Una (bella) storia italiana

In finale con l’Italia vanno anche questi due: Roberto Mancini e Gianluca Vialli, gemelli in campo, calciatori di grande stile, oggi artefici, ciascuno nel proprio ruolo, del “miracolo” di una Italia del calcio raccolta in frantumi e trasformata in pietra preziosa.
Nella gioia liberatoria di Vialli a fine partita, nella sua storia, nella sua sofferenza silenziosa, c’è qualcosa da raccontare che va oltre la solita narrazione un po’ banale del pallone dei grandi.

C’è la vita che da e toglie, le luci della ribalta e quelle della sala operatoria, i titoli dei giornali e i silenzi della solitudine, quella di chi combatte una battaglia fuori dal campo di gioco.

Roberto e Gianluca, Gianluca e Roberto.


E poi undici ragazzi in campo, a loro immagine e somiglianza.


In finale.

I leoni di Belgrado

L’Italia profana il tempio del basket, a Belgrado, domina la Grande Serbia e stacca un biglietto per Tokyo che nessuno avrebbe mai pensato neppure di stampare.

I ragazzi azzurri entrano sul parquet senza un briciolo di paura o timore reverenziale, affidandosi alla sfrontatezza di Nico Mannion, di Polonara, di Fontecchio e di ogni “leone” chiamato a dare minuti, muscoli e ritmo.

Nessuno pensava di poter prendere a schiaffi il gigante Marjanovic o Teodosic, eppure in quella nuvola d’argento dalla quale ci guardano Pozzecco, Galanda o Marconato, gli eroi di Atene 2004 (ultima partecipazione ai Giochi dell’Italbasket) si nasconde la tempesta perfetta che ribalta ogni pronostico. S

egniamo tutto, difendiamo tutto, sembriamo serbi dalla linea dei tre punti e mettiamo i liberi come veterani, gestendo anche le piccole crisi, portando il punteggio a +25, prima di cominciare a giocare col cronometro e a guardare dentro gli occhi di un quintetto serbo stralunato, colpito al cuore e ferito nell’orgoglio.

Nei magnifici vent’anni di Mannion e nelle sue mani di ghiaccio dalla lunetta c’è tutta la splendida alchimia di una serata da raccontare ai nipoti, per dire loro che la palla a spicchi non è una scienza perfetta, ma lo diventa se fai meglio degli altri quello che hai preparato nelle ore che precedono il match. C’è anche Meo Sacchetti, naturalmente, in questa vittoria: la sua freddezza durante i time-out, quando chiede ai suoi di concentrarsi dul loro gioco e non pensare agli avversari, perché che siano bravi si sa già.

E allora andiamo a Tokyo, diciassette anni dopo Atene, a sentire il profumo del sushi e dei Cinque Cerchi, con la stessa faccia tosta mostrata a Belgrado.

Ci andranno questi ragazzi, quelli che hanno dimostrato di avere il Tricolore tatuato nel cuore, quelli che non hanno sentito la fatica dell’Eurolega o il peso del sogno americano, quelli sui quali nessuno avrebbe puntato un soldo di cacio e che hanno fatto saltare il banco.

102-95, 24 punti di Mannion, 22 di Fontecchio, 21 di Polonara.

Mettetevi comodi: a Tokyo ci andiamo noi.

La grandeur italiana

L’Italia che sconfigge il Belgio non è la solita cinica Italietta che alza muri e si difende a oltranza: è una squadra che gioca al calcio, e lo fa bene, diverte e tiene in mano il pallino del gioco.

Una difesa solida, con Chiellini che cancella dal campo Lukaku, capace di offendere solo dagli undici metri; un centrocampo di qualità e di quantità regolato sulle frequenze del metronomo Jorginho; un‘attacco leggero, senza l’ariete da area di rigore, ma capace di regalare schemi e trame di gioco che non vedavamo da anni a queste latitudini.

Una bell’Italia, costruita a immagine e somiglianza del proprio allenatore, forgiata nel fuoco e fusa con l’acciaio, capace di vincere con due gol straordinari per bellezza e gesto atletico, grazie allo scugnizzo del “tiraggiro” e a un Barella che inventa una serpentina in stile Diego Armando.

Un’Italia che vince e convince, ben oltre il risultato striminzito che ci ha costretti a una sofferenza immeritata negli ultimi minuti di gioco.

Questi ragazzi hanno ridato un senso all’Italia pallonara, dopo anni di disamore per l’Azzurro e allenatori più simili a impiegati del catasto che a direttori d’orchestra.

Ci risvegliamo orgogliosi della nostra squadra e con il Tricolore in mano, pronto a sventolare ancora martedì, quando a Wembley ci toccherà la Spagna, storico avversario in ogni manifestazione continentale e mondiale.

