Djoko, partita, incontro

Novak Djokovic lascia l’Australia e gli Australian Open a seguito di un provvedimento dei giudici della Corte Federale, a causa del suo mancato vaccino e del pasticcio brutto che lo ha trasformato in una icona no-vax, forse persino oltre le sue iniziali intenzioni.

In quella “bolla” nella quale vivono i tennisti, ancora più bolla per il numero uno con tanti zeri nel conto in banca e uno staff pagato anche per pensare al suo posto, nessuno si era preoccupato della legge australiana.

Neppure gli organizzatori degli Open, convinti che nessuno potesse negare un posticino nella terra dei canguri al testimonial del tennis degli dèi.

Hanno fatto male i conti. Tutti.

Li hanno fatti talmente male da contribuire con una comunicazione fra il demenziale, il grottesco e il criminale, a intaccare l’immagine di Nole, finito a fare l’immaginetta per la minoranza anti-vaccinista mondiale, per giunta quella dell’ala complottista. La malattia, vera o presunta, le immagini del presunto malato a un evento, i certificati, la presunzione di poter riscrivere le regole in una Nazione che sui confini nazionali non ha mai scherzato: tutto questo non è da numero uno e lo sappiamo.

È già tanto che questa partita sia arrivata al quinto set, ma la vittoria di Nole avrebbe gettato nel ridicolo le autorità australiane, improvvidamente forti con i deboli (tutti coloro i quali si presentano alla frontiera senza i titoli per entrare) e debole con i forti (il tennista multimiliardario).

Ne avremmo fatto volentieri a meno.

L’unica divinità che vorremmo rivedere in campo è il Nole tennista, non la fotocopia di Gesù di Nazareth descritta dal pittoresco genitore serbo in conferenza stampa o l’osannato mentore di qualche “scappato di casa” convinto che col vaccino moriremo tutti in pochi mesi, cadendo come mosche.

E se il Governo vuole fare davvero la cosa giusta, solleciti la propria Federerazione tennis a gestire meglio situazioni potenzialmente a rischio deflagrazione: in fondo se Nole ha preso quell’aereo, pur con tutte le sue colpe, è anche perché qualcuno gli aveva detto di prenderlo.

Gioco, partita, incontro.

Addio a Galeazzi, cantore dello Sport.

La prua dell’Italia davanti alla Germania, nel concitato finale del “due con” di Seoul ‘88, l’amore sconfinato per il Canottaggio, che gli aveva regalato, da atleta, anche il titolo nazionale nel 1967, il competente e appassionato eloquio tennistico, l’amore per lo sport in generale: sono frammenti dell’esistenza di Giampiero Galeazzi, uno degli ultimi tedofori dell’olimpismo giornalistico, fatto di professionisti per i quali voce, competenza e “scuola” contavano più dei like sui profili social o le frequentazioni gossippare dei salotti buoni.

Giampiero ci lascia.

Lascia lo sport, svuotando il teleschermo della sua immagine ingombrante da gigante buono, ma non lo fa per sempre.

“Per sempre” non esiste quando si lascia una traccia indelebile del proprio percorso terreno, nella vita quotidiana come nelle professioni che garantiscono una ribalta.

Bisteccone, come veniva affettuosamente chiamato, dialogava da pari a pari, da sportivo a sportivo, con Carmine e Giuseppe Abbagnale, Beniamino Bonomi e Antonio Rossi, gigioneggiava con Peppiniello Di Capua, timoniere dell’armo storico delle olimpiadi coreane, come con Adriano Panatta, suo amico e compagno di telecronache.

Galeazzi era la Coppa Davis, anche in anni nei quali la massima aspirazione, per la crisi italica di talento, era una vittoria al quinto di Paolino Canè.

La voce graffiata, come un cantante rock, il timbro grave e robusto da baritono, l’allegria sconfinata di chi ama quello che fa, resteranno scolpite nella pietra preziosa della memoria sportiva della nostra Nazione, associata a un Tricolore che sventola e a una medaglia d’oro, in quella magica alchimia che riunisce l’impresa sportiva all’aedo che l’ha cantata.

