Musetti, Wimbledon e l’elogio dell’eleganza

Bello come quel raggio di sole sul centrale londinese.
Bello come l’ultimo dei mohicani a giocare un rovescio divino, a una mano.
Bello come quel Tricolore che garrisce al vento sulle semifinali di Wimbledon, il più figo fra i tornei dello Slam, con il dress code in “total white”, per ricordare a tutti che si può far finta che non comandino gli sponsor.
Bello come Lorenzo Musetti, ideologo del tiki taka con la racchetta, ma con la variante del colpo vincente prima che tramonti il sole e della formula zero-noia.
Al quinto set saluta con un 6-1 micidiale tale Taylor Fritz, lungagnone con un gran servizio e i piedi che si incrociano impazziti sulle palle corte del Muso.
Lorenzo è l’anomalia elegante in un tennis moderno fatto di muscoli e gente che picchia forte: ricama i colpi poggiato sul talento tipico degli irregolari, affetta in back portando la palla rasoterra, dipinge il rovescio in top con la maestria, i giochi di luce e la geometrica bellezza dei caravaggeschi.
Non è continuo, ogni tanto sparisce e fa tre passi indietro, deve crescere ancora, e ancora, e ancora.
Quanto è bello, però, quel tabellone delle semifinali col suo nome accanto a quello di Djokovic, l’ultimo degli Immortali che ha saltato un turno per il forfait di De Minaur.
E ora, forza: divertiamoci Muso.

Benedetto sia il sorriso di Jas

Quel sorriso, quel benedetto sorriso.
Jasmine Paolini plana sulla semifinale a Wimbledon, divorando la Navarro, statunitense emergente con avi napoletani, come si divora un chilo di fragole con la panna innaffiate dal Pim’s, senza prendere l’intossicazione.
Lo fa con un misto di incoscienza e sapienza tattica, scarabocchiando la metà campo avversaria con traiettorie impossibili; lo fa, prima di prendere la rete, sotto gli occhi a cuoricino di Sarita, la compagna di doppio che l’ha trasformata, in quegli ultimi maledetti centimetri prima della Barriera, nella reincarnazione di Pete Sampras.
Angelo e demone, il Bene e il Male che scatenano la tempesta perfetta, sul campo, di un furetto dall’altezza dichiarata di un metro e sessantatré per una manciata di chili di peso.
Pugnetto sotto il mento, sorriso Durban’s, salivazione azzerata nei momenti importanti, gioia incontenibile e un tennis che illumina, nel giorno della sconfitta di Jannik, l’altra metà azzurra del cielo.
Jasmine scivola leggera sull’erba londinese, con quell’aria irriverente e guascona; l’aria di chi si diverte giocando e sa benissimo che finale a Parigi e semifinale a Wimbledon non raccontano più di un capriccio degli Dei che giocano a dadi.
E quando vinci, mounsier Lapalisse, ti diverti di più.

Paolo Di Caro

Il gigante e la bambina

Gimbo arriva lì, alla terza prova a 2 metri e 29, in mezzo a una trentina di ragazze che stanno ultimando le fatiche di un Diecimila infinito e dolcissimo.
É con le spalle al muro, ma come sempre tira fuori il balzo della vita, supera l’asticella e scherza a 2.31, ipotecando la vittoria e scatenando l’Olimpico, fra gag clamorose e la mezza barba portafortuna.
Nella bolgia della pista, mentre tutto guardano il gigante, c’è la bambina Nadia, mezzofondista e talento puro, cristallino, già oro nei Cinquemila: schianta le inglesi, sembra passeggiare fino a due giri dalla fine, prima di piazzare la stoccata finale, per la medaglia d’oro e il record italiano.


Il gigante, nel frattempo, libera i demoni e salta fino a 2,37, sempre alla prima prova, mentre fa festa con ogni spettatore presente allo stadio.
Il gigante e la bambina, gli ennesimi ori dell’Atletica ritrovata, il Fort Knox di questo Campionato Europeo, il caveau blindato della Banca dei talenti d’Italia.
E adesso, con questa energia, tutti a Parigi.
La Bastiglia è lì, a portata di mano.

Paolo Di Caro

Fabbri, Simonelli, Jacobs: l’Italia ricoperta d’oro

Giovani, veloci, sorridenti.
L’Italia dell’Atletica piazza tre colpi da maestro, dopo gli Ori della Palmisano e della Battocletti, stavolta con tre uomini: Fabbri nel peso, Simonelli nei 110 ostacoli, Jacobs nei 100 metri.

