Lascia Dan Carter, la Supernova del rugby mondiale

È probabile che vi stiate chiedendo chi sia questo omone tutto nero con la maglia numero dieci.

E se ve lo state chiedendo vuol dire che il rugby non è mai stato il vostro sport, perché Dan Carter, trentottenne leggenda della palla ovale, sta a questa disciplina come Maradona al calcio, Nureyev alla danza, Von Karajan alla direzione d’orchestra.

Un mito con il Dieci inciso sulla schiena, come un tatuaggio maori, mediano d’apertura paradigmatico a livello mondiale, preciso, forte e tecnicamente pulitissimo, come e più degli straordinari interpreti di questo ruolo nella storia dei guerrieri in maglia tutta nera.

Mancino di rara precisione, fra palloni schiacciati in meta e piazzati al centro dei pali ha collezionato 1598 punti, vinto due Mondiali e messo il sigillo sui titoli continentali in tre Nazioni diverse: Nuova Zelanda, naturalmente, Francia e Giappone, buen retiro di fine carriera, prima del ritorno in Patria.

Una leggenda nella leggenda, in una squadra di marziani nella quale per emergere e indossare il mantello dell’immortalità bisogna davvero possedere la pietra filosofale.

E Dan l’aveva, trasformando in ovali d’oro ogni percussione dei portatori di palla, imbeccando i Centri, le Ali e persino qualche Pilone, perché nello sport del sostegno e dell’avanzamento in sincrono, l’apertura è un metronomo democratico, che non può fare differenza fra l’eleganza dei tre quarti e la rude essenzialità degli avanti.

Carter ha detto basta, alla soglia dei quarant’anni, con l’intento di godersi la famiglia, facendola finita con le nobili botte sul campo e restìo a sedersi in panchina, perché per lui il rugby è stato uno sport totale e totalizzante, e non riesce ad immaginare di allenare senza che questo significhi impegno e dedizione.

Chissà quanto tempo resisterà prima di ricominciare ad insegnare rugby, come è giusto che faccia un professore per vocazione e genetica. Quel che è certo è che nel momento stesso in cui ha svestito la maglia dei Blues, sua ultima squadra dopo l’avventura giapponese, si è trasformato in una Supernova, la più splendente fra le esplosioni stellari della Galassia Ovale.

Good luck, Mister Carter, and good-bye.

La venere nera del tennis

Naomi non scherza. Non lo ha mai fatto. Si è presentata al grande pubblico nel 2018 battendo sua maestà Serena Williams nello Slam di casa a New York; non l’ha solo battuta ma dominata, in tutti gli aspetti del match e anche oltre. Chi ha un buona memoria e sa di tennis, ricorderà sicuramente.

Naomi non scherza. E’ al suo quarto Slam in altrettante finali. Due successi a New York, due a Melbourne dimostrando a tutti di essere la più forte sul cemento. Su questa superficie non ce n’è per nessuno.

Fa sul serio Naomi. Alla sua età solo cinque tenniste avevano più più slam e parliamo di campionesse assolute come la Graff, la Seles, la Evert, la Hingis e…proprio Serena. Ed è a Serena che Naomi guarda ed è da lei che ha imparato i movimenti sul campo, il dritto profondo e arrotato, il servizio potente che non lascia scampo. Ma rispetto a Serena ha qualcosa in più. E’ una tennista che unisce. Difficile trovare per lei detrattori sul campo e fuori dal campo sia per il proprio impegno nel sociale in cause molto importanti, sia per il comportamento finora avuto in campo. Rispettoso, impeccabile, educato, sincero: tutti elementi tipici della cultura giapponese di cui è fiera portabandiera.

E’ però campionessa di tutti. Amata dai tifosi e dagli sponsor che la corteggiano come mai nessuno nel tennis femminile da gran tempo a questa parte. Il tennis femminile, in declino per mancanza di leadership ha bisogno di figure come la sua, forti ma gentili, determinate ma sensibili, implacabili ma rispettose. Ecco perché merita il trionfo e perché merita i giusti riflettori. Semplicemente perché è nata per essere la migliore.