Ciao, Giampiero.

Hai messo la prua, stavolta per sempre, davanti a tutti.

Il morso del Cobra

Nell’anno incredibile dello sport italiano mancava una vittoria epica, un’impresa d’altri tempi, una storia di grande fatica da raccontare ai nipoti.

Ci ha pensato un trentunenne di Desenzano del Garda, un ciclista, uno che forse non è “nato” campione, ma che quest’anno ha centrato prima il titolo europeo e oggi ha consacrato la propria carriera nell’Inferno del Nord, nella Classica delle Classiche, caracollando fra pavé e fango.

La Parigi-Roubaix è tua, Sonny.

In quella maschera di fango che si presenta alle porte del mitico velodromo, insieme al più dotato (sulla carta) Van der Poel e a Vermeersch, c’è l’alfa e l’omega del ciclismo, la poesia delle sfide impossibili, il bianco e nero delle immagini di repertorio delle imprese che lasciano il segno.

E c’è Sonny, nell’anno di grazia 2021, che corre col cuore e con la testa, perché non sbaglia nulla e controlla gli avversari da consumato finisseur, cosciente di essere il più veloce del terzetto uscito indenne da cadute, salti di catene, forature e condizioni ambientali da tregenda.

Le stesse condizioni che hanno negato l’impresa a un altro Italiano, Gianni Moscon, cavaliere in fuga solitaria pronto a fare l’impresa, frenato da una doppietta di sfortuna, foratura e caduta.

C’è Sonny con quel Tricolore che quest’anno scardina ogni pronostico, fa impazzire gli Inglesi, tormenta i sonni dei Belgi, annichilisce i favoriti della vigilia in ogni disciplina.

Piange come un bambino sporco di fango sul traguardo di Roubaix e sa di averla fatta grossa: un ciclista è un ciclista, può diventare protagonista con la vittoria di un giorno a un campionato europeo, ma se taglia il traguardo per primo, dopo sei ore di battaglia, nell’Inferno del Nord, quel ciclista diventa leggenda.

Il ciclismo italiano esulta e riporta la Classica a casa, ventuno anno dopo Andrea Tafi.

Roubaix, Francia settentrionale, Anno del Signore 2021.

Due grandi cuori (azzurri) nella pallavolo

Dopo le Donne, anche gli Uomini centrano il titolo continentale.

È valanga azzurra.

Al quinto set, come tutti i thriller che si rispettino. Contro la Slovenia che ha liquidato i favoriti padroni di casa della Polonia.

Con una squadra consapevolmente imbottita di giovani e giovanissimi, rendendo la vittoria europea ancora più dolce: questa squadra, forgiata nel fuoco dal proprio demiurgo in panca, Fefè De Giorgi, potrebbe aprire un ciclo e batte un colpo tanto inaspettato, quanto emozionante.

L’Italia che vince anche a briscola in un 2021 di platino, riconquista il primato in uno dei tre sport nazionali, la pallavolo: quella che a livello giovanile riempie palazzetti e pomeriggi dei giovani italiani, quella che vinceva tutto, quella dei Bernardi e della generazione di fenomeni.

E siamo anche i primi, nella storia, a vincere l’Europeo sia nel maschile che nel femminile, nella medesima edizione.

E lo fa puntando sugli incoscienti diciannove anni di Michieletto, su qualche quasi sconosciuto pescato dal cilindro, su otto esordienti, otto, sulla forza del collettivo che trova per strada anche il talento cristallino del singolo.

Un’Opera complessa, per solisti e orchestra, che stasera contro la Slovenia diventa un misto fra la Cavalleria Rusticana e la Cavalcata delle Valchirie.

Cinquanta minuti di applausi, una medaglia d’oro che brilla, un Tricolore che sale sul pennone più alto.

Fermate qui il 2021 dello sport.

Non vogliamo scendere.

Postcards from Tokyo #15

4×100, Italia d’Oro e d’Alta Velocità

La solidità di Patta, l’esplosività di Jacobs, la curva di Desalu, il talento lanciato di Tortu: shakerare nella notte giapponese, sul bancone dorato delle Olimpiadi più incredibili della storia, e il cocktail è micidiale.