E stavolta le Furie Rosse non partono favorite: abbiamo matato i numeri uno del ranking, il Belgio di Lukaku e De Bruyn, non possiamo certo aver paura della compagine lusitana meno dotata di talento degli ultimi dieci anni.

È inutile nascondersi: l’obiettivo è di arrivare a destinazione, passo dopo passo, fino alla fine.

Per scrivere la storia.

L’erba di Matteo è sempre più verde

“È solo servizio e dritto”.

Anche Ivanisevic lo era, se dovessimo limitarci a dare credito agli innumerevoli soloni del tennis da divano spuntati fuori come i funghi alle prime vittorie dei ragazzi terribili d’Italia.

Matteo, però, non appartiene a questa categoria. Il servizio che funziona conferisce solidità al suo gioco, il dritto è devastante, ancor di più con le traiettorie rasoterra disegnate dai ciuffi d’erba idel Queen’s; eppure anche il rovescio di Matteo comincia a funzionare, sotto il peso della ripetitività tattica dei suoi avversari, che lo “allenano” sul colpo potenzialmente più debole.

Matteo ha brucato l’erba dal primo turno, aggrappandosi al servizio nei momenti difficili e studiando la superficie, come fanno i grandi quando si avvicinano a Wimbledon.

La testa di serie numero 1 del torneo ha rispettato i pronostici, arrivando in finale senza aver perso un set.

Alla faccia dei detrattori, dei gufi e del tafazzismo italico, sempre pronto a farsi del male quando il tricolore sventola più alto di tutti.

Adesso la finale, contro Norrie, uno che sull’erba vale una classifica decisamente migliore del suo #41.

Andiamo, Matteo: servizio, dritto, punto.

Fino a Wimbledon, passando per il Queen’s.

Pilato da record, Italia infinita

L’Italia che non riapre le piscine sbanca Budapest e mette una sedicenne sulla vetta del mondo nei 50 metri rana: è Benedetta Pilato, astro nascente della Nazionale più vincente dell’ultimo decennio.

La stessa squadra azzurra che celebra l’argento placcato oro dell’eterna Federica Pellegrini, gli ori di Simona Quadarella e, le medaglie di Paltrinieri e Detti, le staffette finalmente ultra-competitive, solo per citare una parte degli allori continentali dell’edizione pandemica 2021 degli Europei.

La favola del nuoto italiano non vive solo di ricordi, ma ha una capacità incredibile di rigenerarsi e sfornare nuovi campioni, giovani o giovanissimi come Benedetta Pilato: faccia da bambina, rana possente, naturale, scapigliata.

E veloce, velocissima.

29 secondi e trenta centesimi per far sapere al mondo che a Tokyo dovranno fare i conti con una ragazzina terribile, senza ciccia, ma con qualche brufolo.

È l’Italia del nuoto, una magnifica macchina da medaglie intergenerazionale, la “summa” di un movimento che funziona e che vince, grazie alla programmazione, al sacrificio e alla valorizzazione del talento.

Benedetta, Simona, Federica, Greg, Gabriele e i loro e le loro fratelli e sorelle.

E non è ancora finita.

Tokyo a Cinque Cerchi, coming soon.

“Martello” Berrettini, è finale a Madrid

Il giocatore finito, il sopravvalutato, quello che non vale la Top Ten, l’uomo dalle caviglie di cristallo, quello che vince solo i 250, sempre e solo nei giudizi di certi sapientoni, prende a pallate una mina vagante del Circuito, come Ruud, e approda alla sua prima finale in carriera in un Master 1000.

Berrettini non è solo il migliore fra gli Italiani e quello con la migliore classifica, ma è sempre più un tennista completo, versatile e capace di esprimersi al meglio su ogni superficie, compresa la terra rossa che non dovrebbe essere il suo terreno preferito.

Solidissimo al servizio, devastante di dritto, prende le misure al norvegese Ruud dopo qualche game, lo schiaccia oltre la linea di fondo campo e lo “finisce” piazzando il suo migliore colpo a velocità supersonica dove l’avversario non può arrivare.

Adesso troverà Zverev, partendo sfavorito secondo i pronostici.

Doveva perdere con Garin, non aveva scampo contro Ruud, adesso è la vittima sacrificale di Sasha: continuate a “gufare”, la finale si gioca domani e non c’è tempo per gioire per la prima finale in un Master 1000.

C’è tempo solo per lottare.

E provare a vincere.

Mourinho, il figliuol prodigo

Il calcio ha bisogno degli antipatici per sopravvivere.