E poi gli argenti “quasi d’oro” di Furlani, col nuovo primato mondiale under 20, e di Ali, adesso a 10.05, tempo di assoluto rispetto a livello assoluto. Senza dimenticare il bronzo di Fortunato nei 20 km di Marcia.
Marcel piazza il personale stagionale, Simonelli si affaccia con 13.05 all’Olimpo degli ostacoli, Fabbri si conferma un gigante con i 23 metri nel mirino; per tutti e tre, e per la giovane Italia dell’Atletica è già così un Europeo da incorniciare.

Una generazione di fenomeni da preservare, coccolare ed esaltare, quando serve, perché lo sport di vertice è sacrificio, nell’atletica sacrificio al quadrato.
E non finisce qui.

Paolo Di Caro

Ancora Italia!

Competente, solida, consapevole, disciplinata: un’Italia a tratti dominante espugna il Millennium, annichilisce i Dragoni e conquista il miglior risultato al Sei Nazioni della propria storia, con due vittorie e un pareggio.

A ripensare a quel calcio di Garbisi e alla super-prestazione contro l’Inghilterra, si corre il rischio di doversi dare un pizzicotto per capire se sia vero che la cenerentola del torneo avrebbe potuto giocarsi il titolo a Cardiff.

Reload, ci godiamo quello che vediamo, una Nazionale finalmente padrona del proprio destino, attenta e capace di ripetere in campo, a memoria, gli schemi di Quesada: e, stavolta, senza palloni che cadono, disattenzioni fatali o crolli improvvisi a rompere i propri argini. 

L’Italia gioca dal primo all’ultimo minuto, costruendo sulle fondamenta di una difesa solidissima il proprio piano di gioco, completato da una mediana di geometrica potenza e una linea di tre quarti persino divertente. 

Gambe dritte e mani ad uncino nei punti di incontro, con Lamaro, Brex, Garbisi, a conquistare punizioni, terreno, fiducia. 

E poi la mischia, il non-luogo nel quale ogni rugbista gioca una partita nella partita e decide l’inerzia del gioco d’attacco: perfetti oggi in questo fondamentale, con tre punizioni conquistate e una contro generosamente concessa dall’arbitro. 

Nel paniere delle buone cose vanno accatastate anche le buonissime notizie sul fronte della “rosa”, mai cosi ampia, mai così capace di dare garanzie al proprio tecnico. 

Manca Capuozzo? Ecco Pani estremo, ventuno anni di incoscienza, con la meta in serpentina alla “Ange”, a suggello di un’azione alla mano da “rugby-spumante”. 

Inutile parlare dei singoli in un concerto corale mai così all’unisono

, mai così melodioso, mai così emozionante. Abbiamo una squadra vera, finalmente, della quale essere orgogliosi, dopo anni di sofferenze, di piccoli segnali di vita, di batoste indimenticabili. 

Abbiamo una squadra che ci farà divertire, sorretta da un serbatoio di under 20 di qualità e una piattaforma di giocatori di livello internazionale allenati da un tecnico che, vivaddio, è arrivato in Italia per insegnare a vincere a un gruppo di talentuosi ragazzini, dando loro motivazione e gioco. 

Un bel gioco e due vittorie e mezza. 

Nel Sei Nazioni.

Ad maiora, Marcel

Potrà sembrare strano di fronte a una sconfitta, ma ci piace da morire Jacobs fuori dalla finale dei 100 metri ai Mondiali, quinto col personale stagionale di 10’’05.
Ne avete parlato come di un fenomeno da laboratorio, uno che vince le Olimpiadi chissà come e poi sparisce nel nulla, con quel misto di complottismo e autolesionismo tipico dell’Italiano critico da poltrona e birra ghiacciata.
Sospetti di doping basati sul nulla, mentre i suoi avversari finivano dietro la lavagna controllo dopo controllo.
E invece Marcel è lì, ai blocchi di partenza, umano fra i marziani, capace di metterci la faccia nonostante infortuni e disavventure di ogni tipo, poche gare sulle gambe e tutta la pressione del mondo.
Corre comunque molto velocemente, una delle migliori prestazioni italiane “all time” sui 100 metri, si migliora rispetto alle batterie, combatte e si ferma a un passo dalla finale.
Ci avrebbero stupito, francamente, miracoli senza i giusti passi di avvicinamento alla prestazione da record.
Va bene così.
Adesso appuntamento a Parigi, infortuni e gufi permettendo.

Un missile di nome Filippo

Un treno lanciato a tutta velocità, un ragazzone verbanese capace di dominare negli ultimi anni l’inseguimento individuale, collezionando dal 2016 sei ori, un argento e un bronzo.

L’ultima impresa è degna di Braveheart, l’eroe scozzese che a Glasgow è un mito: come Filippo, capace di recuperare in un finale con extrasistole incorporata ben due secondi al britannico Bigham, avanti nettamente fino a che l’azzurro non ha deciso di accendere il turbo.

Sul traguardo Ganna è un fulmine tricolore, gela l’allenatore inglese saltellante e ormai certo del risultato e divora quei due secondi di svantaggio, conquistando un altro oro.

