Gp Austria, è dominio Verstappen

Ancora Max Verstappen. L’olandese trionfa nuovamente al Red Bull Ring, stavolta in occasione del Gran Premio d’Austria, valevole per la nona tappa del Mondiale 2021 di Formula 1. Per lui è la quinta vittoria stagionale, in una gara chiusa davanti a Valtteri Bottas. Terzo posto per la McLaren di Lando Norris, che chiude il podio con cinque secondi di penalità. Quarto Lewis Hamilton, che perde punti dalla vetta, mentre al quinto posto si piazza un super Carlos Sainz, che con una grande rimonta chiude davanti anche a Sergio Perez, davanti a lui ma penalizzato due volte per un totale di 10 secondi. Settimo Daniel Ricciardo, mentre in ottava posizione c’è un ottimo Charles Leclerc.

 “Un risultato in linea con quello che è il nostro potenziale su questa pista. Il quinto posto era sulla carta il massimo cui potevamo aspirare – e Carlos lo ha ottenuto con un’ottima gara – mentre Charles avrebbe meritato sicuramente di più”: il team principal della Ferrari, Mattia Binotto, sintetizza così il gp d’Austria al sito ufficiale della casa di Maranello.

 “Quello che mi preme sottolineare oggi è lo spirito che ha caratterizzato i nostri piloti- le parole di Binotto – Charles non ha esitato a lasciare la posizione a Carlos, che aveva gomme più fresche e performanti: ciò ci ha consentito di massimizzare il risultato di squadra. È lo spirito giusto, quello che ci deve far continuare in questo percorso di crescita”.
    Soddisfatto del quinto posto Carlos Sainz. “Abbiamo avuto due buone domeniche qui in Austria ma non siamo ancora dove vogliamo essere. Siamo molto ambiziosi e motivati, quindi continuiamo a spingere al massimo per migliorare nelle prossime gare”. Lo spagnolo guarda al futuro con ottimismo: “Lasciamo l’Austria con grande fiducia nel lavoro che stiamo facendo. Abbiamo messo in atto una gara impeccabile grazie a una buona strategia, un’ottima gestione delle gomme e un gran lavoro di squadra”, ha aggiunto.

Jannik, così no!

Da queste pagine abbiamo sempre sostenuto e alle volte difeso, Jannik Sinner, tutelandone la crescita sportiva e umana, infondendo speranza e pazienza ai nostri pochi ma affezionati lettori e non solo. E non lo abbiamo fatto per semplice partigianeria, ma perché reputiamo che lui, insieme ad altri azzurri, rappresenti il glorioso futuro del tennis italiano. Ma proprio per questi motivi, oggi siamo delusi dalla sua scelta di non partecipare alle Olimpiadi.

Non ritenere importante questo evento o considerarlo un intoppo nel proprio percorso di crescita è un errore e un autogol clamoroso. In primis perché non esiste manifestazione sportiva nella carriera di uno sportivo, che possa essere paragonata all’evento olimpico, un evento che se sei fortunato riesci a disputare 3 forse 4 volte in carriera. Non credete? Beh, ditelo a Djokovic che nonostante abbia vinto tutto, a 34 anni vola a Tokyo per giocarsi l’ultima occasione di vincere l’oro olimpico, orgogliosissimo di rappresentare il proprio paese. Ditelo a Larissa Iapichino che, quasi coetanea di Sinner, per volontà del destino, si è infortunata all’ultimo salto dell’ultima gara prima delle Olimpiadi. Chiedete a lei; chiedetele se non farebbe carte false per andare a disputare la competizione più importante della sua vita.

Ecco, rinunciare a questo grande onore, non per un oggettivo impedimento fisico, è un errore d’immagine enorme. I molto o pochi che siano, che non credono in lui, avranno una comoda palla da spingere nel campo avversario per segnare un 15 che si sarebbe potuto evitare. Ma non gettiamo la croce solo addosso al ragazzo, non sarebbe giusto. Chi ne ha la paternità tennistica ha una grande responsabilità tennistica e non solo. Sinner è un patrimonio italiano e tutti, soprattutto chi lo consiglia, hanno l’obbligo di tutelarlo sotto ogni punto di vista. Missione che, questa volta, è clamorosamente fallita. Dispiace.

Carlo Galati

(V)Erba volant, victoriae manent

È diventata ormai una piacevole abitudine quella dei tennisti italiani negli Slam; per il nono slam di fila, infatti, almeno un rappresentante del tennis azzurro raggiunge gli ottavi (l’ultimo senza: Australia Open del 2019). La famosa seconda settimana che prima era un miraggio per i nostri atleti adesso sta diventando l’obiettivo minimo.

