Italrugby, hai imparato a sognare

Non si parli di vittoria sofferta, provando a sminuire qualcosa che invece va in tutt’altra direzione, non diciamo verso l’esaltazione ma ci siamo vicino. L’Italrugby battendo l’Uruguay per 38-17 e conquistando il punto di bonus si trova al primo posto del proprio girone in cui giocano anche Nuova Zelanda e Francia: è vero, abbiamo incontrato Namibia e Uruguay ma intanto siamo lì.

E siamo lì in testa con merito; per intenderci la Francia, squadra di casa e tra le candidate alla vittoria finale con i sudamericani ha sì giocato e vinto ma realmente con sofferenza, 27-12, non guadagnando il punto bonus e favorendo di alcune decisioni arbitrali. Così tanto per dire e per dare la misura di quello che ha conquistato l’Italia: una vittoria netta. Una vittoria con cinque mete. Il resto sono elucubrazioni mentali che non ci interessano.

Ovviamente giusto restare con i piedi per terra e probabilmente gli azzurri di coach Crowley, vedranno i loro sogni infranti sul muro nero degli dei della palla ovale o dall’entusiasmante sagacia dei padroni di casa, che hanno l’occasione della vita da non sprecare, ma intanto l’Italia è lì, in vetta al girone A del campionato del mondo. Ioane, Lamaro, Capuozzo and Co hanno imparato a sognare e “ormai che ho imparato a sognare, non smetterò”.

Carlo Galati

Lo merita Parisse, lo merita il rugby italiano

Una bandiera tricolore sventola nel cielo di Dublino, un cielo che ha visto le lacrime di tanti che, con la palla ovale tra le mani, hanno gioito, hanno pianto, hanno riso e sofferto. Insomma, hanno vissuto. Il cielo di Dublino ha visto il volto felice di Sergio Parisse, Capitan Parisse, che alla soglia dei 40 anni ha trascinato il suo Tolone al successo sugli scozzesi del Glasgow nella finale di Challenge Cup con un inequivocabile 49-13, giocando per 69 minuti e marcando una delle sei mete finali.

Festeggia Parisse, cingendo quel tricolore che con la maglia azzurra ha difeso per anni fino all’ultima apparizione nella coppa del mondo giocata in Giappone nel 2018. Ci torneremo. Per il terzo centro, quella di Dublino potrebbe essere l’ultima apparizione in campo internazionale. Sì, perché Parisse non è nella lista dei 46 giocatori presi in considerazione dal c.t. Kieran Crowley per la prossima Coppa del Mondo. E La scelta appare incomprensibile.

Incomprensibile non perché Parisse goda di chissà quale privilegio, ma perché le motivazioni dell’esclusione, sembrano essere di natura tecnica: incomprensibile, appunto. Anche se l’ultima delle sue 142 presenze-record in azzurro (92 da capitano) risale a quattro stagioni fa e alla rassegna iridata giapponese, averlo in gruppo non sarebbe un omaggio al campione che è e che è stato, non sarebbe il modo per regalargli un giusto riconoscimento (nessuno ha mai giocato 6 RWC), ma rappresenterebbe un esempio per un gruppo giovane che vuole far cambiare marcia al rugby italiano. Parisse merita di entrare nella storia, Parisse merita di essere in Francia, a 21 anni di distanza da quell’esordio in Nuova Zelanda, semplicemente perché lo merita il rugby italiano che ha difeso in questi anni con onore e orgoglio. Fino all’ultima volta, sotto il cielo di Dublino.

Carlo Galati

I Leoni alla conquista dell’Europa

È arrivato in un sabato pomeriggio prepasquale, con i pensieri rivolti altrove, uno dei risultati più importanti della storia del rugby italiano. E no, non c’entra la nazionale, ma il club che maggiormente rappresenta la storia ovale italiana, quel Benetton Treviso che battendo il Cardiff al “Monigo” per 27-23 hanno conquistato il pass per la semifinale della Challeng Cup, la seconda competizione europea per club.

Per capire l’importanza di questo traguardo basti pensare che nessun altra squadra era mai arrivata così avanti nelle competizioni europee, perlomeno non a questo livello. Viadana in passato aveva giocato e perso contro Montpellier una finale di ‘Shield’ – equiparabile alla Conference League del calcio – nel 2003/2004, ma il risultato della Benetton è di prestigio nettamente superiore.

I leoni sono così chiamati ad un’altra impresa, questa volta contro il Tolone di un certo Sergio Parisse, una delle grandi del rugby europeo, il pronostico sembra chiuso. Ed effettivamente lo è, come lo era con i gallesi. Il bello del rugby: la palla ovale decide come rimbalzare senza nessuna logica apparente.