Carlo Galati

La medaglia che vale una vita (sportiva)

La vita sportiva di una atleta è molte volte fatta di momenti e di opportunità da cogliere. Nella storia della propria disciplina, si può essere ricordati, in positivo, o per le tante, tantissime vittorie o per aver ottenuto quella vittoria (leggasi medaglia) che vale l’intera vita sportiva. Luca De Aliprandini ha regalato all’Italia una medaglia inattesa e inaspettata ma tanto luccicante; una medaglia d’argento che vale una vita di sacrifici per uno che su un podio, a questi livelli, non c’era mai salito, nonostante la non più giovane età. Otto anni dopo Manfred Moelgg e quel bronzo a Schladming 2013, ultima volta in cui l’Italia maschile salì sul podio di un gigante iridato.

Non sapeva cosa dire Luca all’arrivo; una vita di sacrifici e di lavoro per giocarsi tra quelle porte, in quei lunghi secondi, la gloria sportiva, nel mondiale di casa di fronte ai tanti che lo hanno aiutato e sostenuto in questi anni, ripagandoli e ripagandosi, una vita di lavoro, sacrificio, impegno. E non era facile, anzi. Una pista insidiosa, che tra prima e seconda manche è cambiata nella sostanza, a causa delle condizioni di vento e del gioco sole/ombra che ha ovviamente modificato la neve. A pagarne le conseguenze è stato il grande favorito, il francese Pinturault, che ha pagato a caro prezzo una piccola disattenzione nella seconda manche. Ma oggi è il giorno di Luca e della sua medaglia, per essere ricordato a a modo suo, facendosi trovare pronto all’appuntamento con la storia.

Carlo Galati

La vittoria di Alex si chiama giustizia

E adesso chiedetegli scusa. Chiedete scusa ad Alex Schwazer, colpevole di aver sbagliato una volta, averlo ammesso e aver pagato, come giusto che fosse. Come spesso accade, si è andati oltre. Lo si è messo alla gogna una seconda volta, accusato proprio quando stava rialzando la testa, sognando e preparando le Olimpiadi di Rio. Tracce di testosterone trovate nelle sue urine, figlie di un controllo nel giorno di Capodanno del 2016, un controllo effettuato con il solo scopo di incastrarlo. L’atleta ha sempre negato di aver fatto uso di sostanze dopanti in quel periodo contestando formalmente la validità del test e dichiarandosi vittima di un complotto internazionale. Complotto che, ora, alla luce del decreto del Gip, diventa qualcosa di più di un’ipotesi investigativa. Le contro-accuse dell’ex marciatore, infatti, potrebbero non essere così distanti dalla realtà viste le anomalie riscontrate dal colonnello del Ris di Parma, Giampietro Lago, sulle provette di urine (conservate nel laboratorio Wada di Colonia) del corridore. 

Nessuno gli restituirà più le sofferenze e il dolore di un’avventura olimpica strappatagli all’ultimo, nell’estremo tentativo di ottenere il via libera del CIO per poter partecipare alle Olimpiadi. Lo ricordiamo a Rio, da solo ad allenarsi sulla pista ciclabile di Copacabana come un corridore amatoriale, senza protezione, senza l’appoggio di nessuno, senza nessuna bandiera o federazione a tutelarlo, potendo contare solo su se stesso, come nella migliore tradizione di chi marcia per 50 km, di chi affida alla fatica estrema il pass partout per la gloria olimpica, come a Pechino. Era tra i favoriti, con un passo medio al km che lo avrebbe di sicuro portato sul podio. Non sappiamo se su quel poi alla fine ci sarebbe salito o meno, la storia dello sport non si fa con le previsioni ma con i fatti.

I fatti però parlano chiaro e dicono che quella partecipazione gli fu ingiustamente tolta e adesso dopo sei anni ottiene finalmente giustizia, ma niente gli restituirà quello che ha perso per colpa di chi non è dato ancora sapersi, di sicuro qualcuno che ha gli ha voluto del male e che ha voluto del male allo sport.

