Barty, il perché di un addio

Ho atteso qualche giorno prima di scrivere qualcosa che riuscisse a rendere omaggio ad Ashleigh Barty, al suo tennis e al suo modo di vivere il tennis, ora che a 25 anni ha deciso di dire basta.

Ashleigh non ha più motivazioni, il fisico già dà segnali di logoramento e i 26 anni che compirà il mese prossimo non torneranno disponibili in futuro. Ciò a dire: ci sono tante cose nella vita, se uno le vuole fare, che vanno fatte e vissute da giovani. Ci sono tanti modi di essere un professionista: c’è chi lo fa ad intermittenza, chi si rende conto di non poter mai diventare un campione e chi ossessivamente vive la sua vita per questo. Oppure, ad una certa, una volta raggiunto un livello di soddisfazione per gli obiettivi raggiunti, si può dire “Ok, ora faccio altro”. Tipo vivere.

Per capire quanto è stata brava Ashleigh Barty, ricordiamo che ha vinto tre Slam su tre superfici diverse, una cosa riuscita solamente a sette tenniste in totale: Chris Evert, Martina Navratilova, Hana Mandlikova, Steffi Graf, Serena Williams, Maria Sharapova e appunto Ashleigh Barty. E ci mancherà perché era uno dei motivi per cui continuare a guardare il tennis femminile, in piena crisi di personalità e tennis. Lei, Ash, era entrambe le cose. Ha vinto il torneo di casa facendo impazzire le sue avversarie con lo slice di rovescio. Di questo parliamo.

Carlo Galati

Pogacar, il nuovo cannibale

Il suo incedere, il suo ritmo, la costante consapevolezza che l’esito delle gare a cui partecipa dipenda da lui. Il resto è dietro. È semplicemente superlativo, per questo non è necessario ricorrere ai superlativi. È Tadej Pogacar, qualcosa di unico e in questo momento irraggiungibile. Ha un altro passo, un altro incedere e quel che lascia stupefatti è che a 23 anni sta vincendo come Merckx, forsanche di più del Cannibale belga alla sua età.

Il suo ruolino di marcia ha qualcosa di impressionante, per la semplicità nell’esecuzione e la costanza nel ripetersi. Non è sazio Tadej, gli unici stanchi sono i suoi avversari, che ormai cominciano a sentire il peso della sconfitta, unita alla consapevolezza che al momento c’è poco da fare e si corre per il secondo posto.

Tadej Pogacar conquista per il secondo anno consecutivo la Tirreno-Adriatico. Il fenomenale sloveno della Uae Emirates, vincitore a Bellante e Carpegna, precede il danese Jonas Vingegaard (Jumbo-Visma) di 1’52” e il basco Mikel Landa (Bahrain Victorious) a 2’33”: l’ultimo a fare doppietta è stato Vincenzo Nibali nel 2012-2013, uno che di storia del ciclismo se ne intende.

Carlo Galati

Il valore della vittoria

Non bastano oltre seimila km di distanza dalla loro patria sotto attacco, gli atleti ucraini fanno sventolare con orgoglio la bandiera giallo- azzurra sulle piste paralimpiche di Zhangjiakou, in un lungo fil rouge che unisce Kiev e Pechino nella resilienza che accomuna sport e vita, lotta e sopravvivenza.

Nella 6 km con disabilità visive il podio è stato tutto ucraino. La medaglia d’oro Vitali Lukianenko ha dedicato la gara ai “ragazzi che proteggono le nostre città”. Dal presidente del Comitato paralimpico ucarino, Valery Sushkevych l’orgoglio per queste vittorie che “sono il segno che l’Ucraina, era, è e rimarrà un Paese”. Parole che danno una speranza e che ricordano a tutti quanto forte sia la spinta emotiva dello sport, capace di unire i popoli ed infondere energia, speranza, forza a chi in quei momenti confonde la gioia col dolore, le lacrime con il sudore nel difendere la propria vita, la propria casa, la propria terra.

E non sia una caso l’exploit ucraino, seconda forza del medagliere paralimpico: un popolo fiero come quello ucraino ha chiaro l’obiettivo finale da raggiungere, che valga una medaglia d’oro o la difesa di tutto ciò che si ha.