Carlo Galati

La marea verde sul Sei Nazioni con vista mondiale

Ascoltare “Ireland’s call” a Dublino il giorno dopo San Patrizio è qualcosa che scalda i cuori anche ai più retinenti. Se a questo aggiungiamo anche una vittoria sugli amatissimi inglesi e il conseguente trionfo nel Sei Nazioni, senza perdere una partita che sia una, beh se non è il Nirvana, poco ci manca. Ed è tutto merito del rugby.

La quinta partita della campagna, la peggiore delle cinque, ha però confermato l’ampiezza della rosa a disposizione di Farrell. I verdi hanno finito con in campo Rob Herring, Tom O’Toole, Jimmy O’Brien e Kieran Treadwell, gente che di solito non è neanche nei 23. Ha superato molte difficoltà e vinto partite giocate non bene, come questa, però non ha mai fatto dubitare di meritare un trionfo mai realmente in discussione.

L’Irlanda è, al momento, la migliore squadra al mondo e sul punto poco da dire o aggiungere. Lo dice il ranking, lo dicono i risultati, lo dice l’oggettiva forza di una rosa che non ha eguali. Eppure, manca ancora un tassello a questo squadra per restare nella storia di questo sport: manca la vittoria in coppa del mondo e l’occasione del 2023 è ghiotta come non mai. Ci arrivano da favoriti, con i galloni dei migliori della classe. L’Irlanda chiama.

Carlo Galati

Oltre il risultato

La logica nello sport è un dogma da sovvertire. Ci si riesce solo quando tutto ciò che consideriamo plausibile prende la tangente dell’imprevedibilità, guidata da venti che soffiano in direzione ostinata e contraria. Come potete immaginare non capita spesso, sarebbe strano il contrario. E all’Olimpico nel match con l’Irlanda ha prevalso la logica dello sport e del rugby. L’Italia è battuta dai numeri uno al mondo.

Ma andiamo oltre, oltre il risultato. È il 64esimo quando l’Irlanda decide che forse è il momento di piazzare perché sul 20-24 è giusto ristabilire il break di vantaggio. Byrne segna i tre punti. Ecco, questo è il momento che fa capire che la strada sia quella giusta. Perché impensierire i migliori al mondo è un conto, costringerli a piazzare per mettersi in sicurezza, un altro.

Ma siamo consapevoli che non basti: bisogna ritrovare il successo. Vincere e vincere di nuovo. Il Galles in quest’ottica è l’opportunità che serve per ritrovare quel successo che in casa manca da più di dieci anni. Una vita intera. Ma, come detto la strada è quella giusta e oltre il risultato c’è solo la vittoria.

Carlo Galati

Il paradiso (non) può attendere.

L’Italia del rugby alla pari coi maestri francesi.

A un passo dal toccare il cielo con un dito.

Anzi, a una meta da una vittoria che sarebbe stata persino meritata contro i “galletti” francesi, una delle Nazionali più forti del mondo e candidata alla vittoria nella prossima rassegna iridata.

Dopo la sbornia dei test-match tutti aspettavano al varco gli uomini di Crowley, per capire se i progressi visti fossero la conferma di una mentalità differente e di una consapevolezza nuova o l’ennesimo fuoco di paglia.

E oggi abbiamo visto tutto: due errori di Varney, costati carissimi, assorbiti dalla squadra, brava a ripartire subito con una prestazione corale che dal minuto venticinque del primo tempo è apparsa a tratti straripante, soprattutto se parametrata alla forza e all’esperienza degli avversari.

Precisi sui punti d’incontro e bravi ad esplorare gli spazi, abbiamo un po’ sofferto la fisicità francese, oltre alla loro maggiore dimestichezza nel gestire i momenti cruciali delle partite.

Un secondo tempo punto a punto, con un finale vietato ai deboli di cuore, in quei minuti che in passato ci “regalavano” il crollo fisico degli Azzurri.

E invece abbiamo finito lì, sui cinque metri, a pochi centimetri dalla definitiva consacrazione al livello top del rugby mondiale, centrando anche il punto di bonus.

Ancora qualche ritocco, maggiore precisione e una mediana meno “svagata” e questa Italia, come successo oggi contro i transalpini, potrà giocarsela per vincere.

Il paradiso rugbistico è qui, finalmente a portata di ovale.

Il giorno in cui l’Italrugby scrisse la storia

Credo che un giorno così non ritorni mai più. E a dirlo non è una canzone o una semplicistica esemplificazione della realtà. No, è la storia e la storia per definizione non può ripetersi. Può ripresentarsi sotto altre forme ma le prima volte come questa non si dimenticheranno mai. È il giorno in cui l’Italia del rugby ha battuto l’Australia per 28-27, il giorno dei giorni.

Già perché dopo anni a interrogarsi sul perché questa squadra non decollasse, a chiedersi come mai un bacino di passione come quello azzurro non riuscisse a supportare un movimento sportivo boccheggiante, a corto di risultati e di fiducia, a febbraio uno spiraglio di luce con la vittoria in Galles. Poi di nuovo il buio con la sconfitta in Georgia. Ma quella volta, quella sconfitta era diversa rispetto alle altre: una sconfitta che rappresentava la ripartenza.