Accade per di più che gli italiani agli ottavi, a Wimbledon, siano due, Matteo Berrettini e Lorenzo Sonego. Per intenderci, l’ultima volta in cui ciò accadde sui prati verdi di Londra, era il 1955, grazie a Pietrangeli e Merlo. Insomma, non proprio l’altro ieri.

Due partite fotocopie, vinte con la stessa erbivora autorità, dimostrando ancora una volta di essere i più completi tennisti italiani in circolazione, capaci di vincere e raggiungere finali su più superfici, giocando un tennis che si sposa bene con le differenti condizioni, mostrando un carattere e una determinazione che nel tennis rappresenta un valore aggiunto fondamentale.

Matteo e Lorenzo sono la bella Italia del tennis, sui campi dove si conquistano i galloni di nobiltà tennistica. Campi che hanno fatto la storia e che permettono ai giocatori meritevoli di entrarci, in quella storia. Nello specifico, una storia italiana ancora tutta da scrivere.

Carlo Galati

Mark, lo sprint infinito

Ci sono dei record che restano lì ad indicare agli altri la strada maestra: Eddy Merckx il 29 giugno di 52 anni fa ha indossato per la prima volta nella sua carriera la maglia gialla. E’ detentore praticamente del record di tutto, compreso quello delle vittorie al Tour de France, 34. Anche se di strada ancora da fare ce n’è ancora parecchia, è un numero che Mark Cavendish può pensare di insidiare: a Fougères arriva la 31esima per il britannico, addirittura 5 anni dopo la numero 30. Una emozione forte, vissuta tra le lacrime per un campione che sembrava destinato agli almanacchi e che invece, dopo una lunga astinenza, in questa stagione quegli almanacchi a ricominciato ad aggiornarli.

Lacrime e parole di ringraziamento per una squadra (la Deceunink) che ha fermamente creduto in lui, portandolo alla Grande Boucle come velocista di punta dopo il forfait in extremis di Sam Bennett. Una vittoria che a 36 anni sa di rivalsa e dimostrazione di forza lanciando un messaggio ai tanti che pensavano fosse finito: il traguardo è ancora lontano.

Carlo Galati

Gp di Stiria, dominio Hamilton. Profondo rosso per le Ferrari

Lewis Hamilton re di Stiria, e la Mercedes torna a dominare con la prima doppietta di stagione. Il britannico sei volte campione del mondo ha trionfato nel secondo gp, sul circuito di Spielberg in Austria dove solo una settimana fa aveva ‘deluso’ le aspettative con un quarto posto. Immediato il riscatto, con una corsa condotta dall’inizio alla fine, confermandosi anche per quest’anno l’uomo da battere, anzi l’uomo che fa una corsa a sè. I rivali l’hanno visto andare in testa al primo giro e poi l’hanno rivisto al traguardo per la premiazione. Secondo posto per il compagno di scuderia Valtteri Bottas, poi le due Red Bull di Max Verstappen e Alexander Albon. Quindi Lando Norris (McLaren), Sergio Perez (Racing Point) e Lance Stroll (Racing Point). Sul podio Hamilton alza il pugno chiuso, il suo gesto contro il razzismo, poi ringrazia il suo team, “è un’annata bizzarra, bello tornare qui e potersi esprimere a questo livello. Abbiamo tenuto la macchina in strada evitando i cordoli. Sono grato di essere tornato a vincere, mi sembra sia passato tanto dall’ultima volta anche se è stato solo un anno fa”.

Appena cominciata, e gia’ finita. Come la corsa delle due Ferrari sul circuito del gp di Stiria, anche sulla stagione della Rossa c’e’ gia’ una pesante ipoteca, dopo sole due prove del Mondiale.

“Ero in lotta con altre macchine, poi è arrivato Charles. Non sarebbe dovuto succedere”: così Seb Vettel ha raccontato a caldo il contatto con il compagno di squadra Leclerc al primo giro del gran premio di Stiria, costato poi il ritiro di entrambi i piloti della rossa. “Ho provato a guidare in modo conservativo – ha detto il tedesco a Skysport – ma poi mi sono dovuto ritirare. Era un bonus poter correre qui due gare di fila e lo abbiamo sprecato. La macchina dava buone sensazioni, peccato. Con gli aggiornamenti avrei voluto fare qualche giro in più per capire”.  Amareggiato Leclerc per l’incidente con Vettel costatoil ritiro di entrambe le rosse al gp di Styria. “Ho chiesto scusa a Vettel. Sono deluso di me, oggi non sono stato assolutamente bravo, devo essere onesto, ha detto ai microfoni di Skysport. Oggi c’era opportunità per fare bene. E’ tutta colpa mia, mi prendo la responsabilità, mi spiace tantissimo per il team che ha lavorato tanto per portarci avanti. Avevo tanta voglia di far bene, forse troppa voglia di far bene. Avrei dovuto pensare di più al momento del sorpasso, era Seb il mio compagno di quadra. Oggi è tutta colpa mia”.”Sono sempre onesto, oggi non sono stato bravo”, ha aggiunto il Leclerc. “Non ho altre parole e sono deluso di me. Ho detto a inizio anno che non volevo perdere opportunità e forse oggi c’era. Mi prendo la responsabilità, mi spiace per il team che ha lavorato tanto per gli aggiornamenti. Ho buttato tutto via io. Sono stato troppo ottimista, avevo visto un piccolo spazio ma non si fa questo con un compagno di squadra. Colpa mia, mi dispiace”.

