Campionesse d’Europa, la gioia del riscatto

Era l’otto agosto. L’Olimpiade di Tokyo quel giorno segnò la debacle degli sport di squadra; tra questi la nazionale femminile di volley, battuta con un secco 3-0 dalla Serbia. Erano i quarti di finale e le possibilità di medaglia sfumarono in malo modo e con essa una certa consapevolezza di essere tra le più forti, se non le più forti.
Ma la vita, e lo sport, danno, prima o poi, la possibilità di riscatto, basta farsi trovare pronti, essere in grado di trasformare sconforto e scoramento in voglia di vincere, ristabilendo il giusto ordine delle cose.

Per la nazionale di Mazzanti è capitata subito quell’occasione. Il gioco dei calendari ha fatto sì che il torneo olimpico fosse seguito a strettissimo giro dal campionato europeo; non è passato neanche un mese a conti fatti. Per chi è in disarmo poco tempo per riprendersi e riagguantare situazioni sfuggite di mano, per chi invece è consapevole della propria forza, giusto il tempo di ricaricare le batterie e tornare semplicemente a vincere.

Perché questo è successo: le azzurre sono riuscite a riscattare Tokyo vincendo il titolo continentale e battendo in finale chi…? Proprio quella Serbia che aveva lasciato in campo alle azzurre solo le briciole e tanta amarezza dentro. E siccome le vendette sportive vanno consumate nel momento giusto e nel posto giusto, quale migliore palcoscenico di gloria se non Belgrado? Un’impresa straordinaria che era scritta nell’evidente destino sportivo. Da quell’ultima palla messa a terra dalle serbe a Tokyo e restituita con gli interessi qualche settimana dopo. Giusto il tempo di rifarsi il look, asciugare le ceneri e tornare lì dove queste ragazze meritano: sul gradino più alto del podio.

Carlo Galati

Le regine della velocità

Prima, seconda e terza, un tripudio di gioia, un’esplosione di gioia. Parla interamente italiano il podio paralimpico femminile dei 100 metri piani, confermando l’Italia come maestra e regina della velocità mondiale. Non importa il genere, la disciplina, le condizioni: la pista di atletica dello stadio olimpico di Tokyo ci incorona ancora una volta e per sempre.

Sul gradino più alto del podio Ambra Sabatini, 19enne originaria di Livorno e residente a Porto Ercole (Grosseto), che con 14’’11 ha realizzato il record del mondo.
Argento a Martina Caironi, 31enne originaria di Alzano Lombardo (Bergamo) e residente a Bologna (14’’46) e bronzo a Monica Graziana Contrafatto, 40enne originaria di Gela (Caltanissetta) e residente a Roma (14’’73).

Tre eroine che hanno lasciato tutti a bocca aperta consegnando agli annali dello sport l’epicità di un’impresa unica e forse irripetibile. I loro volti sono bagnati dall’acqua del cielo giapponese che fa da contorno alle lacrime che sanno di sacrificio e gioia, lavoro e medaglie. Tre per l’esattezza, una più luccicante dell’altra, lascia passare eterno per sedere al tavolo delle leggende della velocità.

Carlo Galati

L’ultimo giro di Kimi

Sapevamo sarebbe arrivato, speravamo non arrivasse mai. Il momento è adesso, Kimi ha deciso di dire basta, rientrare ai box a fine stagione salutando dal muretto non solo la Formula 1, ma i tanti che gli hanno sinceramente voluto bene e tra questi ci siamo anche noi.

Spiegare il perché ci mancherà Kimi Raikkonen è come provare a motivare qualcosa che fa parte dell’irrazionale ma, sperando di non cadere nelle ovvietà vogliamo comunque provarci: in primis Kimi è un’emblema di liberta disarmante, l’ultimo baluardo di pilota restio alle convenzioni, restio a quel benessere unto e luccicante dei piloti di adesso dove l’importante è mostrare: soprattutto fuori dalle corse. Poi, le battute laconiche, l’insofferenza per le domande stupide, il senso della frase a effetto, il gesto disarmante nella sua brutale realtà (leggere Hamilton ed il semaforo del Canada nel 2008), la voglia di non fingere mai niente, l’odiare il paraculismo, il buonismo e le sovrastrutture comportamentali che denominano il cliché di un pilota/atleta.