Una ripartenza guidata da Crowley in panchina e da capitan Lamaro in campo, vittoriosi con Samoa, stupefacenti con l’Australia anche grazie a Capuozzo, un giocatore che non c’è mai stato nella storia azzurra, un giocatore capace di spezzare equilibri cambiando passo come pochi. Adesso sguardo rivolto al Sud Africa sperando che un giorno così possa essere vissuto di nuovo. Un nuovo inizio per il rugby italiano.

Carlo Galati

L’Italia è nuovamente rugby

Da stropicciarsi gli occhi, chiedendosi: è tutto vero? Si lo è. Un’Italia bella come poche altre volte in passato, vincendo con Samoa, ha rotto stereotipi ancestralmente legati al più o meno recente passato, quello che volevano il rugby e l’azzurro un binomio forse inconsistente, di sicuro perdente. E depresso. Perché inutile dire il contrario, prima di quella metà in Galles di Capuozzo solo gli integralisti non avevano ceduto allo sconforto.

Una squadra che aveva sempre fatto fatica a segnare mete, ne segna sei. Una squadra che soffriva le mischie avversarie, domina in prima linea. Una squadra che mancava nel primo placcaggio (e anche nel secondo) di placcaggi avanzanti ne porta a casa circa l’80%. Lo spirito, diverso. Squadra vera, concreta in difesa, spettacolare in attacco, capitanata da Michele Lamaro che un anno fa prese quei galloni che sta dimostrando di meritare.

E poi Bruno, Ioane, Bruno, Brex, Cannone, tutti ragazzi che hanno fatto un percorso che ancora è ben lontano dall’essere completato ma che ha finalmente una strada e una direzione tracciata e che non si affida più all’estemporaneità del momento. Il progetto finalmente c’è, ha una forma ed è magnificamente ovale.

Carlo Galati

Le ragazze del rugby azzurro e un sogno da raggiungere

C’è una storia che merita di essere raccontata, una storia tutta italiana, di ragazze mai dome che, al mondiale in corso dall’altra parte del mondo, in Nuova Zelanda, stanno tracciando una strada storica per il rugby italiano. Battendo un Giappone mai domo, per 21-8 si qualificano ai quarti di finale per la prima volta nella loro storia.

Si tratta di un traguardo storico quello del passaggio ai quarti di finale per le azzurre che quindi si uniscono ai padroni di casa e campioni in carica neozelandesi insieme a Canada, Inghilterra, Francia e Australia per il posto tra gli ultimi otto della competizione. Un risultato figlio del lavoro corale durato anni e che ha portato le ragazze di coach Andrea Di Giandomenico, tra le formazioni più forti al mondo.

Un successo per il rugby azzurro, per tutto il suo movimento che deve andare oltre le sconfitte al sei nazioni maschile e che ha in queste ragazze e nell’Under 20 due formazioni temibili e rispettate da tutti. Sabato prossimo, alle 5.45 italiane, ci sarà la Francia, battuta un mese fa nell’ultimo test prima del Mondiale, a Biella. Sarà una battaglia ma, sognare si può anzi, si deve. Forza ragazze!

Carlo Galati

I Dragoni tinti d’Azzurro

L’Italia interrompe la “striscia infame” di sconfitte nel Sei Nazioni e lo fa giocando un partita magistrale e vincendo dove non aveva MAI vinto, in Galles.
Difesa, dominio sul punto d’incontro, ottima touche, disciplina, precisione dalla piazzola e il “crack” Capuozzo.

Il paradigma di questo cambio di passo è proprio questo mingherlino con il fisico del calabrone che non sa di non saper volare e lo fa lo stesso.

Dopo anni passati a costruire fisici bionici e armadi a quattro ante tutto muscoli, scopriamo che si può vincere anche con l’estro, con la fantasia, con l’agilità dell’estremo che risolve la partita a un minuto dalla fine.

Adesso dite pure che non conta nulla o che ci hanno fatto vincere, dimostrando di non avere idea di cosa sia il rugby e quali leggi lo governino.

C’è ancora tanto da lavorare, ma tutti quelli che ci volevano a giocare con Romania e Georgia, adesso facciano un giro su se stessi e tornino a parlare di altro.


Bravi tutti oggi, adesso azzerare, placcare e ripartire.
Anche contando su una grande under 20 e con la consapevolezza di aver recuperato un po’ di credibilità a livello internazionale; perché non si vince al Millennium, non si vince a Cardiff con un movimento morto e senza futuro.

Piantiamo, con orgoglio, un seme nei verdi campi dei Maestri gallesi e brindiamo con questi ragazzi che hanno risvegliato in tutti noi l’orgoglio di tifare Italia.