Sinner batte Alcaraz e gli equilibri

Mancava un titolo. Dopo tante belle soddisfazioni e momenti di buio, Jannik Sinner non aveva ancora avuto il piacere e l’onore di sollevare, in questa stagione, un trofeo al cielo; lo ha fatto nel torneo più italiano del circuito (Italia esclusa, of course), battendo quell’Alcaraz, per molti destinato a dominare le classifiche mondiali del tennis.

Intanto in due settimane Alcaraz ha visto sgretolarsi qualche certezza, per merito di due ragazzotti italiani, suoi coetanei, che di nome si chiamano Lorenzo e Jannik, che hanno avuto l’ardire di batterlo, anche piuttosto nettamente, in due finali consecutive, in due tornei consecutivi, entrambi sulla terra rossa.

Sinner, dopo il primo e sempre in bilico set, non ha più concesso diritto di replica al suo avversario chiudendo con un doppio 6-1: roba da far girare la testa, da riempire i cuori di gioia, perché battere quello che tutti dicono non si possa battere e farlo così nettamente, non può che essere un motivo di orgoglio. Perché forse è tempo di rivederli, certi equilibri.

Carlo Galati

Ferrari, il perché di un disastro

Mondiali di Formula 1 ne abbiamo visti tanti, fin da quando ne abbiamo memoria. Cresciuti a pane ed Ayrton Senna, il rito del gran premio è qualcosa che non si può neanche tramandare: o è tuo o non lo sarà mai. Tante le stagioni viste e seguite ma mai nessuna così; mai con la sensazione che in gara ci fosse il binomio auto/pilota migliore ma con la consapevolezza che non sia sufficiente, che durante la gara qualcosa di spiacevole possa accadere. Leclerc e la Ferrari sono quel binomio.

E per l’ennesima volta, non bastassero le precedenti, quasi come fosse un rito a cui non ci si può sottrarre, anche in Ungheria la Ferrari per mano del suo muretto, rappresentato da Mattia Binotto, ha dato prova della sua inadeguatezza. Andando oltre il tema pneumatici, un team principal che giustifica il flop, spostando l’attenzione sulla vettura che “non andava”, parole sue: non è quella che potremmo definire una genialata in termini di comunicazione.

Fatto sta che l’occasione sembra perduta e il mondiale andato. Charles, il più forte pilota sulla piazza insieme a Verstappen, ostaggio di tutto questo. Perché insistere?

Carlo Galati

Stano ma vero: Massimo è ancora d’oro

L’ultima medaglia d’oro ad un mondiale di atletica portava la firma di Giuseppe Gibilisco che nel 2003 a Parigi riuscì a saltare con l’asta più in alto di tutti. Dopo 19 anni di attesa è dalla strada, dalla marcia che arriva quella medaglia d’oro tanto attesa. A vincerla è uno degli eroi di Tokyo, Massimo Stano.

E non è un caso che sia lui a ripetersi a distanza di un anno, in una distanza inedita la 35 km che forse lo esalta, se possibile, ancora di più della 20. Massimo Stano con una gara perfetta sotto l’aspetto tecnico ma anche tattico di gestione delle forze, ha dominato la scena facendo la differenza negli ultimi chilometri quando ha deciso di rompere gli indugi e scappar via in progressione.

Per la marcia è il sesto titolo mondiale dopo quelli di Maurizio Damilano (1987 e 1991) e Michele Didoni (1995) nella 20 km, Anna Rita Sidoti nei 10.000 (1997) e Ivano Brugnetti nella 50 km (1999). Sulle strade di Eugene, Stano ha scritto una delle pagine più belle dell’atletica azzurra.

Carlo Galati

Lorenzo, magnifico!

Avere vent’anni e il mondo in mano. Anzi su una racchetta. Più o meno è questa la sensazione che Lorenzo Musetti ha provato nel secondo successivo in cui ha realizzato di aver ottenuto la vittoria più importante della sua giovanissima carriera, quella che gli ha regalato il primo titolo Atp, il 500 di Amburgo, battendo in finale un altro esponente della generazione Z, forse il più famoso: Carlos Alcaraz.

Ha finalmente vinto Lorenzo, dando il giusto valore ad un tennis, il suo, che è pura espressione di talento. Non è quel gioco solido fatto di colpi ben assestati e tambureggianti; è estro, fantasia, è un rovescio ad una mano, che ne ricorda altri più famosi; è anche il servizio da sotto sul match point che qualche solo e gli rimprovera. Vivaddio, a vent’anni gli sia concesso.