L’inutile idiota

Prima della caduta del Muro l’utile idiota era un termine che veniva affibbiato a quelli che, nel sistema politico occidentale, simpatizzavano per il blocco sovietico. Erano utili perché ingrossavano le fila del partito comunista, che quindi li considerava come avamposto, idioti perché in soldoni la considerazione dei sovietici stessi, per loro, era poco più di zero. La citazione, per i pochi che non lo sapessero, è di stampo leninista.

Guardando le scene del Tour de France di oggi pomeriggio questo termine ci è tornato in mente e non certo per motivi positivi. Perché se è vero che comunque i sovietici facevano finta di snobbare i loro simpatizzanti aldilà del Muro, la tifosa sedicente (avremmo voluto scriverlo diversamente, intendete pure come) che per esporsi e ottenere un minimo di visibilità (?!) televisiva mette a repentaglio l’integrità dei corridori, non solo è idiota, ma è pure inutile. Pericolosamente inutile, pericolosamente idiota.

Carlo Galati

GP Francia, Verstappen vince il duello con Hamilton. Male le Ferrari

Max Verstappen fa suo il Gran Premio di Francia, interrompendo l’egemonia di Lewis Hamilton sul circuito ‘Paul Ricard’. Il britannico della Mercedes deve cedere al penultimo giro al rivale per il titolo che con la Red Bull torna sul gradino più alto del podio dopo Imola e Monaco. Una Red Bull che mette due monoposto tra i primi tre con il terzo posto del messicano Sergio Perez, capace di precedere Valtteri Bottas. Lontane, lontanissime le due Ferrari con Carlos Sainz 11° e Charles Leclerc addirittura 16°. Un passo indietro rispetto a quanto visto a Baku e a Monaco per la ‘Rossa’ che proverà a riprendersi dal prossimo Gran Premio in programma tra meno di 7 giorni in Austria. 

  “Siamo andati male non solo rispetto a Barcellona, ma rispetto a tutte le altre gare e anche a quanto visto venerdì – ha spiegato il team principal della Ferrari Mattia Binotto – abbiamo disputato una brutta gara, fuori dai punti, una batosta pensando alla classifica costruttori. Qualcosa non ha funzionato. Abbiamo avuto tanto graining e non ce lo aspettavamo. Lo vedremo dalle analisi, tra le ipotesi c’è il surriscaldamento delle gomme.
    Analizzare e capire è sempre il primo passo per correggere.
    Quest’anno a livello di temperatura delle gomme con il caldo siamo in difficoltà, erano problemi che sapevamo già di avere l’anno scorso e non c’è stata possibilità di intervenire perché sono stati congelati a livello regolamentare. Non voglio anticipare analisi perché sarebbero premature. Bisogna analizzare dati e parlare con i piloti.
    “Oggi è stato molto difficile – ha aggiunto Leclerc a Sky Sport – tocca a noi analizzare bene e capire perché fossimo così lontani in gara. Sia Carlos che io abbiamo fatto tantissima fatica. Con me abbiamo provato un ultimo pit-stop alla fine, ripartendo con le medie per fare qualcosa di diverso, e anche con i settaggi sul volante, con la guida. Io ho provato di tutto, però alla fine mangiamo queste gomme troppo velocemente e dobbiamo capire perché. Migliorare il passo gara? A breve termine non credo perché è un problema abbastanza grosso, soprattutto qui. Abbiamo fatto tantissima fatica. Risolverlo ci prenderà del tempo. Siamo ancora in tempo per fare bene per l’anno prossimo, ma dobbiamo veramente capire cosa ci sta rallentando”. 

Il Queen’s ha un nuovo Re

E’ il torneo della Regina, quello che si gioca nel suo di club. E’ per definizione l’anticamera perfetta alla nobiltà suprema del tennis, su questi campi si guadagnano quarti di nobiltà che è difficile, quasi impossibile trovare altrove. Vincere a Londra, sull’erba, è un privilegio che è concesso a pochi meritevoli. Matteo Berrettini è, adesso, uno di loro.