Il quinto Oro nell’Atletica è il termometro del movimento, la cartina al tornasole, l’assicurazione sul futuro glorioso della velocità azzurra e dell’Atletica.

Nell’anno del lockdown, mentre gli statunitensi lottavano contro l’azzeramento delle sponsorizzazioni e la crisi dei talenti, alle nostre latitudini si è lavorato a testa bassa, puntando sui successi a livello giovanile della nostra atletica e sulla valorizzazione di gente come Jacobs e Tamberi, sulla maturità agonistica dei marciatori, sull’entusiasmo di una Nazionale giovane.

E forte.

La 4×100 che mette il muso davanti a tutti è da “orgasmo” sportivo, quanto e come i 100 metri di Marcell, con quella sfrontata dimostrazione di forza e di geometrica potenza: quattro cambi quasi perfetti e quella frazione lanciata dell’enfant prodige deluso, ma concentrato proprio sulla staffetta, magnifica ossessione.

Battuto l’inglese, sul filo di lana, ai rigori, tutti gli altri lontanissimi, ad osservare impotenti le terga del quartetto veloce più bello del mondo, con il Tricolore moltiplicato per quattro a sventolare ancora sul pennone di questi Giochi, fra un Inno di Mameli e l’altro a ricordarci che questo è il decimo squillo, il quinto nell’Atletica.

È bellissima, e dolcissima, la notte azzurra di Tokyo, nell’Olimpiade dei record, nella quale tradiscono solo gli sport di squadra, tranne una: la storica 4×100 metri piani di Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

Postcards from Tokyo #13

Antonella, Oro di Puglia

Dopo Stano, un’altra faticatrice nata e cresciuta nel tacco dello Stivale: è la pugliese Antonella Palmisano, atleta trentenne che ha dominato la venti chilometri di Marcia e centrato l’ennesimo oro della incredibile spedizione azzurra dell’Atletica.

Stesso allenatore di Stano, stessa infanzia condita con l’olio buono e piccante di Puglia, stessa maturità agonistica a schiantare avversari lasciati lontani, senza la necessità di “sporcare” la tecnica di marcia per andare più forte.

Guardi in faccia Antonella e ti vengono in mente Maurizio Damilano, Abdon Pamich, Sandro Bellucci, Annarita Sidoti, Giuliana Salce, Ileana Salvador, Elisa Rigaudo, Eleonora Anna Giorgi, Giorgio Rubino, Ivano Brugnetti, Michele Didoni, Giovanni De Benedictis.

E forse dimentichiamo qualcuno.

La marcia, insomma, quel mondo incredibile nel quale la fatica non è tutto, perché bisogna anche dimostrare perfezione nel gesto atletico e doti strategiche in gare, spesso, ad eliminazione.

La marcia generosa, praticata da gente generosa, per una Italia dell’Atletica che ha sbancato Tokyo, contro ogni pronostico, ben al di là di ogni previsione.

Oggi sul gradino più alto c’è la marciatrice di Mottola, la ragazza con il fiore portafortuna in testa, cucito dalla madre, per far capire al mondo che non sappiamo solo soffrire, ma anche vincere, tanto e bene.

Postcards from Tokyo #12

Stano, in Marcia verso l’Oro

Neanche gli aruspici più ottimisti avrebbero letto i segnali provenienti dalla Regina dei Giochi, così avara di soddisfazioni nelle ultime edizioni e in crisi nerissima di risultati.

Dopo la pista, con i sigilli di Jacobs e Tamberi, è la strada a dare un’altra soddisfazione all’Italia, con il passo di marcia del ventinovenne di Palo del Colle, Massimo Stano.

Tacco e punta devastanti, dal primo all’ultimo chilometro, a sfiancare la resistenza dei due Samurai, Ikeda e Yamanishi, e testare la propria, con una grandissima attenzione alla tecnica di marcia.

Un’azione che non lascia scampo agli avversari e che proietta Massimo lassù, su quel gradino del podio occupato nella storia da Maurizio Damilano, trentun’anni dopo Mosca ‘80.