Per questo l’avvento di Mourinho sulla panchina tradizionalmente più bollente della serie A, nella Città peggiore per fare calcio, nella piazza dai mille giornalismi e dalle decine di trasmissioni radiofoniche monomaniacali 24 ore su 24, è una buona notizia.

Lo è perché negli stadi italiani svuotati dalla pandemia sembrano rimaste solo le urla disumane ad ogni falletto o spintarella, con ventidue ragazzotti viziati che precipitano a terra tarantolati e dolenti.

E allora ben venga lo Special One, con le sue fissazioni e l’ironia sprezzante, le sue guerre personali con i giornalisti, le mani in faccia ai calciatori pigri e indolenti.

Non sappiamo quanto durerà nella Babele Capitale e non sappiamo se supererà indenne la prima conferenza stampa.

Quello che sappiamo è che non vediamo l’ora di vedergli calcare ancora un rettangolo di gioco, mentre con un italiano maccheronico mastica la propria idea di calcio e la dispensa alla folla con l’aria del messia.

Il nostro calcio cloroformizzato, in attesa delle riforme strutturali e del ritorno sugli spalti dei tifosi, non può che trarre beneficio dai personaggi sopra le righe, dagli Ibrahimovic come dai Mourinho, a patto di perdonare loro qualche errore veniale.

L’avventura romana di José “espulso” dal calcio inglese ci fa venire in mente gli occhi lucidi ed eccitati del nano Gimli ne “Il Signore degli Anelli”, pronto a lanciarsi nell’ennesima impari battaglia: “Certezza di morte, scarse possibilità di vittoria. Che cosa aspettiamo?”

Welcome back home, José.

SuperLeague: la banalità del Male

C’è poco da esultare per il probabile naufragio del progetto Super League, affondato dalla inadeguatezza sostanziale e comunicativa degli stessi che lo hanno pensato.

La romantica rivoluzione digitale che per quarantotto ore ha spalato montagne di letame sulle corazzate pallonare continentali è solo la punta dell’iceberg: il calcio del Real, della Juve, del Milan, del Manchester United era già un bubbone ipertrofico, prima della “cura di fine mondo” della Super League, viveva di fluttuazioni azionarie, di speculazioni, di diritti televisivi venduti alle aste “truccate” delle Pay Tv.

E lo sapevano tutti.

Dalle vergini immacolate della FIFA ai sepolcri imbiancati dell’UEFA, fino ad arrivare a un De Zerbi qualsiasi, che oggi recita la parte del Masaniello con la casacca del Sassuolo, ma domani, con ogni probabilità, venderebbe l’anima sua e della sua settima generazione ai miliardi del fondo Elliott o alle scatole cinesi dell’Internazionale pur di sedere su una panchina prestigiosa.

È il calcio moderno, come lo chiamano con disprezzo gli Ultras.

Una roba che andrebbe governata da manager all’altezza, anziché da gentucola che compra i voti dei Paesi del Terzo Mondo pur di assegnare i Mondiali a Nazioni con poche o nessuna legge seria sugli appalti negli Stadi.

Gente che avrebbe dovuto lavorare per portare sempre più spettatori negli Stadi, parallelamente a una fruizione moderna del fenomeno-calcio a livello globale, spettacolo-sport, esattamente in questo ordine.

Lezioni da nessuno di “lorsignori”, per pietà.

La pandemia ha accelerato, nelle testa e nelle tasche dei Florentino Peres e degli Agnelli, quel processo di riforma della Coppa dei Campioni (romanticismo per romanticismo) al quale si lavora da anni, senza mai arrivare a una conclusione che contemperasse adeguatamente l’interesse economico dei padroni, la modernizzazione del fenomeno calcistico e la “puzza di piscio”, scusate il francesismo, dei cessi di ogni stadio, in ogni parte del mondo.

Il Covid-19 ha fatto nascere e morire la Super League, con l’unico merito di aver scoperchiato il pentolone dell’ipocrisia, dentro al quale sguazzano tutti quelli che hanno responsabilità di “governo” del calcio mondiale, generali di un esercito che sarebbe nulla senza l’indotto stramiliardario delle super sorelle, ma sarebbe ancora meno senza la dimensione “glocal” del tifo, della passione, degli stadi pieni, delle generazioni che si tramandano rituali e feticci di un amore inspiegabile, difficile da comprendere, resistente anche alle porcherie più evidenti, ben prima della ipotesi Super League.

Il Re è nudo, il pallone sgonfio e la base digitale degli spettatori e dei tifosi inorriditi segna una vittoria di Pirro.

La vera battaglia per salvare quanto di buono c’è ancora in questo mondo, parafrasando il dialogo fra Frodo e Samvise Gamgee nel Signore degli Anelli, deve ancora cominciare e vale la pena di combatterla, certo.

