Le grand Nadal

Non più tardi di otto giorni fa, il “suo” Real Madrid, in quel di Parigi, conquistò la 14esima Coppa dei Campioni e subito il parallelismo fu facile. Rafael Nadal, quel giorno presente allo Stade de France, a pochi chilometri di distanza era alla ricerca del suo 14esimo Roland Garros. Sembrava molto difficile che questa potesse essere più di una suggestione, romantica, ma pur sempre una suggestione.

E invece forse nella finale meno combattuta tra tutte le 14 disputate, ma con alle spalle il percorso più difficile per arrivare in fondo, Nadal ha battuto 4 top ten, è stato in campo per oltre 20 ore complessive e ha ancora una volta aggiunto un tassello in più verso l’inarrivabilità dei suoi record, sollevando al cielo per la 14esima volta la coppa dei moschettieri.

Ed è una sconfitta non solo per Ruud ma in generale per quello che voglia significare la next Gen, o concetti del genere, che perdono di significato ogni volta di più, di fronte ai fatti concreti. Due slam su due vinti quest’anno da un 36enne che senza gli antidolorifici forse non starebbe neanche in piedi. Immenso e senza fine lui, troppo poco il resto. Solito noto (o Nole…) a parte.

Carlo Galati

MitIga Swiatek

A Iga vogliamo bene. Lo diciamo subito e a gran voce. L’abbiamo seguita e sostenuta nella sua prima storica cavalcata in quel di Parigi nel 2020, in un torneo atipico giocato con i primi freddi dell’autunno. Sollevò la coppa nello stupore generale, tracciando un primo indelebile segno sulla terra rossa.

A due anni di distanza è nuovamente lì, sullo Chatrier a sollevare quella coppa che questa volta ne sancisce il ruolo di regina indiscussa del tennis femminile mondiale. Ha perso solo 33 giochi in tutto il torneo, un solo set e ha una striscia positiva di 35 vittorie consecutive, eguagliando il record di Venus Williams, la più lunga del millennio.

E le vogliamo bene perché oltre ad essere un’indiscussa campionessa è anche un cervello pensate. Non banale. Bellissimo il pensiero rivolto all’Ucraina, lei da polacca, impossibile l’indifferenza. “L’Ucraina resti forte. Speravo che la situazione migliorasse. Non è stato così, ma ho ancora speranza”. E mentre le altre disegnano cuoricini esprimendo banalità, un pensiero così forte nel momento più importante dà la misura della donna prima ancora che della campionessa.

Carlo Galati

Martina e un sorriso che vale tutto

Sono passati due anni da quel match che regalò all’Italia che ama il tennis, Martina Trevisan. Quel giorno battendo Coco Gauff si regalò non solo la possibilità di vivere un sogno ma si scrollò di fossi definitivamente una storia difficile, l’abbandono al tennis e poi il ritorno. Perché i grandi amori sono così, fanno giri immensi e poi ritornano.

Il grande amore di Martina è il tennis e lo si capisce dal sorriso che usa come strumento per concentrarsi, per scaricare la tensione: quanti che praticano questo sport hanno fatto o hanno visto fare una cosa del genere? Come quando dopo il primo match point fallito su Fernandez, ha tirato un sospiro di sollievo, respirato e sorriso. Un sorriso sincero, preludio ad un terzo set vinto, nonostante la tensione per qualcosa di grande che si stava materializzando, abbia provato a scioglierlo quel sorriso.

Ce l’ha fatta Martina. È in semifinale al Roland Garros. Se i quarti di due anni fa sembravano l’Olimpo, questa volta siamo già oltre. Dall’altra parte della rete ci sarà sempre lei, Coco Gauff, allora come adesso giovane promessa. Si può fare, allora come adesso. Martina dovrà trovare prima di tutto quel sorriso: sarà la sua chiave vincente.

Carlo Galati

Il Nottingham Forest è tornato

È nato nel 1979, proprio mentre il Nottingham Forest conquista la prima di due irripetibili Coppe dei Campioni: Steve Cooper non sarà Brian Clough, leggendario allenatore dei tricky trees, ma siede sulla stessa panchina e dopo 23 anni ha riportato quella squadra in Premier League.