Umiliato, dileggiato, accusato come forse nessuno altro. O forse sì. Come Marco Pantani, vittima anche lui della macchina del fango e delle macchinazioni volte a distruggere il campione e l’uomo. Quella volta ci sono riusciti, oggi no. Oggi ha vinto la giustizia e la pulizia di un ragazzo che ha lavato con le lacrime l’onta del doping e che merita di essere riabilitato e di rientrare dalla porta principale dei campioni olimpici italiani. Glielo dobbiamo tutti.

Carlo Galati

I quattro sigilli della Luna

Ancora una doppietta per Luna Rossa, con la prima regata che mostra lo scafo italiano autorevolmente a proprio agio anche in modalità “match race”: partenza vinta, come sempre e marcatura stretta dell’avversario, senza una sbavatura e con una capacità di manovra che fa accarezzare l’acqua, con eleganza e geometrica potenza, ai ragazzi guidati da Checco Bruni e James Spithill.

Niente da fare nei sei “bracci” per l’equipaggio inglese di Ineos, costretto a sperare in un errore di Luna Rossa, che non arriva, e fa barrare agli Italiani la casella delle tre regate vinte.

Nella quarta sono tre gli episodi che “segnano” il destino di Sir Ben Ainslie e compagni: l’ennesima partenza concessa allo scafo italiano, con tanto di “spanciata” in manovra che solleva pericolosamente la barca e fa tremare (e rallentare) l’equipaggio; la penalità stranissima, a metà regata, per uno sconfinamento del boundery di sinistra, dovuto probabilmente alla frustazione di vedere sempre e solo i “rifiuti” in acqua di Luna Rossa; il salto di vento sul lato destro del campo di regata che riduce il numero di manovre, rende inutili le continue virate e avvantaggia la barca che sta davanti, facendole prendere il vento sempre in anticipo sugli avversari.

Risultato: 4-0 e 40 secondi di vantaggio, circa ottocento metri di “luce” fra le due imbarcazioni e una sensazione, al momento, di assoluta superiorità in casa italiana.

Mancano tre successi per mettere le mani sulla sfida, sulla Prada Cup e sul sogno di incrociare le vele con Emirates Team New Zealand nell’atto finale dell’America’s Cup 2021.

Come diceva Seneca non c’è vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare: Luna Rossa è, al momento, una miscela perfetta di tecnologia, perizia velica e fattore umano, che le sta facendo vincere la battaglia dei mari contro la Perfida Albione.

Adesso serve calma e sangue freddo, ma questa Luna sembra destinata a svettare ancora, luminosa, sul mare di Auckland.

Il valore della classifica

Nell’ultimo periodo lo sport mondiale e il tennis di conseguenza, ha vissuto e continua a vivere momenti difficili in cui le poche certezze residue sono messe a dura prova dal contesto complicato in cui si opera. Non sono salve da questa condizione le classifiche, ovvero quel valore oggettivo che sancisce chi sia più bravo sancendo una graduatoria che poi regola e allinea i valori delle singole squadre, dei piloti o dei tennisti.

Nello specifico la classifica ATP del tennis maschile, così come quella femminile, è stata nell’ultimo anno quasi sospesa, restando in un limbo che ha permesso la conservazione automatica dei punti conquistati e una sostanziale non alterazione delle posizioni in classifica. Una decisione dura e difficile ma necessaria. Ma i valori in campo, aldilà dei calcoli matematici, sono rimasti gli stessi?

L’esempio italiano in tal senso è lampante. Numero 1 Berrettini, numero 2 Fognini e non c’è storia per il momento. Basti guardare a cosa è successo all’ATP Cup, basti vedere l’Australian Open. Battendo rispettivamente Katchanov e De Minaur, Matteo e Fabio hanno guadagnato l’accesso agli ottavi di finale. Riportiamo due italiani nella seconda settimana di uno Slam; certo dobbiamo e dovremo abituarci all’idea che, visto il movimento e le eccellenze che questo sport in Italia sta esprimendo, in un futuro prossimo potremmo trasformare lo stupore in meravigliosa consuetudine.