Risorge la Marcia, risorge l’Atletica, risorge l’Italia dello sport, nonostante le delusioni provenienti dagli sport di squadra, grazie ad atleti abituati a soffrire in silenzio macinando chilometri o nuotando per ore, da soli, con i sogni nel cassetto a fare loro compagnia.

Sono loro i simboli di questa avventura olimpica, nella quale è il movimento olimpico ad uscire vincitore molto più che le foto di gruppo patinate degli ex squadroni di invincibili.

Vi vogliamo così.

Come Massimo Stano, da Palo del Colle, marciatore.

Postcards from Tokyo #8

La tempesta (d’Oro) perfetta

A Tokyo i quindici minuti che non ti aspetti: doppio oro azzurro, con Tamberi nell’alto e Jacobs nei 100 metri.

I piazzamenti, le finali, i tanti giovani sui quali la Federazione ha costruito in questi anni sulle macerie delle ultime due Olimpiadi: tutto bello, tutto giusto, ma nessuno poteva immaginare l’istantanea di Marcell Jacobs e Gianmarco Gimbo Tamberi che si abbracciano, tricolore in mano, dopo aver sbancato Tokyo in quindici minuti che resteranno nella storia dell’Atletica e dello sport italiano.

Due ori in due specialità nobili dell’atletica, salto in alto e cento metri piani uomini.

I 100 metri, la palestra privata dei colossi made in USA, Gran Bretagna e Giamaica, il tappeto rosso calpestato da Carl Lewis e Usain Bolt, oggi vengono scartavetrati da un ragazzone italiano, capace di abbattere il record europeo due volte, prima in semifinale e poi nella finale, dominata con un 9.80 stratosferico, impronosticabile, dolcissimo.

E sull’altra pedana Gimbo, il saltatore che accarezza il cielo, baciato troppe volte dalla sfortuna e perseguitato dagli odiatori seriali della rete per la sua estrosa gestione dell’immagine pubblica.

Due ragazzi campo e fatica, due lavoratori dello sport che hanno costruito questo successo con abnegazione e pazienza.

Increduli loro, increduli noi.

Quel tricolore che sventola due volte in pochi minuti, sul campo della Regina dei Giochi, è il suggello su una spedizione fino ad ora contraddistinta da alti e bassi, con tante medaglie e pochi Ori, comunque prodiga di segnali di vitalità e di programmazione in discipline che ci si ricorda esistano solo ogni quattro anni.

E non è finita.

Anche se questi due ce li sogneremo la notte, c’è da giurarci.

Un lampo, anzi due, illuminano la notte giapponese: Gimbo e Marcell, meravigliosi gemelli d’Oro di una Italia che vince anche dove conta di più, quando gli altri non se lo aspettano, facendoci impazzire di gioia.

E di orgoglio tricolore.

Postcards from Tokyo #5

Il teorema di Federica

L’immortale, la Divina, la fucina di medaglie di vari materiali preziosi, ha compiuto nella umida mattina giapponese l’ennesima impresa.

Quinta finale olimpica consecutiva nei 200 stile libero, acciuffata col terzo posto nella sua semifinale, dopo una batteria che l’aveva vista quindicesima su sedici concorrenti ammesse.

Aggrappata al turno successivo e prematuramente data per “finita”, anche stavolta, la miranese si presenta ai blocchi per scrivere la storia e lo fa nel modo più bello: nuotando, con quel suo incedere a scatti, frullando l’acqua in corsia uno, inusuale e defilato tappeto rosso verso la gloria.

Lei è Federica, però, e se ne frega della corsia. Piange, avvisa tutti che in finale si divertirà, perché la finale era l’unico obiettivo, e trasmette al mondo l’amarezza per la sua penultima vasca in un 200 olimpico.

Forte come una Dea del Mare, elegante come una sirena, meravigliosamente umana quando mostra a favore di telecamera le proprie debolezze.