È il sogno di una città intera e della sua orgogliosa gente passata dalla massima gloria europea al declino verso gli inferi del calcio professionistico inglese; era retrocesso in seconda divisione nel 1999 e non era più riuscito a risalire, subendo anche l’onta di scivolare in League 1 nel 2005, da cui era riuscito a risalire solo nel 2008. Poi 13 stagioni in Championship in cui non era mai andato oltre il 3° posto, centrato nel 2010.

Eppure la nobiltà calcistica non è qualcosa che gli arabi o i magnati, più o meno identificati o identificabili, possono comprare al mercato sfruttando la pesante moneta di chi ha la sfacciataggine di voler comprare tutto. Quel romantico ideale di sogno trova in quella maglia la sua più reale versione, nel ricordo di ieri nella gioia di oggi.

Carlo Galati

The importance of being Ancelotti

È tutto vero. Ancelotti è il primo nella storia della Champions League a fare poker in panchina. Ha staccato Bob Paisley, che col Liverpool ne ha conquistate tre (1977, 78 e 81), battendo proprio i Reds (per altro per la seconda volta, la prima col Diavolo ad Atene nel 2007), e Zinedine Zidane, che tra il 2016 e il 2018 fece tris col Madrid. Insomma un intreccio di destini incrociati che raccontano una storia magistralmente incredibile.

La storia di un uomo che di Champions ne ha sollevate anche due da giocatore. Per giocare la finale di Parigi, che arriva dopo il successo in Supercoppa di Spagna e nella Liga, unico a vincere nei cinque maggiori campionati europei, il suo Real è venuto a capo di un percorso molto complicato, probabilmente il peggiore possibile. Negli ottavi ha fatto fuori il Psg di Messi e Mbappé, ai quarti il Chelsea campione in carica, in semifinale il Manchester City di Guardiola. E poi, da sfavorito, ha messo k.o. il Liverpool. Un’impresa. Non c’è altro da dire, per un allenatore che in Italia dopo il Milan è stato maltrattato da chi non ne ha capito le potenzialità. Non stupiamoci del perché alcuni risultati non arrivino; ma questo è un altro discorso.

Oggi è il giorno in cui godersi il giusto trionfo che merita il miglior allenatore che il calcio italiano abbia mai avuto. Ode a Carletto.

Carlo Galati

“Non parlerò di basket”

È netto il coach Nba dei Golden State Warriors Steve Kerr, in una conferenza stampa poco prima di Gara 4 delle finali della Western Conference contro i Mavericks a Dallas, usando le parole dure che traboccano di rabbia e figlie del dolore. “Da quando abbiamo lasciato la sessione di allenamento, 14 bambini sono stati uccisi a 600 km da qui, e un insegnante. Negli ultimi dieci giorni, anziani neri sono stati uccisi in un supermercato a Buffalo, fedeli asiatici sono stati uccisi nel sud della California e ora i bambini sono stati uccisi a scuola”, ha detto Kerr, con la gola serrata e gli occhi annebbiati.

“Quando faremo qualcosa? Sono stanco. Stanco di venire davanti a voi per porgere le mie condoglianze alle famiglie devastate. Ne ho avuto abbastanza. Giocheremo stasera. Ma voglio che ogni persona che ascolta pensi al proprio figlio o nipote, madre o padre, sorella o fratello. Come ti sentiresti se questo ti accadesse oggi?” chiede Kerr.

“Vi rendete conto che il 90% degli americani, indipendentemente dal loro orientamento politico, vuole un controllo criminale o psicologico sui singoli acquirenti di armi? Siamo tenuti in ostaggio da 50 senatori a Washington che si rifiutano persino di mettere ai voti questa misura, nonostante ciò che noi, il popolo americano, vogliamo. I senatori non vogliono votare questa cose per conservare il potere. Ricordatelo: antepongono il loro interesse alla vita dei nostri bambini”.

Carlo Galati

Le 1000 e una vittoria di Djokovic

Nole è tornato ma forse non è mai andato via. Se qualcuno, infatti, avesse mai nutrito dei dubbi sulla sua tenuta mentale, atletica, tecnica, beh quei dubbi si sono dissipati di fronte ad una superiorità tecnica che ha ricordato a tutti il perché sul trono del tennis ci sia ancora seduto lui. Lo ha messo nero su bianco. Anzi, su rosso.