Ma, per ora, i portabandiera del tennis italiano sono ancora quelli che la classifica sancisce come i due migliori azzurri. E non c’è congelamento di punti che tenga; Tsitsipas e Nadal siano avvisati. Certo, la loro classifica è migliore, su questo nessun senza dubbio. Ma quante volte l’eccezione ha confermato la regola?

Carlo Galati

Fognini-Caruso: molto rumore per nulla

E’ vero. A nessuno è piaciuta quella scena finale dal vago sapore di sfida rusticana, soprattutto perché ha coinvolto due italiani a maggior ragione se la stessa è avvenuta al secondo turno del primo Slam dell’anno. Quel reciproco e vivace scambio di idee alquanto sopra le righe ce lo saremmo risparmiato. E, ne siamo sicuri, se lo sarebbero risparmiato anche i due protagonisti in campo, non tanto per l’oggettività del fatto tanto più per il legame che c’è tra loro (basti guardare la foto che abbiamo scelto: nel momento dell’infortunio a Caruso, durante il quinto set, Fognini è stato il primo a raggiungerlo, preoccupato delle condizioni del siciliano).

Detto questo, basta. Inutile rivangare e aggiungere altri commenti ad una vicenda che è nata e morta in campo, figlia di un match tiratissimo di quasi quattro ore e che valeva tanto, tantissimo per entrambi. Eppure per quel vezzo particolarmente italico di dar risalto a tutto quello che succede senza tenere conto del contesto, della tensione e delle ripercussioni è tutta una ricerca al titolone scandalistico o alla polemica perlopiù social, visti i tempi che corrono.

Polemiche continue che nascono evidentemente da chi su un campo da tennis non c’è mai stato e da chi non riesce a comprendere le semplicissime logiche che muovono gli atleti agonistici. E non serve essere arrivati a quei livelli per comprenderlo. Eppure è tutto un discutere su chi abbia cominciato prima, sul perché ci sia sempre Fognini in mezzo, sul perché Caruso non abbia chiesto scusa dei rimbalzi sulla linea (?!…) e altre amenità del genere. E’ un fatto di campo e sul campo è rimasto. Punto. Inutile andare oltre. I primi a dirlo sono proprio i due protagonisti del match, sia in conferenza stampa che attraverso i propri social hanno giustamente ridimensionato la vicenda, riportandola al giusto rango, dandole il giusto peso.

Complimenti reciproci e stop, life goes on. Tennis too.

Carlo Galati

Riabituarsi al bello del calcio

Si è sempre più propensi a pensare che nel calcio ormai non ci sia più spazio per gesti di lealtà e di correttezza. Abbiamo tutti negli occhi quelli che vengono sempre definiti come atteggiamenti antisportivi, colpa o responsabilità anche di chi, come noi, scrive e racconta lo sport. Una sorta di snobbismo al contrario secondo il quale il calcio ormai non sia più da considerarsi una disciplina con valori morali oltre che economici e di interessi vari, alle volte (ormai spesso) anche politici.

Ci stupiamo quando accade il contrario. Ci stupiamo quando Andrea Belotti, capitano del Torino, durante il primo tempo della partita con l’Atalanta, dopo un presunto fallo subito si rialza e dice all’arbitro, no! Non è fallo. L’ammonizione a Romero, difensore nerazzurro, viene graziata dall’arbitro Fourneau, che torna sui suoi passi e dopo una stretta di mano si riprende subito a giocare. E’ un gran gesto, è vero. Il gesto di un capitano che nonostante il passivo di 3-0 e nonostante la sua squadra non navighi nelle buone e serene acque del centro classifica, ha l’onestà intellettuale di dire il vero, anche contro l’interesse personalistico. Ecco, il calcio è anche questa roba qui. Non solo business, non solo il cieco accanimento verso l’obiettivo sportivo ad ogni costo, anche a costo di quei valori sportivi che tutti gli atleti hanno o dovrebbero avere. E’ un gesto da uomo di sport e da capitano. Ma, non deve essere isolato.