E adesso dopo l’ufficialità del suo addio, un lungo ultimo tour di saluti; le ultime possibilità di vedere correre Iceman ammirando quel campione, l’ultimo in casa Ferrari è bene ricordarlo, che rappresenta la parte migliore di una Formula 1 che sarà più povera, perché mancherà quell’imprevedibile genuinità mista alla fredda superiorità di un vero pilota. Forse realmente l’ultimo nell’accezione più pura e romantica che conosciamo.

Carlo Galati

La grande bellezza di Bebe

Le tante lacrime che solcano il volto scavato dalla fatica e dalla vita, poi il sorriso e la gioia. È felice Beatrice, per tutti Bebe, Vio dopo il bis olimpico concesso a Tokyo a quattro, anzi cinque, anni di distanza dal primo successo nel fioretto individuale di Rio.

Ha vinto Bebe, ed ha vinto tante volte e non tutte in pedana: ha vinto quando ha deciso di riprovarci dopo Rio, ha vinto quando ha messo a segno la 15esima stoccata alla cinese Jingjing Zhou, ha vinto quando ad aprile ha sconfitto la morte che ha osato sfidarla per mezzo di uno stafilococco, diagnosi chiara: amputazione arto sinistro e tutto finito. Com’è andata lo sappiamo e urliamo insieme a lei, senza prima aver pianto.

È bellezza pura, è gioia, è vita. Si dice che senza speranza non abbia senso vivere nessuna vita; se qualcuno avesse ancora dei dubbi, guardate questo sguardo, ci troverete tutto quello che cercate, ci troverete l’esplosione vitale di chi non si arrende mai. Fino all’oro olimpico.

Carlo Galati

Zakia e la luce olimpica

L’appello alla comunità internazionale lo aveva lanciato con forza, scandito dal ritmo della paura e dal suono ripetitivo dei colpi dei fucili semiautomatici dei talebani, che oltre al sogno volevano rubarle la dignità. Non ce l’hanno fatta. Zakia Khudadadi, la giovane atleta afghana paralimpica di taekwondo, è al sicuro grazie all’intervento di una delegazione dell’Australia.

Il suo sogno è in volo per Dubai, dopo aver ricevuto, insieme ad altri sportivi, nella maggior parte donne, un visto da parte dell’Australia. Insieme a Zakia c’è un altro atleta paralimpico, Hossain Rasouli. Da Dubai, grazie ai visti umanitari, gli atleti e le atlete saranno poi imbarcati per Sydney. La missione di salvataggio è stata coordinata da un piccolo gruppo di ex sportivi, tra cui l’ex olimpionica canadese e avvocato Nikki Dryden, che ha raccolto i dossier degli atleti a rischio.

Zakia ce l’ha fatta, ha tenuto in vita il proprio sogno di libertà, il sogno di futuro e con esso il sogno olimpico, lanciando un messaggio forte e diretto a chi con l’oscurantismo vuole soffocare le ambizioni di tutti quelli che lottano per concretizzare l’ideale massimo dello sport. La fiamma olimpica tornerà ad ardere. Zakia tornerà a gareggiare sconfiggendo quegli oppressori di libertà che presto anche la storia ed il popolo afghano, cancelleranno definitivamente.

Carlo Galati

The Italian Giorgi

Inaspettata, irrazionale, ma bellissima perché illogica. Un paradosso? Forse. Camila Giorgi ha sorpreso tutti, ma non se stessa e, a quasi 30 anni, coglie il successo più importante della sua carriera, vincendo il WTA 1000 di Montreal, battendo in finale Karolina Pliskova, numero 6 del ranking mondiale.

