per i propri ultras ma principalmente per chi lo guarda con gli occhi del bimbo innamorato e che magari un domani potrà restare deluso dal suo comportamento. Ma tanto, guardandolo negli occhi, guardando negli occhi il suo piccolo tifoso e tutti gli altri Novak potrà dire: “Perchè io so io e voi non siete un cazzo”.

Carlo Galati

Marcell Jacobs, il mio 2021 in 100 metri

Ci siamo consumati i polpastrelli a scriverlo, le cornee a leggerlo: sappiamo quanto il 2021 sia stato foriero di successi per lo sport italiano. Non staremo qui a ricordare tutto o a rivangare quello che potremmo già chiamare passato. Con lo sguardo ormai già nel 2022 ma con il cuore ancora saldamente ancora al sogno dell’anno che sta per finire, c’è un momento, tra i tanti, che mi ha fatto quasi scoppiare il cuore e bloccare il respiro: apnea sostanziale di quasi dieci secondi.

I 100 metri di Marcell Jacobs in quella fantastica notte giapponese, primissimo pomeriggio italiano sono quella sensazione di impossibile che diventa concreto che mai avrei pensato di vivere. Quegli istanti, quella gara. Oro. E poi l’abbraccio con Tamberi anche lui glorificato della gloria olimpica solo qualche minuto prima, nel salto in alto. Non è un caso che la bibbia dell’atletica mondiale, ‘Track and Field News‘, li abbia incoronati, insieme ad un altro campione olimpico azzurro, Massimo Stano, atleti dell’anno nelle loro rispettive discipline.

In buona sostanza l’anno d’oro e per certi versi irripetibile, dello sport italiano ha lasciato un segno indelebili in chi le ha compiute quelle imprese e in chi le ha vissute, scritte e raccontate. In me resterà vivo il ricordo in eterno, di un ragazzone che correva veloce in un caldo pomeriggio d’agosto, così veloce da sentire il dolce sollievo di un refolo di vento figlio del suo incedere maestoso e regale. Fino all’oro.

Carlo Galati