Una sola parola: grazie

Ci abbiamo creduto, perché mai come questa volta, nella storia dello sport velico italiano e della Coppa America, abbiamo avuto l’occasione di portare in Italia il trofeo sportivo più antico al mondo. Ammaliati da una Luna Rossa che per tante notti ci ha tenuto svegli, siamo stati rapiti dalla sua fulgida bellezza e abbiamo tifato, tanto. Tantissimo.

Era durissima la sfida, ed era durissimo già il solo fatto di poterci credere, credere di arrivare fino a qui. Vincere tre regate in finale non era mai successo in passato ad un equipaggio italiano ed il merito di Luna Rossa è stato proprio questo: rendere possibile quello che non lo era, tranne per loro, per quei marinai che sono andati in acqua sfidando quel mostro sportivo di nome Team New Zealand a cui è doveroso guardare con ammirazione e rendere merito per una vittoria giusta. Sono stati i più veloci sul campo di regata ma anche i più veloci ad apportare le giuste modifiche per vincere; merito anche di Luna Rossa che ha saputo alzare di tanto l’asticella di una sfida che sembrava, per il defender, già vinta in partenza. Alla fine ad abbracciarsi sono loro (già, avete letto bene…hanno anche sconfitto il virus con regole molto ferree) rilanciando la sfida a cui, il papà di Luna Rossa, Patrizio Bertelli, ha già risposto presente, noncurante di aver raggiunto Sir Thomas Lipton, a quota cinque sconfitte in altrettante campagne.

Giusto sarà ripartire da questo gruppo di giovani italiani, guidati da Max Sirena, Checco Bruni e da un James Spithill, australiano di nascita ma ormai italiano per navigazione e forse anche per ambizione. Ma questo è già il futuro. Il presente lascia ancora qualche scoria figlia della consapevolezza di esserci andati vicino, ma con la coscienza di aver imparato tanto e trasmetto altrettanto. Se domani, un solo ragazzino, sognando Luna Rossa, vorrà avvicinarsi alla vela, parte della missione è già conclusa. Per il resto, una sola grande parola, per tutti: grazie.

Carlo Galati

Addio, “Meraviglioso” Marvin

Ci sono pugili che si limitano a sferrare pugni sul quadrato e ce ne sono altri che sul ring danzano e combattono per iscrivere il proprio nome nella leggenda.

Il Meraviglioso apparteneva a quest’ultima categoria: Marvin Hagler, 66 anni, una vita salvata dal pugilato, ha lasciato questo mondo, ritirandosi in silenzio, all’improvviso, senza riflettori puntati addosso.

“The Marvellous” è stato un pugilato epico, in bilico fra colore e bianco e nero, dall’esordio come professionista nel 1973 fino ai sette anni consecutivi da Campione del Mondo dei pesi medi, dal 1980 al 1987.

E a quel match incredibile a Las Vegas, il 15 aprile del 1985, quando dopo due round e mezzo schiantò con un pugno terribile alla tempia Tommy Hearns, detto il “Cobra”, al culmine di una battaglia che infiammò il Caesar’s Palace e mostrò al mondo nove minuti di pugilato assoluto.

A differenza di tanti suoi colleghi che si sono lasciati vincere dalla tentazione di tornare sul quadrato ben oltre l’età del pensionamento dei campioni, offrendo spettacoli spesso patetici, Marvin ha lasciato la nobile arte a 33 anni, per non farvi più ritorno, nonostante gli siano state proposte “borse” clamorose; come nel caso di una riedizione postuma della sfida con un’altra leggenda della boxe, Ray “Sugar” Leonard.

No, grazie, i soldi non sono tutto.

E Hagler decise di trasferirsi in Italia, facendo il pendolare con gli States e iniziando una complicata carriera da attore, felice di aver smesso da integro, con tutte le rotelle al proprio posto e una discreta salute ad assisterlo.

Adesso se ne va, per sempre, prima del limite, per k.o. tecnico.

Se ne va con 67 incontri, 62 vittorie (52 prima del limite), tre sconfitte e due pareggi, ma, soprattutto, con quelle immagini della sfida col Cobra che vengono riproposte ai giovani pugili americani per farli innamorare della boxe.