Carlo Galati

La figlia di Chernobyl che ha conquistato il mondo

Ci sono racconti di vita speciali per definizioni che diventano straordinari se inseriti in un determinato contesto. La storia di Oksana Masters non è soltanto un racconto di vita sportiva ad altissimi livelli. In un periodo geopolitico e storico, quale quello attuale, assume peraltro un valore del tutto particolare. Quella di Pechino 2022 è la sua sesta Paralimpiade, tra Giochi estivi e invernali, e l’oro conquistato nella 6 km di Sci di Fondo la proietta a quota 11 medaglie. Canottaggio, Biathlon e ciclismo, passando per lo sci di fondo. In sostanza, una carriera leggendaria per chi, a 8 anni d’età, era paragonabile a un bambino di tre, per crescita fisica e soli 16 kg di peso corporeo.

Oksana Masters è nata vicino a Chernobyl nel 1989 e ha vissuto sulla propria pelle le conseguenze del disastro nucleare che devastò la cittadina ucraina tre anni prima. Oksana è infatti nata con sei dita per ciascun piede, cinque dita palmate su ogni mano e senza pollice, ma anche con una gamba, la sinistra, di circa 17 centimetri più corta dell’altra, un solo rene e varie altre malformazioni congenite. Abbandonata dai genitori naturali ha vissuto in tre diversi orfanotrofi prima di essere adottata, all’età di 7 anni, da una professoressa di Buffalo, Gay Masters. Arrivata negli Stati Uniti d’America, Oksana ha dovuto affrontare diversi interventi chirurgici e l’amputazione di entrambi gli arti inferiori ma soprattutto si è dovuta rendere conto del fatto che tutto ciò che aveva vissuto fino allora non rappresentasse minimamente la normalità. Una non normalità che vive ogni giorno e il cui segno è indelebilmente apposto nella storia dello sport.

Carlo Galati

Errore olimpico

Un’inversione di rotta in meno di 24 ore. Questa è la decisione da parte del CIO di escludere gli atleti russi e bielorussi dalle Paralimpiadi in programma a Pechino dal 4 al 13 marzo, si era pensato che avrebbero potuto partecipare come “neutrali”. Ed invece a poche ore da quella che sarà una cerimonia di apertura di giochi olimpici, ci troviamo di fronte ad una decisione assurda, proprio alla luce della sua stessa natura.

Lo sport è inclusione per definizione, strumento e veicolo di pace, a maggior ragione se svolto all’interno di un contesto a cinque cerchi, non può e non deve sottostare a quelle logiche non inclusive che per natura non le appartengono.  

Intollerabile gesto di tristi burocrati che non vedono nello sport quel messaggio di pace che dovrebbero vedere, che non sanno che rispondere discriminando, di fronte alla grande fame di unità e fratellanza. Non stiamo qui di certo a negare la fondatezza delle sanzioni nei confronti della Russia ma non è corretto che a pagare sia chi nello sport, e nello sport paralimpico, ha trovato un momento di riscatto personale da una vita che non ha sicuramente mostrato loro il suo volto migliore ma che, grazie alla volontà di competere, ha offerto un riscatto a questi atleti. Poteva essere l’occasione giusta magari di vedere su un podio un atleta russo e uno ucraino abbracciarsi sotterrando, in nome del sacro fuoco di Olimpia, le trucide barbarità che la guerra porta con sé; avremmo potuto gioire di immagini forti come la storia che quella storia, così terribile, magari avrebbero potuto contribuire a cambiare. Quanti gesti in tal senso? Quante occasioni ha avuto lo sport per unire. Tantissime, alcune di queste ve le abbiamo descritto in questa pagine: dalla tregua di Natale durante la prima guerra mondiale, alle imprese di Bartali al Tour del France che evitarono nel 1948 una guerra civile ormai prossima, ai pugni di Mohamed Alì che cambiarono il corso della storia afroamericana.

E’ un’occasione persa, è uno squallido piegare quanto di più puro esista, la voglia di competere alle olimpiadi, alle logiche sanzionatorie di una guerra che non è mai giusta, che non è mai corretta, che non ha e non avrà scusanti, ma che fa aumentare sempre di più il caro prezzo che soprattutto gli innocenti pagheranno. Come nel caso degli atleti russi e bielorussi.