E bravo Lorenzo, perché ha battuto uno di quelli che ha le stigmate del campionissimo, quell’Alcaraz che aveva già rotto il ghiaccio con le vittorie nei 500 ed i 1000 proprio quest’anno, e che ha trovato nel tennis italiano una stirpe di agguerriti opponenti; in Australia ha perso da Berrettini, a Wimbledon lo ha fermato Sinner, oggi Musetti. Cosa aggiungere ancora? Erano decenni che si aspettavamo giornate così, godiamocele. E ci sia concesso, anche alla faccia dei giornaloni che si sono dimenticati forse quanta bella sia questa Italia del tennis.

Carlo Galati

Il gesto del Tour che nobilita il ciclismo

Questa immagine è l’emblema del ciclismo, la sintesi estrema dei valori dello sport. Attori protagonisti Tadej Pogacar, campione in carica e dominatore negli anni al Tour e Jonas Vingegaard, maglia gialla e probabile padrone della corsa. La scena madre del Tour la vediamo alle 16.45, nella discesa dello Spandelles, la seconda salita di giornata dopo l’Aubisque e prima di Hautacam.

La più facile delle tre, la più terribile delle due discese, però. In due curve quasi consecutive sia Vingegaard che Pogacar hanno un problema. Il danese sbaglia una traiettoria, sgancia il pedale e riesce miracolosamente a restare in bici. Pochi secondi più tardi, al contrario, Pogacar allarga troppo una curva e nel tentativo di recuperare la linea scivola e si procura una vistosa abrasione alla coscia e al ginocchio sinistro.

I due erano all’attacco da soli Pogacar perde secondi preziosi, Vingegaard potrebbe approfittarne per andare in fuga. Ma decide di aspettare, per sfidare il rivale ad armi pari. Attende che si rialzi, gli dà la mano, i due tornano in sella e ripartono. Una volta sui pedali, la stretta di mano prima di riprendere il duello spalla a spalla. Alla fine a vincere è il danese, che probabilmente arriverà a Parigi con la maglia gialla. Ma per sempre resterà questa foto e questo gesto, che valgono una vittoria, questa volta per entrambi.

Carlo Galati

Egonu e Italvolley, storie di invincibilità

Immaginate una marcia trionfante, fatta di vittorie su vittorie, punti su punti. Avversarie che, una dopo l’altra cadono sotto i colpi di una cannoneggiante giocatrice che, senza colpo ferire, scaglia palloni, uno dopo l’altro, oltre una rete che divide chi attacca e chi prova a difendersi. Ecco non immaginate più. Perché questa è la storia della nostra nazionale femminile di pallavolo e di Paola Egonu.

Le azzurre hanno fatto la storia ad Ankara. La squadra del CT Davide Mazzanti ha battuto il Brasile 3-0 (25-23, 25-22, 25-22) nella finalissima di Volleyball Nations League 2022, ottenendo la prima storica vittoria nella competizione, interrompendo la striscia vincente degli USA che durava dal 2018.

Il tutto grazie anche a quello che è il cocktail perfetto di esplosività applicato alla disciplina con classe ed eleganza: per poche elette. Paola Egonu è una di queste. E chissà cosa avranno provato le sue avversarie dopo aver ricevuto una schiacciata da 112,7 km/h, nuovo record del mondo? Sicuramente di esser fortunate ad aver visto cotanto spettacolo. Come noi, come tutti noi.

Carlo Galati

Ode ad Allyson Felix, campionessa totale

“Olimpionica, mamma e avvocato” così la definisce Google cercandone oggi il suo nome. Allyson Felix è tutto questo ma soprattutto una fonte di ispirazione. Ha vinto tanto in vent’anni di carriera: 11 medaglie olimpiche, 19 mondiali, l’ultima di queste il bronzo nella 4×400 misti ai mondiali di Eugene.

È stata una stupenda atleta, dotata di una corsa sopraffina, di una falcata meravigliosamente elegante nel suo incedere, micidialmente efficace nei risultati. Ma la sua è una storia di vittorie anche lontano dalla pista; è la storia di una ragazza che ha fortemente rivendicato il diritto ad essere madre e che per quel diritto ha sfidato la vita e la Nike. Stava per morire durante il parto Allyson e non ha avuto paura di affrontare, da avvocato, la sua battaglia contro il colosso della moda sportivo che riduceva dell’80% il proprio compenso alle proprie atlete incinte.