La sua è stata una cavalcata unica, iniziata qualche settimana fa; esattamente a Tokyo dove si era dovuta inchinare soltanto a Elina Svitolina, ai quarti di finale. Già da quel torneo e da quelle vittorie su Brady, Vesnina e Pliskova (ancora tu?!) si era capito l’andazzo di una Camila che ha ripreso in mano il proprio talento e lo ha convertito in punti, prestazioni, successi. Subito dopo il Wta 1000 di Montreal, e qui piazza il capolavoro: Mertens, Podoroska, Kvitova Gauff si arrendono senza rubarle neppure un set, fino alla semifinale con Jessica Pegula, unica in grado di riuscire a strapparle un set, e poi il capolavoro finale, in finale.

Nel tennis italiano in versione femminile, solo Flavia Pennetta era riuscita nel 2014 a vincere un torneo di tale importanza. Allora era Indian Wells, un anno dopo arrivò l’apoteosi Slam a New York. È vero, siamo distanti ancora ma una Camila così non l’abbiamo mai vista e non parliamo dei colpi: quelli se li hai li hai sempre. Parliamo di continuità e soprattutto consapevolezza: due caratteristiche che portano lontano. Magari un po’ più a sud; New York non è poi così distante.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #17

Franco Bragagna, il cantore del miracolo

È stato un bellissimo viaggio e come ogni bel viaggio che si rispetti, alla fine quello che resta sono i ricordi, stupendi, figli delle emozioni vissute, accompagnati dalla voglia di ripartire il prima possibile. Ci portiamo in valigia tanti ricordi, molte gioie e anche qualche delusione. Prestazioni e controprestazioni, come giusto che sia. Nel chiudere la nostra valigia e tornare ad una normalità extraolimpica, non possiamo non spendere una parola finale per chi ci ha emozionato. E no, questa volta non parliamo di atleti, ma di chi molte di quelle vittorie le ha raccontate.

Una vita passata in Rai, una vita a commentare l’atletica: da Atlanta a Rio, poche gioie azzurre, molte delusioni. Eppure Franco Bragagna è stato sempre capace di emozionare, trasmettendo l’amore per la regina di tutti gli sport, coinvolgendoci come se fosse la cosa più godibile del mondo. Grazie a lui abbiamo conosciuto la storia di lanciatori, triplisti, decatleti; ne ha esaltato le gesta e soprattutto le fatiche. Perché dietro le luci olimpiche c’è un mondo di sangue, sudore e lacrime che va raccontato.

Le cinque medaglie d’oro sono la storia dello sport italiano e non poteva che esserci Franco a raccontarle per sigillare, ad imperitura memoria, le sue parole su gesti atletici che per generazioni saranno lì, segno intangibile del miracolo.

Ci siamo esaltati per tutte le medaglie d’oro dell’atletica, ancora di più perché a raccontarle è stato l’uomo giusto. Per una volta finalmente, al posto giusto.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #16

Farfalle azzurre, poesia olimpica

Volano le farfalle azzurre, volano e disegnano nell’aria la magia di una disciplina sportiva che esula dalla competizione agonistica fine a se stessa, trascendendo nella purezza dell’arte.

La ginnastica ritmica è quel mix di emozioni e sensazioni che ti accompagna verso sensazioni extracorporee, ammirati dalla fantastica armonia delle sue interpreti. Le nostre farfalle sono riuscite a volare in alto ad emozionarci con i cerchi e le clavette, lasciate volteggiare in aria come stelle cadenti che si incontrano all’infinito. L’infinito della purezza del gesto di queste ragazze, Alessia Maurelli (capitana), Martina Centofanti, Agnese Duranti, Daniela Mogurean e Martina Santandrea superlative nel mostrare al mondo che l’Italia resta il Paese dell’arte e della grazia. Così è stato.