De Zerbi, l’uomo oltre l’allenatore

In momenti del genere è difficile trovare le giuste parole evitando che si scade nella banalità del male…o del bene, ma tant’è è comunque difficile anche per chi di parole vive, che nelle parole trova il giusto rifugio per sentimenti che vanno oltre tutto. Anche oltre la ragione.

Ma c’è chi quelle parole le ha trovate, misurandole, trasmettendo a tutti il vero significato dell’essere uomini ed essere sportivi, due cose che dovrebbero viaggiare insieme ma non facili da abbinare: parliamo di Roberto De Zerbi, allenatore italiano dello Shakhtar Donetsk che ha così descritto le ultime ore vissute in Ucraina.

“Mercoledì notte abbiamo sentito cadere le bombe, ma anche stanotte. Ci tranquillizzano dicendo che ai civili non succede niente. O meglio, che ai civili stranieri non dovrebbe succedere niente. Ma nessuno si è mai trovato in questa situazione. Siamo rimasti solo noi in hotel, io e i giocatori brasiliani. Non c’è nessuno del club. Io mi attacco ai valori che mi ha dato mio padre, quindi sto con i ragazzi più giovani per far vedere che ci siamo. Per me è una cosa giusta. Non so se questo ci faccia stare bene, abbiamo paura. Ma non possiamo permetterci di mettere la paura davanti alla vita. Sono preoccupato da morire per i giocatori ucraini. Qualcuno è da solo, qualcuno può essere chiamato alle armi, anche ragazzi di 18/20 anni. Noi torneremo nel loro Paese, loro saranno comunque in mezzo ai guai. La cosa che mi fa diventare pazzo è non poterli aiutare in nessun modo. Chi non sa di calcio, di un gruppo, di cosa voglia dire la responsabilità magari mi prende per c…, ma a me dispiace vedere così i miei ragazzi”

Ogni ulteriore parola sarebbe inutile e non aggiungerebbe null’altro a questa grande manifestazione di valori e principi umani. Quell’umanità che si sta perdendo.

Carlo Galati

Il saluto di Pechino con lo sguardo verso l’Italia

La fine di un’Olimpiade è sempre un momento che ha l’amaro retrogusto di un bellissimo ed emozionante viaggio che finisce. È la conclusione di due settimane che portano con se la ragionevole consapevolezza che qualcosa di grande sia successo, una dolce pausa di due settimane dall’ incessante fluire del mondo che guarda alla fiamma olimpica come unica luce in un momento di oggettivo buio per l’umanità. Pechino ha mostrato al mondo il suo volto più bello, fatto di precisa organizzazione e di tecnologia al servizio dello sport.

Per lo sport italiano Beijing 2022 è stata una spedizione vincente, fatta di 17 medaglie: per numero, solo dietro a Lillehammer del 1994. Ma non è stato solo questo. La cerimonia di chiusura delle 24esime Olimpiadi segnano anche il conto alla rovescia verso il sogno italiano del 2026 che vedrà Milano e Cortina dividersi l’onore e l’onore di ospitare quanto di più grande ci sia nel mondo dello sport, accendendo quella torcia olimpica che si spera possa essere simbolo di rinascita totale. L’impresa sarà grande così come l’impegno. La strada è tracciata, il viaggio che aspetta tutti quelli che hanno a cuore lo sport nel nostro Paese sarà lunga e non priva di ostacoli. Ne varrà di sicuro la pena.

Carlo Galati

The last tango

La scena è di quelle che entrano di diritto nella galleria del tennis. Una di quelle immagini che hanno bisogno di poche parole a corredo, forse nessuna. Quel momento che sapevamo sarebbe arrivato, ma per il quale non eravamo ancora pronti. Juan Martin Del Potro ha detto addio nella sua Buenos Aires, al termine del match giocato con il connazionale Del Bonis e lo ha fatto poggiando la sua bandana, compagna di una vita, su quella rete che si interpone come primo e perenne primo avversario di ognuno delle due parti in campo.

