SuperLeague: la banalità del Male

C’è poco da esultare per il probabile naufragio del progetto Super League, affondato dalla inadeguatezza sostanziale e comunicativa degli stessi che lo hanno pensato.

La romantica rivoluzione digitale che per quarantotto ore ha spalato montagne di letame sulle corazzate pallonare continentali è solo la punta dell’iceberg: il calcio del Real, della Juve, del Milan, del Manchester United era già un bubbone ipertrofico, prima della “cura di fine mondo” della Super League, viveva di fluttuazioni azionarie, di speculazioni, di diritti televisivi venduti alle aste “truccate” delle Pay Tv.

E lo sapevano tutti.

Dalle vergini immacolate della FIFA ai sepolcri imbiancati dell’UEFA, fino ad arrivare a un De Zerbi qualsiasi, che oggi recita la parte del Masaniello con la casacca del Sassuolo, ma domani, con ogni probabilità, venderebbe l’anima sua e della sua settima generazione ai miliardi del fondo Elliott o alle scatole cinesi dell’Internazionale pur di sedere su una panchina prestigiosa.

È il calcio moderno, come lo chiamano con disprezzo gli Ultras.

Una roba che andrebbe governata da manager all’altezza, anziché da gentucola che compra i voti dei Paesi del Terzo Mondo pur di assegnare i Mondiali a Nazioni con poche o nessuna legge seria sugli appalti negli Stadi.

Gente che avrebbe dovuto lavorare per portare sempre più spettatori negli Stadi, parallelamente a una fruizione moderna del fenomeno-calcio a livello globale, spettacolo-sport, esattamente in questo ordine.

Lezioni da nessuno di “lorsignori”, per pietà.

La pandemia ha accelerato, nelle testa e nelle tasche dei Florentino Peres e degli Agnelli, quel processo di riforma della Coppa dei Campioni (romanticismo per romanticismo) al quale si lavora da anni, senza mai arrivare a una conclusione che contemperasse adeguatamente l’interesse economico dei padroni, la modernizzazione del fenomeno calcistico e la “puzza di piscio”, scusate il francesismo, dei cessi di ogni stadio, in ogni parte del mondo.

Il Covid-19 ha fatto nascere e morire la Super League, con l’unico merito di aver scoperchiato il pentolone dell’ipocrisia, dentro al quale sguazzano tutti quelli che hanno responsabilità di “governo” del calcio mondiale, generali di un esercito che sarebbe nulla senza l’indotto stramiliardario delle super sorelle, ma sarebbe ancora meno senza la dimensione “glocal” del tifo, della passione, degli stadi pieni, delle generazioni che si tramandano rituali e feticci di un amore inspiegabile, difficile da comprendere, resistente anche alle porcherie più evidenti, ben prima della ipotesi Super League.

Il Re è nudo, il pallone sgonfio e la base digitale degli spettatori e dei tifosi inorriditi segna una vittoria di Pirro.

La vera battaglia per salvare quanto di buono c’è ancora in questo mondo, parafrasando il dialogo fra Frodo e Samvise Gamgee nel Signore degli Anelli, deve ancora cominciare e vale la pena di combatterla, certo.

Provando, però, a non farsi guidare dal fariseismo di chi ha lucrato fino a ieri sulle storture del sistema e oggi lucida la lama della ghigliottina.

You’ll never walk alone, guys, ma fino a un certo punto.

La prima volta di Stefanos

La prima volta che lo abbiamo visto giocare dal vivo, era il 2018 alle Next Gen Finals di Milano, che lui, Stefanos Tsitsipas, vinse nella finale del torneo su Alex De Minaur. Ci colpì il suo saper stare in campo, sempre perfetto nell’approccio al colpo ed un rovescio ad una mano che ricordava quello dei grandissimi della specialità.

Dopo due finali 1000 perse, contro Djokovic e Nadal, e dopo aver già vinto le Finals, e per questo titolato a fregiarsi del titolo di “maestro”, per Tsitsipas è arrivata finalmente quella vittoria necessaria nel processo di crescita che lo porterà ad essere un protagonista di primissimo piano del circuito per molti anni a venire. Ha scelto un palcoscenico di primo piano, il greco, per battezzare il successo tanto anelato.

Il torneo di Monte Carlo rappresenta, nel circuito dei mille, uno di quei tornei che per blasone, storia ed importanza scenica, nulla ha da invidiare ai torneo dello Slam e lo ha vinto con una prova schiacciante di superiorità degna dei più grandi. Degna di chi ha i galloni del predestinato. Rublev, macchina da guerra della nouvelle vague dei tennisti russi, poco ha potuto, ma siamo consapevoli, anche in questo caso, di trovarci di fronte ad uno dei futuri protagonisti del circuito. Oggi no.