72 chili di talento puro e di forza, precisione e intelligenza, con la lettera scarlatta che segna per sempre, in positivo però, quei campioni che non hai bisogno di rivedere per ricordarti chi siano.

Pugni al cielo per Marvin “Marvelous” Hagler, da oggi a fianco degli dei maledetti del pugilato.

L’attesa è finita, Federer è tornato

Era il 30/01/2020, semifinale degli Australian Open. Con un perentorio 3-0 Djokovic batteva Roger Federer; quella sarebbe stata l’ultima partita ufficiale per un periodo che forse, in quel momento, neanche lo svizzero immaginava così lungo. Perché nessuno si sarebbe immaginato quello che il mondo avrebbe vissuto dopo e che continua a vivere, anche adesso. Nel frattempo due operazioni alle ginocchia, per provare a tornare ad essere competitivo, e nel mezzo il buio. Quel buio che durante il lock-down più duro lo ha portato a dire: “Allenarsi? Non ne vedo il motivo…”.

Ma un motivo c’è sempre, lo abbiamo visto oggi dopo 405 giorni. Perché dopo ogni notte più buia, la luce vince sempre e, questa volta, la luce ha il volto romantico di un quarantenne svizzero che di professione regala emozioni con una racchetta in mano. Lo abbiamo rivisto in campo, immerso nel verde che è più di una speranza, oltre il sogno. Una certezza, la certezza di essere tornato competitivo e di averlo fatto vincendo nel circuita una partita dura con un avversario tosto e una partita vera. Non banale questo passaggio.

Non banale perché, inevitabilmente, la ruggine accumulata in questi 400 e passa giorni, era l’avversario più difficile da rimuovere nel corpo di un 40enne che ha subito due interventi chirurgici; invece i segnali che sono arrivati dal campo sono segnali positivi. Segnali di un Roger che ha provato varie soluzioni, ha giocato all’attacco, con i piedi sempre dentro al campo, rispolverando rovesci d’autore e servizi che ricordano poesie d’altre stagioni.

Insomma, Roger è tornato in tutta la sua regale aurea, ricordando a tutti quanto poi è mancato il suo immenso talento a questo sport e dimostrando di poter ancora essere competitivo. Non sappiamo se per una sola partita o per un torneo intero, ma lo ha fatto, ed è una grande notizia. Ah, poi ha anche vinto. Ma questa è un’altra, solita, storia.

Carlo Galati

Anche gli Dei si scansano

Il miglior calciatore del mondo, uno che guadagna 3582 euro l’ora, 85.968 euro al giorno, 2,58 milioni di euro al mese e 31 milioni di euro l’anno, si scansa sul calcio di punizione, salta e da le spalle all’avversario che calcia, per evitare di prendere una pallonata in faccia.

È uno scherzo?
No, è la firma sul peggior affare del secolo: Ronaldo si sarebbe ripagato solo andando avanti, molto avanti, in Champions per due anni.

E sono state due eliminazioni agli Ottavi.
Per la Juve è una debacle che va ben oltre l’ennesima delusione europea: il portoghese era l’ideale ciliegina sulla torta di una Società stufa di vincere e stravincere solo in Italia e desiderosa di fare quel passettino verso la consacrazione continentale, l’investimento che si ripaga da solo, perché nessuno poteva immaginare quello che è accaduto.

Meglio, molto meglio in Europa la Juve pre-Ronaldo, senza la divinità dai muscoli scolpiti ma più squadra, più collettivo, più Juve.

Ronaldo si scansa e si scansa la Juve, lasciando spazio a un Porto per nulla trascendentale, ma solido e voglioso, nei 180 minuti superiore ai bianconeri.

Orfani di Cristiano. Spiazzati da Cristiano. Oltre Cristiano, con un danno anche economico difficilmente quantificabile.

La maledizione della vecchia Coppa dei Campioni resta incollata alle maglie bianconere anche nell’era Champions, con l’affare Ronaldo, in negativo, a renderla ancora più inarrivabile.

Il migliore di tutti non fa la differenza fuori dall’Allianz Stadium (e dintorni), per cui non serve a nulla, e fa specie dirlo guardando alle cifre del suo ingaggio e alla montagna di denaro sulla quale è assiso.

Adesso alla Juve tocca cambiare, ricominciare, reinventare.

Senza Ronaldo?