Un’altra Pellegrini non nascerà mai più e bisognerebbe dedicarle, in vita, un monumento: grazie alla campionessa totale, grazie alla donna che ha conquistato 58 medaglie preziose in competizioni internazionali, grazie alla primatista del mondo plurima, migliaia di ragazzini hanno scelto una piscina come palestra e il nuoto, lo sport, come stile di vita.

Basterebbe questo, invece c’è molto altro dietro e dentro Federica: c’è la campionessa che lascia un segno indelebile nello sport mondiale e lo fa da vincente.

Col tricolore nel cuore e la quinta finale olimpica da onorare, Federica dimostra per l’ennesima volta il proprio personale “teorema”, quando al crescere dei disfattisti e dei detrattori, aumentano le sue probabilità di centrare un altro obiettivo vincente.

Adesso mettiamo la sveglia alle 3,30 e divertiamoci.

Con Federica.

L’Italia che ha “reinventato” il Calcio.

Dio salverà anche la Regina, ma non crediamo farà lo stesso con la Nazionale inglese di calcio.

Sono passati pochi minuti dall’ultimo rigore della serie che chiuderà l’Europeo di calcio, consegnandolo meritatamente agli Azzurri di Mancini, quando i sudditi “in mutande” di Sua Maestà si producono in una esibizione di dubbio gusto, sfilando platealmente dal collo la medaglia riservata agli sconfitti.

E lasciano lo stadio prima della premiazione dei vincitori.

Ci vuole stile nella vittoria, figurarsi nella sconfitta.

L’Inghilterra non riporta a casa il calcio, anzi: a riportarlo a casa è una Italia solida e plasmata sulle idee di Roberto Mancini, nelle quali la versatilità del collettivo e la capacità di adattamento all’avversario vanno ben oltre, quanto a importanza, al tasso tecnico individuale.

Eppure in questa avventura continentale itinerante la Nazionale ha scoperto anche individualità di tutto rispetto, che non pensavamo potessero emergere con questa prepotenza: tolti Jorginho e Verratti, già consacrati a livello internazionale, questo è stato l’Europeo di Donnarumma, Spinazzola, Barella e Locatelli, solo per citare quelli con la carta d’identità elettronica, sorretti da un monumentale Federico Chiesa, un Insigne senza fronzoli e col “tiraggiro” che fa male, e dell’accoppiata di centrali d’esperienza, Bonucci e Chiellini.

Vince l’Italia del calcio, 53 anni dopo l’ultimo trionfo europeo; vince anche sulle macerie della mancata qualificazione mondiale, costretta a ricostruire una identità annacquata dagli interessi superiori delle squadre di club e dalla apparente crisi di talento.

Vince e convince proprio nel momento più difficile, in una Nazione piegata dall’emergenza Covid, con le cicatrici visibili nel proprio tessuto economico e sociale.

Vince, convince e, come sempre accade, la religione laica del pallone annuncia con le campane a festa che l’Araba Fenice rinasce dalle proprie ceneri, dimostra di avere nel DNA il successo, contro tutti, contro ogni evidenza, seppur in apparente inferiorità di mezzi rispetto ad altre corazzate finanziario-calcistiche.

Vince e convince giocando bene e manifestando superiorità quasi per tutto l’Europeo, rispolverando la difesa granitica solo, e per fortuna, contro i maestri spagnoli del tiki-taka.

Vince e convince con un uomo capace di restare in piedi sulle rovine, senza proclami e con l’etica del lavoro come mantra: Roberto Mancini e la sua squadra di ex-doriani, soprattutto grandi amici, che sembrano venire fuori da un dipinto del Futurismo rivisitato di Schifano.

Parliamo di Gianluca Vialli, Attilio Lombardo, Chicco Evani e Fausto Salsano.

Una bella storia, una medaglia sul petto, una Coppa riportata a casa.

La nostra.

Una storia soddisfacente quanto l’Impresa di Alessandria e più dolce del Christmas Pudding la mattina di Natale, unita alla sensazione di aver fatto felici, come effetto collaterale, numerosi sudditi di Sua Maestà di sangue scozzese e irlandese.

E poi, last but not least (per dirla all’inglese) il suono melodioso e vincente di due parole: “Campioni d’Europa”.