Ha vinto tutte e due le battaglie, con il sorriso enorme di chi sa di aver lottato non solo per se stessa ma realmente per cambiare le cose. E le ha cambiate. Ha scritto la parole fine alla sua carriera da agonista lasciando in tutti noi una profonda tristezza mista a gioia, nel non vederla più gareggiare, nell’averla vista vincere. Tutto.

Carlo Galati

Ceci c’est pas un Djokovic

Bravo Djokovic, campione assoluto! Leggenda del tennis, suo il settimo titolo a Wimbledon, il 21esimo Slam, ad uno solo di distanza da Nadal. È un dio del tennis, futuro imperatore del Regno delle due Sicilie. Bene, adesso che ho la vostra attenzione e visto che, non sappiamo più che scrivere dopo l’ennesima vittoria di Djokovic che segue le altre che di Nadal negli Slam finora disputati, vi raccontiamo un’altra storia di tennis.

Succede a Budapest nelle qualificazioni del torneo 250, le due protagoniste sono l’iberica Marina Bassols, numero 263 delle classifiche mondiali, e la bielorussa Yuliya Hatouka, numero 211 al mondo. Una sfida che sembrava terminata dopo nemmeno un’ora di gioco, con l’Hatouka che approfitta dell’inconsistenza avversaria (13 doppi falli) e si ritrova a due punti dal match sul 6-0, 5-0 e 0-30 in suo favore. Ed invece il tennis, sport malefico per definizione ed imprevedibile per sua natura, aveva in serbo altro per questa partita.

Ha annullato tre match point Marina Bassols, ha vinto sette game consecutivi e poi il terzo set. Insomma ha vinto un match dal punto più profondo, si è ridata speranza, nonostante tutto fosse contro di lei. Ecco questo ci piaceva scrivere, è la storia che oggi abbiamo voluto raccontare, perché le altre ci hanno un po’ stufato.

Carlo Galati

Leclerc e il paradosso Ferrari

Solo una settimana fa chiedevamo che il soldato Charles fosse salvato dallo sfracello all’interno del quale la Ferrari e le scelte del muretto, lo avevano gettato. Possiamo scrivere che si è salvato da solo, con la sua immensa classe, vincendo e arrivando fino alla fine con molta fatica, causa, more solito, una vettura non all’altezza.

La Ferrari versione 2022 è una vettura che secondo la sua natura, in relazione a quanto succede in pista non è fatta per vincere ma lei non lo sa e prima con Sainz e ora con Leclerc, vince. Non ditelo oggi a Carlos però, che stava per raggiungere Verstappen e probabilmente sarebbe andato a podio. Ditelo invece a Charles che nonostante l’acceleratore difettoso è riuscito ad arrivare fino in fondo.

È vero c’è qualcosa di romantico in tutto questo che riporta a gare del motorsport dove a vincere era prima il pilota e poi il mezzo meccanico. Ma quando come nel caso di Leclerc hai un pilota genialmente predestinato alla guida, non dotarlo di un mezzo affidabile è una sacrilegio, che in Austria ha portato alla vittoria ma che, alla lunga, potrebbe costare caro. Un mondiale, nello specifico.

Carlo Galati

Rybakina, una vittoria che sa di sport

Tanto brutta è stata finale, tanto bello scoprire Elena Rybakina come personaggio oltre che come tennista. Una ragazza timida, giudicata schiva da chi non riesce a guardare il proprio naso, che ha vinto Wimbledon, contro ogni pronostico, contro ogni logica.

Eh già, perché il torneo femminile aveva già le sue vincitrici; prima la dominatrice del circuito e numero uno al mondo Iga Swiatek, poi Simona Haley che sul centrale aveva già vinto nel 2019, poi infine Ons Jabeur giocatrice sublime a cui evidentemente oggi hanno spento l’interruttore della costanza. E poi invece è arrivata lei, la kazaka Elena.

E sul tema si sono scatenati in tanti, perché fa oggettivamente clamore che la brava Rybakina sia in realtà natia di Mosca e che solo da quattro anni giochi per il Kazakistan ma…chissenefrega?! Chissenefrega delle mille domande su Putin, sul fatto che si senta o meno russa. Proviamo a parlare di sport nello sport più individualista e individuale che esista. Parliamo di tennis, di Elena e di quello che si spera potrà continuare a dare a questo sport, celebrando una vittoria che sa di novità e che forse apre uno spiraglio al dominio incontrastato di Iga.

Carlo Galati