È probabile, magari rincorrendo i petroldollari degli Emiri per evitare il tracollo economico e mettere un po’ di fieno in cascina.

Foto di rito con la nuova maglia, da lanciare lontana per mettere in mostra la “tartaruga”, qualche zero su un contratto fuori scala e il Circo riparte.

Anche senza la maglia bianconera e senza la necessità di ripararsi la faccia in barriera su calcio di punizione.

A quelle latitudini non ce ne sarà bisogno, la Champions non si gioca.

Bruno Pizzul, l’uomo che ha raccontato il calcio (come nessun altro)

Non esiste appassionato di calcio, appassionato di sport che non riconosca quella voce così particolare da risultare unica. Le notti magiche, i giorni del mondiale americano, i mercoledì delle coppe Europee; quelle notti in cui le partite erano trasmesse dalla Rai e la partita di cartello sempre era la sua. Uno dei motivi per il quale abbiamo amato il calcio, soprattutto il calcio di quel periodo, è stato sicuramente Bruno Pizzul, che oggi compie 83 anni.

Cinque Mondiali, quattro Europei, mille emozioni e tanti aneddoti: dai lapsus (pochi) ai gol folgoranti, dal dolore della sconfitta di Pasadena, alle prodezze di Van Basten con l’Olanda e a quelle in azzurro di Robi Baggio, l’uomo dei momenti magici, tutti raccontati con la maestria e la classe che non appartiene più ai telecronisti di oggi, diventati divi per forza, mettendo se stessi prima del racconto, il proprio personaggio prima della storia. Pizzul è stato il cantore classico del calcio, l’uomo solo al comando, senza alcun “esperto” o ex giocatore a supportarlo. Solo con la sua profonda conoscenza e con la sua imprescindibile voglia di comunicare emozioni attraverso un microfono riuscendo davvero ad entrare nelle case di tutti gli italiani.

Voce della Nazionale Italiana dal 1988 al 2002 ha il solo cruccio di non aver raccontato un titolo mondiale azzurro. E’ stata la voce dell’Heysel, l’unica in grado di dare notizie dal campo, con un compito che andava oltre quello di cantore di gesta sportive. Ha raccontato poi, di esser consapevole del momento e del ruolo, dovendo gestire la propria emozione, per non allarmare di più di quanto le immagini non stessero già facendo. E’ parte della storia degli ultimi 30 anni di questo Paese e la sensazione è che non sia mai andato via da quel microfono. E’ stato ed è il Maestro dei telecronisti; è vero non ha mai raccontato un grande successo della Nazionale ma questo non lo esime da essere stato uno dei più grandi, se non il più grande. E poi diciamocelo in tutta onestà: non c’è mai stato più nessun altro che abbia mai pronunciato il nome di Roberto Baggio come faceva lui. Uomini di calcio e destini incrociati, fin da sempre. Ma come Roberto, anche Bruno è nel cuore di chi ha gioito, sofferto, riso e pianto insieme e con lui. Destini incrociati.

Carlo Galati

Jacobs, 60 metri di pura velocità

Il nuovo re europeo della velocità è un italiano, un ormone classe 1994, Marcell Jacbos campione europeo indoor nei 60 metri. Sì avete letto bene: non solo salti, endurance, mezzo fondo o lanci, l’atletica italiana ha una nuova freccia nella propria faretra nelle discipline della velocità, accanto a Filippo Tortu.

L’azzurro ha stravinto la finale col tempo di 6.47 che rappresenta il record italiano e il miglior crono al mondo dell’anno, oltre che il quarto tempo europeo di sempre. Per l’Italia si tratta della prima medaglia agli Europei indoor in corso di svolgimento a Torun, in Polonia.

Jacobs ha letteralmente schiantato gli avversari con una gara impressionante. Il 26enne velocista delle Fiamme Oro ha preceduto il tedesco Kevin Kranz (medaglia d’argento col crono di 6.60) e lo slovacco campione uscente Jan Volko (bronzo in 6.61). Per l’Italia si tratta della seconda medaglia d’oro in assoluto nei 60 metri nella storia degli Europei indoor: prima di Jacobs l’unico a centrare l’impresa era stato Stefano Tilli nel 1983 a Budapest.