Un’immagine forte, che segna la fine dell’ultimo tango argentino, di un campione che avrebbe meritato altri palcoscenici per il suo inchino finale. Ma forse è stato giusto così, tra la sua gente, con un avversario amico e argentino come lui e con la sensazione che in quel gesto ci sia il grande commiato del campione costretto dal suo imponente fisico a dire basta. La torre di Tandil ha tirato le sue ultime e micidiali bordate di dritto, ha entusiasmato con la forza della residua volontà unità ad una classe purissima, ci ha regalato tanto e per questo gli saremo sempre grati per aver visto un gigante sfidare i giganti, battendoli ed essendo battuto, ed entrando nel cuore di chi ha amato Delpo, anche e soprattutto, in questi due ultimi anni di calvario vivendo con la speranza di rivederlo in campo. Questa ultima e infinita volta lo consegna alla storia; la nostra e di tutti quelli che lo hanno visceralmente amato.

Olè, olè, olè, olè, Delpo, Delpo!

Carlo Galati

Amos, Stefania e le pietre d’oro

La prima volta che l’Italia si accorse del curling era il 2006, Olimpiadi di Torino. Si gareggiava in casa e tutto andava bene, tutto era meraviglioso. Quella stessa Italia che lo ha guardato quasi con diffidenza all’inizio, raccontandolo con snobismo. Per anni si è parlato di scope, di pentole, di posture particolari. Bocce sul ghiaccio, si diceva. In realtà il curling è molto di più, ce lo hanno spiegato Stefania Constantini e Amos Mosaner, vincendo l’oro olimpico a Pechino.

Stefania e Amos due ragazzi che per arrivare a lanciare le loro pietre sulla pista bianca e dritta di Pechino hanno affrontare le curve di uno sport cinico e spietato. Uno sport che è fatto di strategia e precisione, dove si gioca, si vince e si perde in totale simbiosi e dopo duri allenamenti. Insomma non proprio una roba per dopolavoristi.

Un successo colto nel 2022 che travasa le glorie dell’anno appena passato, dal vaso delle vittorie. Uno sport che ha visto la nostra coppia battere i canadesi che di iscritti alla federazione ne hanno oltre un milione, contro i nostri 400 scarsi. Insomma un miracolo tutto italiano, il solito miracolo sportivo che questa volta ha gli occhi decisi di Stefania e Amos capaci di teleguidare le pietre diventate ormai miliari per lo sport italiano.

Carlo Galati

Arianna Fontana, regina Olimpiade

“E il conto delle medaglie non è finito così come la sua luce olimpica, iniziata a Torino e che si spera possa arrivare fino a Milano/Cortina per una degna conclusione di una storia ancora da scrivere”.

Avevo concluso così, qualche giorno fa nel raccontare l’impresa della nona medaglia olimpica di Arianna Fontana conquistata nella staffetta mista dello short track. Una medaglia che l’aveva avvicinata alla leggenda e che e ad un solo passo da Stefania Belmondo, in questa speciale classifica. Vi possiamo adesso svelare che quel “conto delle medaglie non ancora finito”, faceva riferimento alla storia da scrivere in quella che è la Sua gara: quei 500 metri che l’avevano già vista trionfare a Pyeongchang, solo 4 anni fa. E’ necessario un upgrade, in primis nel titolo del nostro pezzo. Ha difeso il titolo, in una gara tiratissima, con un sorpasso da antologia sull’olandese, poi seconda, Suzanne Schulting; finta all’esterno, passaggio sul cordolo interna. Roba che solo i geni di questo sport e della velocità applicata al ghiaccio riescono non solo a pensare, ma a vedere e mettere in pratica.

Ha difeso quel titolo che era già suo, dando l’ennesima dimostrazione che non esiste appagamento nei grandi campioni, ma che anzi, vincere aiuta a vincere, stimolando una sorta di circolo vizioso sa cui si esce vincitori o…vincitori. Perché chi mostra questa attitudini ha già vinto o continua a farlo. Come Arianna che adesso ha nel mirino le tredici di Edoardo Mangiarotti che di medaglie ne ha “soltanto” tre in più. Le possibilità ci sono e come detto qualche giorno fa, Milano/Cortina, quell’Olimpiade, la nostra Olimpiade, non è lontana. Esaltarsi i quel contesto raggiungendo lì l’obiettivo sarebbe il massimo. Adesso però è il momento di fermarsi, respirare e alzarsi in piedi a battere le mani ad una campionessa che ha le stigmate per diventare la più grande di sempre.

Carlo Galati