Oggi è il giorno di Stefanos Tsitsipas. Deo greco del tennis che non vede l’ora di diventare il numero 1.

Carlo Galati

Il rugby rosa che domina

Forse sembrerà strano al grande pubblico, a chi non conosce a fondo questo sport e le sue dinamiche eppure esiste un rugby azzurro vincente, che non ha paura, dominante tecnicamente e fisicamente. Un rugby che non si arrocca dietro scuse e giustificazioni, che non ha pagato un (non) lavoro tecnico all’altezza. È la nazionale di rugby femminile, capace di compiere l’impresa di andare a vincere a Glasgow 41-20.

Avete letto bene il punteggio: quarantuno punti. Se pensiamo che i più titolati e mediatica mente più esposti colleghi uomini di punti nello scorso Sei Nazioni, na hanno marcati 55…beh fate un po’ voi.

Un’Italia champagne quella vista in Scozia. Addirittura sette le mete segnate dalla nazionale italiana che domina in lungo e in largo la partita, gestendola per tutti gli ottanta minuti di gioco. Partita di grande qualità soprattutto di Capitan Furlan e Ostuni Minuzzi. Settimana prossima a Parma, sfida all’Irlanda per il terzo posto nel torneo.

Ecco, quando si parla di estromissione dell’Italia dal Sei Nazioni o amenità del genere, bisognerebbe sempre ricordarsi che il torneo non si limita esclusivamente alla sua versione maschile, ma che ha nell’espressione femminile e nell’U20, altre due facce della medaglia che sorridono all’Italia. In buona sostanza, bisognerebbe parlare con cognizione di causa perché sarebbe insensato, nonché fortemente ingiusti nei confronti di queste ragazze che tengono alto il valore del nostro rugby. Con buona pace dei commentatori di passaggio bravi a pontificare e ahinoi prestati alla palla ovale solo per qualche weekend. Avanti ragazze.

Carlo Galati

Massimo Cuttitta, eroe senza fine

Ci sono delle figure nello sport che sono emblematiche, figure che rappresentano ed incarnano, valori, gesti, azioni. Massimo Cuttitta ha rappresentato il rugby. In Italia e non solo.

Uno dei più forti piloni che abbia mai vestito la maglia azzurra, è andato fino in Scozia ad insegnare il vecchio mestiere della prima linea, ai maestri di questo sport. Perché Massimo era questo: maestro tra i maestri. Esegesi della mischia, uomo apprezzato anche e soprattutto per le sue doti fuori dal campo, la sua grandezza risiede proprio nell’aver lasciato a tutti il ricordo di un amico, di una persona cara venuta a mancare per colpa di un maledetto virus che lo ha placcato, definitivamente.

Prima però ha passato la palla, perché anche quando qualcuno ti placca e vai a terra, quel pallone devi tenerlo sempre vivo. Ed è quello che importa davvero, per permettere a tutti di continuare a giocare. Fino alla meta.

Grazie Mouse per quello che hai dato al rugby italiano e a tutti noi. La terra ti sia lieve.

Carlo Galati

La settimana perfetta di Sonego

Se non avesse praticato il tennis, probabilmente Lorenzo Sonego sarebbe stato un pugile di assoluto livello. Uno di quelli definiti “incassatori” che stanno lì, in guardia, apparentemente a subire ma sempre in piedi, fino ad assestare il colpo del ko, forse in maniera inaspettata. Questa la sua forza.

Con tanto, tantissimo cuore Sonego ha trionfato al 250 Sardegna Open di Cagliari Lorenzo: battuto in finale il campione in carica serbo, Laslo Djere, con i parziali di 2-6, 7-6, 6-4 dopo una lotta di tre ore. Per il torinese, che sabato si era imposto anche nel doppio, si tratta del 2° titolo ATP dopo quello di Antalya 2019: da lunedì sarà n° 28 del mondo.

Non un torneo semplice, non banale come vittoria: 1h24m con Simon, 2h43m con Hafmann, 2h38m con Fritz, 3h01m con Djere, queste le durate degli incontri di Sonego che, se uniti al torneo di doppio, rendono l’idea di quanto voluto sia stato questo successo, di quante volte in questa settimana abbia vinto partite già perse per molti, non per lui. La retorica del cuore Toro, squadra di calcio di cui è tifoso, forse alla volte troppo abusata, trova in Sonego la perfetta e completa esaltazione, dando le giuste luci di una ribalta tennistica ad un giocatore forse alle volte messo in secondo piano, rispetto ad alcuni più pubblicizzati colleghi, che vivono un giusto momento di esaltazione mediatica.