“In questa medaglia ci sono tutte le lacrime che abbiamo versato”: parole della capitana delle farfalle azzurre con il bronzo al collo. Mostrare le proprie emozioni, condividendole con chi quelle emozioni le ha vissute tramite un esercizio memorabile, è segno di forza. La forza gentile di farfalle che continuano a disegnare magie nell’aria.

Carlo Galati

Postcards from Tokyo #15

4×100, Italia d’Oro e d’Alta Velocità

La solidità di Patta, l’esplosività di Jacobs, la curva di Desalu, il talento lanciato di Tortu: shakerare nella notte giapponese, sul bancone dorato delle Olimpiadi più incredibili della storia, e il cocktail è micidiale.

Il quinto Oro nell’Atletica è il termometro del movimento, la cartina al tornasole, l’assicurazione sul futuro glorioso della velocità azzurra e dell’Atletica.

Nell’anno del lockdown, mentre gli statunitensi lottavano contro l’azzeramento delle sponsorizzazioni e la crisi dei talenti, alle nostre latitudini si è lavorato a testa bassa, puntando sui successi a livello giovanile della nostra atletica e sulla valorizzazione di gente come Jacobs e Tamberi, sulla maturità agonistica dei marciatori, sull’entusiasmo di una Nazionale giovane.

E forte.

La 4×100 che mette il muso davanti a tutti è da “orgasmo” sportivo, quanto e come i 100 metri di Marcell, con quella sfrontata dimostrazione di forza e di geometrica potenza: quattro cambi quasi perfetti e quella frazione lanciata dell’enfant prodige deluso, ma concentrato proprio sulla staffetta, magnifica ossessione.

Battuto l’inglese, sul filo di lana, ai rigori, tutti gli altri lontanissimi, ad osservare impotenti le terga del quartetto veloce più bello del mondo, con il Tricolore moltiplicato per quattro a sventolare ancora sul pennone di questi Giochi, fra un Inno di Mameli e l’altro a ricordarci che questo è il decimo squillo, il quinto nell’Atletica.

È bellissima, e dolcissima, la notte azzurra di Tokyo, nell’Olimpiade dei record, nella quale tradiscono solo gli sport di squadra, tranne una: la storica 4×100 metri piani di Patta, Jacobs, Desalu e Tortu.

Postcards from Tokyo #14

Il ragazzo dal kimono d’oro

Molte volte non è “solo” quello che vinci: è anche “dove” lo vinci. Una medaglia d’oro olimpica è il massimo livello a cui uno sportivo possa ambire: non esiste niente di più, non esiste niente di meglio. Esiste la gloria olimpica e basta. Se a questo aggiungiamo anche la sacralità del luogo dove viene vinta un’Olimpiade, si rischia di trascendere nel mistico. Gigì Busà, 34 anni, di Avola, ha coronato il suo sogno olimpico nella patria del Karate, il Giappone, nella cattedrale delle arti marziali, il Nippon Budokan.

Non c’era giapponese presente che non abbia distolto l’attenzione da ciò che faceva o da ciò che gli era stato demandato di fare durante la finale nella categoria kumite (75 chili); sappiamo quanto questo sia difficile da accettare per chi nasce a quelle latitudini, intriso di quella cultura. Ha incantato tutti Gigi Brusa, dando una lezione di stile e di tecnica a tutti, battendo tutti i più forti fino ad arrivare a battere l’amico e rivale, l’azero Rafael Aghayev, cinque volte campione mondiale e alla sua ultima gara.

Ma questa sera era la sera. Ed è stata quella di Gigi, un predestinato dello sport che ama e che ha portato sul gradino più alto nella serata magica. Lotta, soffre, risale, come una finale vinta per 1-0 (yuko), che voleva fortemente e che nessuno poteva togliergli. L’oro è al suo collo e lì resterà, regalando a se stesso la gioia di un trionfo eterno.

Carlo Galati