Una vittoria nettissima e senza discussioni: era il più forte ed ha saputo gestire nel migliore dei modi la pressione, segno distintivo di chi ha nel proprio DNA la capacità di dominare, in primis se stessi e poi gli avversari. La velocità italiana può contare su due di diamante, Filippo e Marcell, fratelli d’Italia.

Carlo Galati

Il giorno in cui il cuore di Davide si fermò

“Dice che era un bell’uomo
E veniva, veniva dal mare
Parlava un’altra lingua però sapeva amare
E quel giorno lui prese mia madre sopra un bel prato
L’ora più dolce prima d’essere ammazzato”

Non veniva dal mare ma dalla profonda provincia bergamasca, ma era una bell’uomo, una bella persona. Non abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo personalmente, ma le tante, troppe, testimonianze in tal senso non lasciano alcun dubbio. Sono passati tre anni da quando quel giorno ad Udine il cuore di Davide Astori decise di fermarsi e con esso si fermò tutto. Per una volta lo show non andò avanti.

Parlava la lingua del bel calcio unito anche ad una signorilità e ad un’eleganza, in campo e fuori, che ne hanno amplificato il dolore. Merce rara in uno sport che vogliono sempre più lontano dalle persone e dai sentimenti, ma che ha delle lunghe radici che affondano nella passione e nei sentimenti di quello che romanticamente viene definito il “calcio di altri tempi”. Ecco, apparteneva a quel calcio Davide. Un marziano di normalità in un mondo di (finte) superstar, un esempio di uomo in un mondo di prime donne.

Ecco perché la sua morte ha colpito tutti, perché quella faccia da bravo ragazzo non poteva non suscitare emozioni positive; anche non conoscendolo, non potevi non apprezzarlo, aldilà di ogni rivalità sportiva. Sono passati tre anni ma sembra ieri ed il perché è facilmente intuibile. Gli eroi sono tutti giovani e belli. Ci piace che sia così; consegnato all’eternità dello sport in tutta la sua bellezza.

Carlo Galati

Federica Brignone, la storia del suo record

Il suo è stato un mondiale, quello di casa a Cortina, avaro di gioie e soddisfazioni. E tante sono state le gare di Coppa del mondo per Federica Brignone, senza successi, caratterizzate dalla sfortuna di chi vede il traguardo di una vita, lì a qualche decimo di secondo di distanza.

La maledizione è finita. Alla gara di Coppa del Mondo numero venticinque in stagione, dopo una serie di sfortune sportive che parevano interminabili e appena quattro podi conquistati, la Brignone può festeggiare un successo splendido in Super G: la valdostana sfrutta meglio di tutte le avversarie le caratteristiche della pista La Volata in Val di Fassa e conquista così la vittoria numero 16 in carriera in CdM, raggiungendo una delle leggende dello sci alpino azzurro, Deborah Compagnoni, nella classifica delle atlete italiane più vincenti del circo bianco. 1:14.61 il tempo della Brignone, unica a scendere sotto il muro dell’1:15 in una gara ai limiti della perfezione.

Ed è proprio di quest’aspetto che si parla. Della perfezione che sta nei numeri e nella sciata regale di chi oggi non ha soltanto vinto una gara, ma ha raggiunto il mito. E la differenza, non ce ne voglia nessuno è sostanziale. Brava Federica.

Carlo Galati

Carlos & Charles: l’imperativo della vittoria

FILMING DAY STATICO – MARANELLO 25/02/2021 credit: © Scuderia Ferrari Press Office

Indossare quella tuta rossa, mettersi al volante e guidare quella vettura ha un peso specifico importante. Una responsabilità che può esaltarti o tirarti giù, schiacciandoti sotto il peso del blasone e di un cavallino giallo rampante di suo. Gli ultimi anni in casa Ferrari non sono e non saranno di certo ricordati come tra i più esaltanti ma avranno il merito di aver permesso, a quello che è unanimemente definito come predestinato, di soddisfare il non tanto recondito desiderio che ogni pilota di Formula 1 anela. Charles Leclerc ha guidato e vinto con la Ferrari, ha acceso e rianimato il cuore mai troppo pulsante, dei tanti appassionati ed innamorati della rossa trascinandoli verso lidi di entusiasmo che sembravano sopiti.