Lorenzo rappresenta il valore del movimento tennistico italiano che da domani avrà 4 giocatori nei primi 30 al mondo, cosa che non succedeva dal Maggio del 1977. E se il buongiorno si vede dal mattino, la nascente stagione sulla terra rossa, non può che nascere sotto i migliori auspici.

Carlo Galati

Non è da questi particolari che si giudica un giocatore

Inutile nascondere che non ci sia un po’ d’amaro in bocca, dopo aver pregustato una dolcissima vittoria che poteva arrivare, ma è questione di un attimo perché poi arriva il resto.

Il resto è la soddisfazione di aver visto, anche in finale, anche perdendo, un futuro top player di questo sport. Perché sì, se non fosse ancora chiaro di questo parliamo. Di Jannik Sinner e della sua indubbia qualità. E lo ribadiamo con ancora più forza dopo aver visto l’atto finale del 1000 di Miami. Ed è da questa sconfitta che imparerà tantissimo; in primis a gestire con maggiore freddezza i momenti topici del match (con particolare riferimento al 12esimo game del primo set che poteva girare la partita a suo favore).

Il resto è la consapevolezza dei propri mezzi, quelli per intenderci che gli hanno permesso di riprendere quasi del tutto un secondo set che lo vedeva sotto 4-0, mettendo tanta paura e tanta pressione a Hurkacz e chiudendo il parziale sul 6-4 a favore del polacco. In quanti nella stessa situazione avrebbero evitato il 6-1 o peggio? La risposta è pochi, anzi pochissimi.

Il resto, in conclusione, sono solo applausi e fiducia. Fiducia in Sinner, fiducia nei propri mezzi e fiducia nel proprio staff, capitanato da Riccardo Piatti il quale lo chiamerà chiedendogli: “Dove hai perso la partita?”; sappiamo già che Jannik saprà dare la risposta giusta. E questa è la cosa più importante.

Ad maiora.

Carlo Galati

Ps Il titolo di questo articolo è il nostro omaggio all’immenso Francesco De Gregori che proprio oggi compie 70 anni.

Il sorriso di Sinner, a Miami per la gloria

Un sorriso e ho visto la mia fine sul tuo viso.

È quello che deve aver pensato Bautista Agut in un ultimo game contro Sinner nel quale l’Italiano di Bolzano lo ha annichilito, chiudendo a zero il gioco decisivo con l’avversario al servizio.

Quattro vincenti micidiali, a velocità supersonica, con la maturità di un trentenne, dal basso dei suoi diciannove anni, per chiudere un match partito male e finito con la stesa del tappeto rosso.

E una finale a Miami, in un Master 1000, con un tennis moderno e gioiosamente violento, che migliora di partita in partita, adattandosi alle caratteristiche degli avversari.

Sorride Jannik e questa è la notizia.

Umano, troppo umano, parafrasando Nietzsche, anche dopo l’ennesima partita fuori giri.

Sorride, soffre, lotta, si arrabbia, come un diciannovenne, come un campione, come solo un predestinato sa fare con tanta geometrica potenza.

Il solido Bautista gioca bene, variando il gioco e mettendoci dosi massicce di esperienza, ma Sinner resta lì, aggrappato al match anche quando dall’altra parte della rete il professor Bautista sale in cattedra provando a insegnare tennis.

Nulla di fatto.

Jannik mette il servizio quando serve, in un ultimo set vinto in rimonta e paradigma di un cervello tennistico da studiare in laboratorio.

È giovane Sinner, è Italiano, gioca un tennis che somiglia solo a quello di Sinner, un tennis che con un pizzico di fantasia e meno impacci sotto rete potrebbe presto rasentare la perfezione.

Ce lo godiamo mentre sorride, dopo il game perfetto che gli regala la finale dorata sotto il sole di Miami, sapendo che chiunque sarà il suo avversario Jannick non avrà nulla da perdere.

Il tatuaggio sul suo braccio lo ha ideato Bublik, marchiandoglielo a fuoco: “tu non sei umano”.

E invece sì, Jannik: sei umano e sei già nella storia del tennis tricolore.

Per adesso.

Sinner e l’Olimpia, quarti di nobiltà

Cos’hanno in comune Jannik Sinner e l’Olimpia Milano? Domanda legittima.