Battuto in finale il padrone di casa Cameron Norrie, al termine di una combattutissima partita, tirata fino al terzo e decisivo set, Berrettini ha mostrato tutta la sua classe superiore abbinata alla potenza di servizio e dritto che nel circuito hanno pochi, pochissimi rivali e paragoni plausibili. Uno nel passato: di nome fa Pete.

Con la vittoria al Queen’s, diventa il primo giocatore italiano a vincere due titoli sull’erba, il secondo dopo Stoccarda 2019, mette in bacheca il quinto titolo ATP, il primo 500 della serie. Secondo torneo stagionale dopo Belgrado su terra rossa, in casa Djokovic. Insomma, il numero 1 italiano, lucida i galloni, mostra i muscoli e certifica il proprio primato lanciando un segnale netto a tutti: dietro c’è ancora tanto da fare, in primis vincere.

Matteo sa vincere, ha la maturità giusta dall’alto dei suoi 25 anni per affrontare con il piglio giusto le situazioni più spinose, fronteggiare e adattare il proprio gioco ai cambiamenti che i momenti dell’incontro gli mostrano costantemente ogni qual volta possa sembrare che il traguardo sia lì, a portata di mano. Le scelte giuste, nei momenti giusti. E’ questa la maturità che serve per giocare questo sport ad alti livelli e, mi dispiace per i tanti che pensano che possa essere infusa dall’altro: non è così.

Non resta che essere felici, per il tennis, per Matteo e per Wimbledon. In linea d’aria a poche miglia di distanza da dove oggi si è vinto sventolando un tricolore che da queste parti non si era mai visto volteggiare nell’aria grazie alle gioie di una racchetta e una pallina. Sognare non costa nulla, è anche azzardato farlo gratuitamente ma, diteci, in quanti possono battere, ad oggi, questo Berrettini sull’erba? Contiamoli: non sono tanti. Forse vale la pena provare a viverlo, quel sogno.

Carlo Galati

Benetton Treviso sul tetto del mondo

Ci sono giorni che sono destinati a restare nella storia di uno sport. Giorni che ripagano di amarezze, delusioni, botte (tante) prese in campo e quelle che forse fanno più male che arrivano dall’esterno di un movimento rugbystico italiano che negli ultimi anni ha raccolto solo delusioni.

Il 19 giugno 2021 sarà uno di questi giorni per il Benetton Treviso e per il rugby italiano: salire sul tetto del mondo con la vittoria della Rainbow Cup Pro14. I Leoni hanno annichilito, grazie ad una partita quasi perfetta i Bulls sudafricani, arrivati in Italia con il favore del pronostico ma di fatto annichiliti dal gioco, dal carattere e dal coraggio dei biancoverdi di coach Kieran Crowley. Il tecnico neozelandese chiude il suo ciclo trevigiano nel miglior modo possibile, alzando il primo trofeo dell’era «celtica» del Benetton e consegnando alle mani di Marco Bortolami una squadra che ora sa come si vince. Cinque le mete realizzate che portano la firma di Ioane, Els (meta dell’ex), Lamaro, Padovani più una meta tecnica allo scadere del primo tempo.

La portata di questa vittoria è storica; basti pensare che mai un club italiano si era spinto fino a questo punto, mai nessuna squadra aveva mai vinto un titolo così importante a livello internazionale. Giusto merito ad una famiglia, i Benetton, che nel rugby hanno investito, creduto e alla fine vinto. Null’altro da dire, se non bravi, bene, bis. Il rugby italiano ha fame di vittorie.

Carlo Galati

Il tiro nell’eternità

La sublime rappresentazione della perfezione è racchiusa in questi pochi istanti, in un elevazione che dura giusto il tempo di trattenere il respiro con la sensazione che duri per sempre.

Perché il gesto non si è mai realmente concluso e non si concluderà mai, almeno fino a quando ognuno di noi non smetterà di stupirsi ogni volta, come se fosse la prima.

Se “The Last Dance”, l’ultimo ballo, è la definizione per l’annata 1997-98 dei Chicago Bulls, l’ultima versione di una squadra mitica e irripetibile, “The Last Shot”, l’ultimo tiro, non può che essere riferito al canestro di Michael Jordanche segnò l’epilogo e il lieto fine di quella cavalcata, tanto clamorosa quanto difficile e controversa. Era il 14 giugno 1998, al Delta Center di Salt Lake City, Utah. Finali NBA 1998 tra Utah Jazz e Chicago Bulls che vinsero il titolo grazie a quella magia.

Sono passati 22 anni e Jordan è ancora lì; sospeso in aria mentre osserva la parabola perfetta che, dalle sue mani, trova la poesia eterna nel soave suono di una vittoria che vuol dire eternità.

Carlo Galati