Questo è un dato di fatto. Questa è già sulla via della cronaca che si spera si faccia storia. Insieme a Charles, farà coppia un altro giovanotto di belle speranze, uno di quelli che il DNA del motorsport lo ha ereditato di famiglia, per la precisione dalla famiglia Sainz. Carlos, il piccolo della famiglia spagnola, ha anche lui mostrato le due doti, la sua cattiveria agonistica, la voglia di fare. Lo ha fatto però su altre monoposto e con altri team in cui si guidava un’auto di Formula 1. Guidare una Ferrati è altro ma…merita di stare lì con quella tuta rossa e con quello sguardo che dice tutto della sua fame, della sua voglia di vincere.

A Charles e Carlos la responsabilità di vestire Ferrari sapendo che cosa rappresenta nel mondo questo marchio: eccellenza italiana, una storia e una tradizione, che va onorata. Ed in Ferrari, è scritto nella sua storia, esiste un solo modo per farlo: vincere.

Carlo Galati

Luna crescente. E vincente.

7-1 e tutti a casa.

Luna Rossa domina le due regate decisive per portare a casa la vittoria contro gli inglesi di Ineos, con una spudorata manifestazione di superiorità che ha gonfiato le vele col Tricolore fino alla linea del traguardo.

Uno scafo perfetto in ogni condizione di vento, ma addirittura stratosferico quando il vento cala e l’ingegneria conta, contano le vele, la tattica, ma soprattutto la capacità di stare in acqua e la pulizia delle linee che incanala la Luna in un binario ideale, ad accarezzare le onde e tagliare l’acqua.

Checco Bruni e James Spithill fanno “ciao ciao” con la manina a statunitensi e britannici, puntando dritto alla Coppa America e al fascino della sfida ai Kiwi, difficile, difficilissima, ma con la consapevolezza di avere fra le mani un gioiello italiano che mette insieme magistralmente tecnologia, elementi naturali e fattore umano.

Una finale senza storia, con la frustrazione di Sir Ben Ainslie nel vedere la coda degli avversari dalla prima bolina all’ultima poppa, pur provandole tutte per ribaltare una condizione sempre più evidente di divario fra gli scafi, a vantaggio di Luna Rossa Prada-Pirelli.

Qualche patema solo in partenza, fase decisiva di ogni regata, ma al primo allungo in entrambe le regate gli Italiani sfruttano la loro velocità e mettono le vele davanti agli Inglesi, guadagnando ad ogni manovra e portando il distacco a un margine di sicurezza che ha consentito di lavorare in “copertura” nello stesso vento degli avversari, senza rischiare nulla e azzerando l’alea dei salti di vento.

Quasi trent’anni dopo il Moro di Venezia, quando mezza Italia si appassionò a strambate, rande, poggiate e incroci, e venti dopo l’impresa del 2000, Luna Rossa riporta l’Italia alla sfida alla trentaseiesima America’s Cup, con la Prada Cup in bacheca e le foto della premiazione da incorniciare in fretta, per concentrarsi sulle prossime regate.

Da domani si mettono nel mirino i Tutti Neri con la vela, griffati Emirates, già in acqua a fine regata per mostrare la livrea agli avversari.

Per oggi ci godiamo la storia.

E la storia si chiama Luna Rossa e America’s Cup.

Tutti gli uomini di Luna Rossa:

Max Sirena, skipper, 7 campagne di AC. Gilberto Nobili, Operations Manager, 6 campagne di AC
Francesco Bruni, timoniere, 5 campagne di AC
Jimmy Spithill, timoniere, 7 campagne di AC
Francesco Mongelli
Pietro Sibello 2 campagne di AC
Vasco Vascotto 2 campagne di AC
Shannon Falcone 6 campagne di AC
Pierluigi De Felice
Michele Cannoni
Enrico Voltolini (dal Finn) New Generation
Matteo Celon (dal Laser) New Generation
Jacopo Plazzi (dal 49er olimpico) New Generation
Umberto Molineris (dal 49er olimpico) New Generation
Romano Battisti (dal canottaggio, argento olimpico nel 2012)
Davide Cannata (dal nuoto di fondo) New Generation
Andrea Tesei (dal 49er olimpico) New Generation
Nicholas Brezzi (dal canottaggio e dall’altura) New Generation
Philippe Presti, coach, 6 campagne di AC