Potremmo parlare del periodo d’oro che contraddistingue sia l’uno che l’altra o delle vittorie nette ottenute nei rispettivi turni con avversari difficili ma battuti con il piglio del più forte e con l’autorità di chi sa imporsi.

Fin qui tutto giusto ma con una precisazione fondamentale. In campo hanno raggiunto ugual risultato per certi versi storico: l’accesso ai quarti di finale per Sinner, il ritorno nei playoff per l’Olimpia. La prima volta in un Master 1000, a Miami, per il tennista di San Candido, il ritorno delle scarpette rosse nei playoff di Eurolega dopo 7 lunghissimi anni.

E poi le sensazioni, metafisica dello sport, ma concrete nei messaggi, è che non sia finita qui. Le prestazioni in campo, l’annata e il contesto fanno presupporre che le pagine bianche siano ancora tante e gli scrittori ispirati, condizione ideale per uno splendido finale.

Carlo Galati

Angelo D’arrigo, l’uomo che seppe volare

L’uomo ha sempre sognato di volare, di poter varcare confini attraverso una diversa prospettiva, riuscendo a conquistare quella massima espressione di libertà che punta verso il cielo e l’infinito. Nasciamo uomini liberi, ma in quanti riescono davvero ad avvicinarsi a quel concetto? Pochi eletti. Uno di questi figli è stato Angelo D’Arrigo, catanese di nascita, cittadino della Terra e dei suoi elementi: uno sopra tutti, l’aria.

Amante della natura e dell’ambiente, ha condiviso spesso i suoi primati con diverse specie di uccelli. Tra le sue imprese spettacolari basta ricordare la traversata della Siberia in deltaplano nel 2002 con uno stormo di gru siberiane e il volo sull’Everest con aquila nepalese. Una delle sue ultime avventure fu quella sulle montagne dell’Aconcagua nella Cordigliera delle Ande, dove ha seguito lo spostamento migratorio dei condor.

Quindici anni fa, durante una dimostrazione di volo nella provincia di Ragusa rimane coinvolto in un pericoloso incidente. Si trovava come passeggero su un aereo, che all’improvviso precipitò schiantandosi contro il suolo. L’impattò fu letale e consegnò Angelo al suo ultimo e più importante volo: quello verso l’eternità, librandosi finalmente nell’aria, libero e felice realizzando ancora una volta quel sogno che per molti resta tale ma che lui vivrà per sempre.

Carlo Galati

La lunga notte del rugby italiano

Cinque partite, cinque sconfitte. Ennesimo cucchiaio di legno, l’undicesimo dal 2000 ad oggi e peggior sei nazioni di sempre, in quanto a punti incassati. Ci sarebbe da piangere, ed infatti l’Italia rugbistica piange. Lacrime amare.

Ne potremmo citare altre di statistiche negative, tutte con un unico filo conduttore: dall’ultima vittoria italiana nel Sei Nazioni, anno di grazia 2015, questi dati sono tutti peggiorati, segnale inequivocabile di un declino del nostro movimento rispetto a tutti gli altri. E per anni ci siamo cullati su discorsi legati più al conservatorismo immobile che sul guardare in faccia la realtà, adottare misure e provare a cambiare.

E’ vero, il rugby europeo dopo l’Italia è (per nostra fortuna) ben lontano dagli standard delle altre cinque del torneo. Probabilmente continueremo a battere la Georgia, la Russia, il Portogallo e tante altre squadre europee. Ma è sempre un guardarsi indietro, mai avanti.

Placcaggi sbagliati, una costante. Tecnica di base, molto spesso latente. Solo facendo riferimento alla gara con la Scozia, come è possibile sbagliare per ben due volte il calcio di inizio regalando una mischia a centrocampo? Com’è possibile subire costantemente la pressione offensiva, senza saper mai rialzare la testa? E ancora: è possibile in una situazione di emergenza placcare un giocatore e non accompagnarlo al suolo, dando ancor di più un handicap alla propria squadra già in difficoltà?

E questi sono soltanto dei piccoli spunti sul tema che è ovviamente, molto più profondo e molto più complicato da analizzare. Ma non si può buttare tutto, si deve ripartire dalle parole del neo presidente federale Marzio Innocenti che ha il compito immane di risollevare una situazione drammatica, facendo sì che si possa tornare a sorridere parlando di rugby italiano. D’altronde, scivolando verso non si può far altro che risalire. La notte è buia, la speranza è di vedere un barlume in lontananza.

Carlo Galati