Bisogna riabituarsi al bello, al giusto. Ridare al calcio anche quel giusto valore pedagogico, perché il fair play esiste e la platea che lo guarda, lo commenta, lo vive è fatta anche di giovani uomini che seguono esempi. E poi si sa, la giustizi divina esiste e premia. Sarà un caso che dopo questo gesto e contro ogni pronostico il Torino abbia recuperato, in trasferta, lo svantaggio e pareggiato la partita per 3-3? Non ne siamo certi, ma è bello pensare che possa essere così.

Carlo Galati

Il gusto della vittoria

E sono tre. Dopo aver vinto le Atp finals NextGen, il primo titolo del circuito a Sofia, Jannik Sinner regala il terzo assolo a Melbourne battendo nella finale tutta italiana, Stefano Travaglia.

Non una gran partita, va detto. Ma ce lo aspettavamo. I due venivano da un doppio turno giocato venerdì e un calo, ad inizio stagione ci può stare. L’aspetto più importante però sta nell’inizio di continuità che Sinner sta dando ai propri successi dimostrando che può vincere anche non giocando il suo miglior tennis, anche concedendo troppo sul dritto, anche limitandosi a controllare.

Incoraggiante è la maturità con il quale ha gestito i momenti difficile segno che l’allenamento mentale, l’allenamento alla gestione della partita, sta dando i propri frutti. Ed è l’aspetto che ad alti livelli fa la differenza tra il limbo dell’eterna promessa e la fioritura dei campioni.

Non abituiamoci. Arriveranno tanti altri momenti difficili e magari sconfitte concenti o inaspettate, parliamo di un predestinato ma di comunque 19 anni. La sua strada è lunga ma l’esempio è incoraggiante. Sapete chi alla sua età aveva vinto due tornei Atp? Non vi diciamo il nome ma solo un indizio: è il numero 1 al mondo.

Carlo Galati

I fiori di Scozia

Per comprendere la portata dell’evento forse bisognerebbe partire dalla simbologia che vi sta dietro. Piccoli gesti che rendono sempre una partita non comune quella tra Inghilterra e Scozia. Nella maglia dei bianchi di sua maestà, il logo storico della rosa; nei numeri di maglia degli scozzesi i nomi dei quindici giocatori che, nel 1871, sfidarono proprio i Bianchi al Raeburn Place di Edimburgo nel primo test match internazionale della storia del rugby. Giusto per dare l’idea.

La Storia questa Scozia l’ha riscritta, questa volta a Twickenham, in uno dei templi laici della palla ovale, battendo dopo 38 anni gli inglesi a domicilio: 6-11 il risultato finale. Potremmo richiamare molte metafore, la maggior parte delle quali andrebbero a scomodare William Wallace, identificando una certa grinta e cuore, unito al sano odio verso gli inglesi. Ma non sarebbe corretto; non stavolta. La vittoria scozzese non è solo figlia dell’attitudine al combattimento e a sovrastare l’avversario. Certo, è elemento fondamentale, come sempre; ma questa volta la Scozia ha messo anche altro. Intelligenza rugbystica, gioco al piede usato con la giusta misura, nello spostare il gioco. Mischia solida (Made in Cutitta), tre quarti ficcanti, avanzamento e possesso sicuro. Non solo guerriglia rugby, ma anche tanta qualità.

Il resto è festa. È giusto riconoscimento ad un lavoro che ha dato dei frutti dolcissimi e una Calcutta Cup nella quale rimbomba l’eco delle cornamuse di Edimburgo e i fiori di Scozia fioriscono, nonostante l’inverno.

https://youtu.be/lcGAoADc94I

Carlo Galati