Qualunque cosa abbiate fatto, non fatevi inseguire da Filippo Ganna: vi prenderà e vi lascerà indietro, perché quelli come lui non cedono mai il passo.

Onore a Filippo, ciclista meraviglioso, grande atleta, agonista mai domo.

Il cielo di Glasgow si tinge di quattro colori: verde, bianco, rosso e… oro.

Le lacrime di Claudio

Le lacrime bellissime di Claudio Ranieri, settantunenne, allenatore e gentiluomo, pesano da sole più della tanta pioggia caduta sul San Nicola.
Un uomo integro, un ottimo tecnico, un cuore grande così, all’ottantottesimo prende dal mazzo una carta sulla quale quest’anno nessuno avrebbe puntato un centesimo: Leonardo Pavoletti.


Confida proprio nel potere del cuore, della voglia di rivalsa, nella càbala persino.
E Pavoletti si trasforma in un magnifico jolly, regalando al nobile Cagliari la serie A, lasciando di ghiaccio la grande bellezza dello stadio barese, straripante di amore e passione biancorossa.
Piange a dirotto, Claudio.
Di gioia, di amore, di consapevolezza, perché di gioie così non gliene restano moltissime, complici le settuagenarie primavere.
La grande bellezza, all’improvviso, è lui: il romano de Roma innamorato dell’Isola di Gigi Riva.


Onore, allora, a Claudio Ranieri, Principe di Sardegna, officiante di un calcio che vorremmo non finisse mai.

Paolo Di Caro

Il paradiso (non) può attendere.

L’Italia del rugby alla pari coi maestri francesi.

A un passo dal toccare il cielo con un dito.

Anzi, a una meta da una vittoria che sarebbe stata persino meritata contro i “galletti” francesi, una delle Nazionali più forti del mondo e candidata alla vittoria nella prossima rassegna iridata.

Dopo la sbornia dei test-match tutti aspettavano al varco gli uomini di Crowley, per capire se i progressi visti fossero la conferma di una mentalità differente e di una consapevolezza nuova o l’ennesimo fuoco di paglia.

E oggi abbiamo visto tutto: due errori di Varney, costati carissimi, assorbiti dalla squadra, brava a ripartire subito con una prestazione corale che dal minuto venticinque del primo tempo è apparsa a tratti straripante, soprattutto se parametrata alla forza e all’esperienza degli avversari.

Precisi sui punti d’incontro e bravi ad esplorare gli spazi, abbiamo un po’ sofferto la fisicità francese, oltre alla loro maggiore dimestichezza nel gestire i momenti cruciali delle partite.

Un secondo tempo punto a punto, con un finale vietato ai deboli di cuore, in quei minuti che in passato ci “regalavano” il crollo fisico degli Azzurri.

E invece abbiamo finito lì, sui cinque metri, a pochi centimetri dalla definitiva consacrazione al livello top del rugby mondiale, centrando anche il punto di bonus.

Ancora qualche ritocco, maggiore precisione e una mediana meno “svagata” e questa Italia, come successo oggi contro i transalpini, potrà giocarsela per vincere.

Il paradiso rugbistico è qui, finalmente a portata di ovale.

Arrivederci, Lord Gianluca

L’addio di Sinisa suonava già come un triste presagio.

La generazione di fenomeni passati dal miracolo blucerchiato, i ragazzi terribili capaci di parlare e lanciare messaggi anche fuori dal campo, si sono ritrovati persino a combattere contro un nemico comune.

E hanno perso, dopo aver lottato strenuamente, a testa alta, con l’orgoglio di chi ha fatto del sudore e del sacrificio una ragione di vita.

Gianluca Vialli aveva fatto della propria vita un capolavoro, passando dal campo alla panchina, per approdare alla dirigenza calcistica, restando uomo di campo, dispensatore di consigli, uomo vero in un mondo del calcio pieno zeppo di maschere e banalità.

Il grande male lo aveva reso più saggio, consapevole del suo ruolo di uomo pubblico e di quanto la sua esperienza potesse diventare un esempio su come affrontare l’appuntamento con una morte quasi certa.

Lo ha fatto con orgoglio e con una profondissima dignità, facendoci commuovere con quell’abbraccio londinese a Roberto, fratello di gol e scorribande, di professione allenatore degli Azzurri.

Piangeva, Gianluca.

Piangeva perché sapeva che quella gioia sarebbe potuta essere una delle ultime di una carriera che lo ha visto alzare tutte le Coppe delle competizioni UEFA.

Ci piace pensare che adesso invece sorrida, in quel fazzoletto di Cielo color diamante che accoglie anche Sinisa e Pelé: un grande centrocampo, un attacco atomico.

Riposa in pace, Campione.