Provando, però, a non farsi guidare dal fariseismo di chi ha lucrato fino a ieri sulle storture del sistema e oggi lucida la lama della ghigliottina.

You’ll never walk alone, guys, ma fino a un certo punto.

Il sorriso di Sinner, a Miami per la gloria

Un sorriso e ho visto la mia fine sul tuo viso.

È quello che deve aver pensato Bautista Agut in un ultimo game contro Sinner nel quale l’Italiano di Bolzano lo ha annichilito, chiudendo a zero il gioco decisivo con l’avversario al servizio.

Quattro vincenti micidiali, a velocità supersonica, con la maturità di un trentenne, dal basso dei suoi diciannove anni, per chiudere un match partito male e finito con la stesa del tappeto rosso.

E una finale a Miami, in un Master 1000, con un tennis moderno e gioiosamente violento, che migliora di partita in partita, adattandosi alle caratteristiche degli avversari.

Sorride Jannik e questa è la notizia.

Umano, troppo umano, parafrasando Nietzsche, anche dopo l’ennesima partita fuori giri.

Sorride, soffre, lotta, si arrabbia, come un diciannovenne, come un campione, come solo un predestinato sa fare con tanta geometrica potenza.

Il solido Bautista gioca bene, variando il gioco e mettendoci dosi massicce di esperienza, ma Sinner resta lì, aggrappato al match anche quando dall’altra parte della rete il professor Bautista sale in cattedra provando a insegnare tennis.

Nulla di fatto.

Jannik mette il servizio quando serve, in un ultimo set vinto in rimonta e paradigma di un cervello tennistico da studiare in laboratorio.

È giovane Sinner, è Italiano, gioca un tennis che somiglia solo a quello di Sinner, un tennis che con un pizzico di fantasia e meno impacci sotto rete potrebbe presto rasentare la perfezione.

Ce lo godiamo mentre sorride, dopo il game perfetto che gli regala la finale dorata sotto il sole di Miami, sapendo che chiunque sarà il suo avversario Jannick non avrà nulla da perdere.

Il tatuaggio sul suo braccio lo ha ideato Bublik, marchiandoglielo a fuoco: “tu non sei umano”.

E invece sì, Jannik: sei umano e sei già nella storia del tennis tricolore.

Per adesso.

Addio, “Meraviglioso” Marvin

Ci sono pugili che si limitano a sferrare pugni sul quadrato e ce ne sono altri che sul ring danzano e combattono per iscrivere il proprio nome nella leggenda.

Il Meraviglioso apparteneva a quest’ultima categoria: Marvin Hagler, 66 anni, una vita salvata dal pugilato, ha lasciato questo mondo, ritirandosi in silenzio, all’improvviso, senza riflettori puntati addosso.

“The Marvellous” è stato un pugilato epico, in bilico fra colore e bianco e nero, dall’esordio come professionista nel 1973 fino ai sette anni consecutivi da Campione del Mondo dei pesi medi, dal 1980 al 1987.

E a quel match incredibile a Las Vegas, il 15 aprile del 1985, quando dopo due round e mezzo schiantò con un pugno terribile alla tempia Tommy Hearns, detto il “Cobra”, al culmine di una battaglia che infiammò il Caesar’s Palace e mostrò al mondo nove minuti di pugilato assoluto.

A differenza di tanti suoi colleghi che si sono lasciati vincere dalla tentazione di tornare sul quadrato ben oltre l’età del pensionamento dei campioni, offrendo spettacoli spesso patetici, Marvin ha lasciato la nobile arte a 33 anni, per non farvi più ritorno, nonostante gli siano state proposte “borse” clamorose; come nel caso di una riedizione postuma della sfida con un’altra leggenda della boxe, Ray “Sugar” Leonard.

No, grazie, i soldi non sono tutto.

E Hagler decise di trasferirsi in Italia, facendo il pendolare con gli States e iniziando una complicata carriera da attore, felice di aver smesso da integro, con tutte le rotelle al proprio posto e una discreta salute ad assisterlo.

Adesso se ne va, per sempre, prima del limite, per k.o. tecnico.

Se ne va con 67 incontri, 62 vittorie (52 prima del limite), tre sconfitte e due pareggi, ma, soprattutto, con quelle immagini della sfida col Cobra che vengono riproposte ai giovani pugili americani per farli innamorare della boxe.

72 chili di talento puro e di forza, precisione e intelligenza, con la lettera scarlatta che segna per sempre, in positivo però, quei campioni che non hai bisogno di rivedere per ricordarti chi siano.

Pugni al cielo per Marvin “Marvelous” Hagler, da oggi a fianco degli dei maledetti del pugilato.