Il rosso di Roma ha dimostrato che è ancora lui il tennista da battere, al netto della scheggia impazzita Alcaraz (ma questo è un altro discorso) e che già a partire dal Roland Garros, che inizia ufficialmente settimana prossima, ci sarà da fare i conti con il campione uscente, uno dei pochi che su quel terreno è riuscito ad interrompere il predominio assoluto dell’imperatore Rafael.

Tornando al match sul centrale del Foro Italico non c’è stata storia. Un 6-0 iniziale e poi l’illusione data a tutti che la partita potesse riaprirsi ma in realtà non è stato così. Anzi. Il tie break finale ha sancito la superiorità definita del serbo che adesso ha nel mirino ancora Rafa e quel 21 che non è più solo un’ossessione ma un obiettivo. Da poter cogliere già a Parigi.

Carlo Galati

Alcaraz, il Niño che ha sconvolto il tennis

Che cosa possiamo dire ancora di Carlos Alcaraz? Era dai tempi di Nabaldian, nel 2007, che un tennista fosse in grado di battere nello stesso torneo il numero 1,2 e 3. In un crescendo rossiniano il 19enne spagnolo porta a casa lo scalpo di Nadal, Djokovic e Zverev, l’ultimo di questi battuto concedendo solo 4 game in finale. Semplicemente mostruoso.

Il nuovo Niño emoziona, gioca a tutto campo, senza paura intaglia dropshot imprendibili e martella rovesci lungolinea con la fluidità di Federer, si allunga sul campo con l’elasticità di Djokovic, morde i punti che contano e fionda il diritto come Nadal; ha la stessa mente tennistica di Murray. Un riassunto di quello che il tennis sa offrire se paragonato ai Fab4 che hanno dominato il circuito negli ultimi 20 anni.

Il tema, sempre più attuale non è se, ma quando. Quando tempo ci vorrà prima che Carlos raggiunga il numero 1 al mondo? Tutto passa dalla vittoria in uno Slam; sarà già a Parigi? Il 3 su 5 è il tassello mancante per capire quando questo ragazzo potrà arrivare lì dove è destinato che arrivi. In cima al mondo.

Carlo Galati

Da Wembley a Como, il lungo viaggio della Cremonese

Il ricordo che abbiamo della Cremonese è molte volte legato a quel concetto di calcio romantico così in voga nella costante contrapposizione al calcio di oggi: il pane e salame di provincia contrapposto al Dom Perignon. Eppure molte volte è una visione errata; quanto squadre hanno avuto l’onore di alzare un trofeo a Wembley, per antonomasia luogo di nobilita calcistica? Quante italiane? Una di queste è la Cremonese.

Era il 1992, era la squadra allenata dal compianto Gigi Simoni che, in quello che era il torneo Anglo-Italiano batté il Derby County 3-1. Era la Cremonese di Turci, Giandebiaggi, Maspero, Florijancic, di una squadra di provincia che arrivò in A e li è stata per tre anni, fino al 7-1 subito col Milan il 12 maggio 1996. Poi l’oblio chiamato anonimato e Serie C.

Adesso dopo 27 anni il ritorno tra i grandi, il ritorno in Serie A, dopo la vittoria di Como ed una squadra di giovanissimi guidati da Pecchia in panchina e da un certo Ariedo Braida in tribuna, che avranno la voglia di continuare a stupire. Come quella notte a Wembley.

Carlo Galati

E tu, dov’eri quando Ayrton è morto?

È una delle domande a cui forse tutti sappiamo e sapremo dare sempre una risposta. Uno di quei momenti che hanno fermato non solo la vita di un uomo per sempre, ma in piccola parte anche la vita di tanti altri, fosse solo per un piccolissimo interminabile istante.

Erano le 14:17, gran premio di San Marino, corso ad Imola, curva del Tamburello. Il piantone dello sterzo a terra, i soccorsi, le lenzuola bianche a coprire gli occhi delle telecamere che non volevano essere indiscreti. Volevamo tutti sapere, non per morbosità, ma per affetto. Poi la radio che faceva rimbalzava notizie confuse, fino a quella definitiva; erano circa le 19 quando la sentenza arrivò definitiva. Ayrton è morto.

E con lui, un pezzo di chi gli ha voluto bene

Carlo Galati